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Don Antonio Cojazzi Salesiano

Testimoni

Rovereto in Piano, Udine, 30 ottobre 1880 – Torino, 27 ottobre 1953


Un anno, in maggio, fu chiamato a predicare la novena in preparazione alla festa di Maria Ausiliatrice. E lui, don Toni, prese come te­ma: «...in principio c'era una ; madre». Parlò della sua mamma che l'aveva messo al mondo a Rovereto in Piano (Udine) il 30 ottobre 1880, in una famiglia pa­triarcale... Continuò parlando di Maria, Madre di Gesù e Madre dell'umanità, posta da Dio «in principio» dell'opera di salvez­za. La basilica dell'Ausiliatrice, a Torino, andava gremendosi di gente, di giorno in giorno, ad a-scoltare quel prete appassionato e simpatico.

Una raccolta di lauree
Nel suo Veneto, che chiama­va «il paese più bello del mon­do», Antonio Cojazzi era cre­sciuto vivace, forte e intelligen­tissimo. A 13 anni, era entrato nel collegio salesiano di Mogliano Veneto, dove gli insegnanti compresero subito che era un originale e non gli imposero i lo­ro schemi personali. Lui, dopo il ginnasio, con molta naturalez­za, comunicò che voleva farsi sa­lesiano e prete, come suo fratel­lo più grande, Francesco... Così l'anno dopo, entrò anche con la stessa idea in testa, il fratello più piccolo Enrico. I due, Antonio e Enrico fecero il noviziato insie­me a Foglizzo Canavese, con o-nore, ricevendo l'abito religio­so, come allora ben si usava, da Mons. Giovanni Cagliero, Sale­siano e Vescovo missionario in Argentina.
Finito il liceo classico nel 1900, Toni (così già lo chiama­vano) cominciò insieme studi teo­logici e corso di lettere all'uni­versità di Torino, a cui aggiunse, poco dopo, quello di filosofia. Per riempire il tempo libero, fre­quentava all'Università un corso di inglese. Ed insieme già lavo­rava tra i giovani con lo stile di Don Bosco: amorevolezza, gio­ia, catechesi avvincente. Lo ap­prezzavano e lo amavano i su­periori salesiani e i primi ragaz­zi che avvicinava. Lo ammira­vano i professori universitari, gli illustrissimi Gaetano De Sanctis e Arturo Graf.
Nel 1905, si laureò in lettere, nel 1906, in filosofia. Perfezionò il suo inglese in Gran Bretagna con un titolo di studio così pre­stigioso che il professore a Tori­no l'invitò a fargli da assistente. Cosa che egli subito rifiutò, a-vendo già scelto «la parte mi­gliore». Il 18 aprile 1908, nella cattedrale di Treviso, era ordi­nato sacerdote. Fu subito, dalla prima ora, un prete simpatico, soprattutto ai giovani.
Dopo la Prima Messa, fu de­stinato, con la raccolta delle sue lauree e diplomi (aveva persino quello in «lavori manuali») a in­segnare, prima italiano, poi filo­sofia al liceo Valsalice di Tori­no, cattedra che terrà fino al 1948, insieme ad altre «cattedre» che lui stesso si cercava per il mon­do, per donare Gesù, unica ra­gione della sua vita.

Un ragazzo di nome Pier Giorgio
Giovane prete trentenne, gli capitò un incontro singolare.«Nel novembre 1910 - raccon­ta don Cojazzi - fui chiamato dal mio Superiore maggiore, don Albera, a recarmi quotidiana­mente a tenere lezioni nella ca­sa del senatore Frassati. Feci scuola così a Pier Giorgio e al­la sorella, che frequentavano la la ginnasiale al "D'Azeglio". Vi andai per tre anni consecutivi. In seguito ebbi rapporti frequenti con il giovane Pier Giorgio e con la sua famiglia, negli anni in cui frequentava il liceo e il Politecnico.
Dopo la prima lezione, Pier Giorgio, di nove anni, si alzò e piantandosi davanti a me, mi dis­se: "Ed ora come premio della mia attenzione, mi racconti un fatto di Gesù"... Subito raccon­tai alcune pagine del Vangelo con parole mie. Vidi nel volto del fan­ciullo un'impressione di com­mozione, per cui intuii che, do­po ogni lezione, mi avrebbe ri­volta la stessa domanda. Infatti, così avvenne in seguito. Ad o-gni racconto, Pier Giorgio o sor­rideva lieto o piangeva con gros­se lacrime. Se le asciugava in modo aperto, dicendo: "Bello, bello! Me ne racconti altri!"».
Sbocciò, in questo tempo, l'af­fezione di Pier Giorgio, ragaz­zo, a Cristo affezione che dila­gherà travolgente, nella sua gio­vinezza splendida, fino all'ultimo istante, diventando modello, tra­scinatore di giovani a Dio.
Ed era, don Antonio, docente di filosofia al Liceo Valsalice. Sa­peva incantare con le sue lezio­ni, sicure per dottrina e profon­de di erudizione, vivaci, brillan­ti, animate da grande affetto ver­so gli allievi. Li aiutava a co­gliere i grandi «perché» della vita, li dibatteva, passando in rassegna filosofi, letterati, studiosi, guidando i giovani alla ricerca della Verità. E annunciava con uno stile originale, conquidente la Verità che è solo Cristo, Via, Verità e Vita.
Senza lasciare la cattedra, co­minciò a percorrere l'Italia, ve­ro apostolo e missionario di Ge­sù: nelle parrocchie, negli in­contri promossi dall'Azione Cat­tolica, negli oratori, nelle scuo­le, nei cinema, con la sua paro­la sicura e forte, il suo stile alle­gro e scanzonato, a dire a tutti u-na sola stupenda parola: il Cri­sto! Lui il Redentore dell'uomo, la soluzione di tutti i problemi, dell'uomo e della società, in ogni luogo e tempo.
Sentì presto di dover farsi di­vulgatore di Cristo con la penna: cominciò con un libriccino dal titolo «Don Bosco diceva così» cui seguiranno più di 60 volumi, uno più bello dell'altro. Don Cojazzi presentava Gesù come il Salvatore e il Modello più alto e più affascinante da vivere ed in­sieme figure di credenti capaci di avvicinarsi a Lui. Uscirono dal­la sua penna brillante, dal 1913 al 1925, gli studi sul Manzoni, su Maritain, le biografìe di giovani eroici come Federico Ozanam (1913), Ernest Psichari (1918), Giosuè Borsi (1919), Adolfo Fer­rero (1919), libri che, tra i letto­ri, ebbero anche Pier Giorgio Frassati, ormai studente al Poli­tecnico e impegnato a testimo­niare Gesù sulla via di questi suoi «amici», già andati all'incontro con Dio.
Dopo la la guerra mondiale, don Cojazzi ebbe un'idea: a tan­ti giovani disorientati per le fal­se ideologie che si diffondevano era necessario offrire una rivi­sta piacevole, ricca di luce e di esempi, impregnata di Gesù vi­vo. Nel 1920, fondò la Rivista dei giovani. Dopo un anno, era già in deficit. Lui non si scorag­giò: don Filippo Rinaldi (allora «numero due» della Congrega­zione Salesiana) sostenne subito la rivista che uscirà per 28 an­ni. Grazie a don Toni, migliaia e migliaia di giovani scoprirono che Cristo non è una favoletta per bambini, ma è il Vivente, il Contemporaneo, Colui che ren­de bella e grande la vita, e pre­sero a incontrarlo ogni giorno nella meditazione del Vangelo, nella preghiera, nella Confes­sione e nella Comunione fre­quenti, nel servizio ai poveri, nell'impegno sociale.

Un libro, un best-seller
Il dolore più grande della sua vita, don Cojazzi, l'ebbe il 4 lu­glio 1925, quando a Torino, al tramonto, si spense a 24 anni, Pier Giorgio Frassati. La sera del funerale, scrisse un articolo per la sua Rivista dei giovani: «Non credevo di amarlo santo... Si par­lerà di lui a lungo, nei palazzi do­rati e nei casolari sperduti! Per­ché di lui parleranno anche i tu­guri e le soffitte, dove passò un angelo consolatore... Scriverò la sua vita».
Proprio a questo lo invitava il Card. Giuseppe Gamba, Arcive­scovo di Torino, l'indomani stes­so... Nel marzo 1928, uscì la vi­ta di Pier Giorgio Frassati, scrit­ta da lui: fu un successo strepi­toso. In soli nove mesi, vennero esaurite 30 mila copie del libro. Nel 1932, erano già state diffu­se 70 mila copie. Nel giro di 15 anni, il libro raggiunse undici e-dizioni e fu il best-seller dell'e­ditoria cattolica di quel periodo. Fu tradotto in 20 lingue. Non è un libro perfetto - come nulla è perfetto in questo mondo - ma segnò una svolta nella gioventù italiana. Grazie ad esso, Pier Giorgio diventò l'ideale addita­to senza alcuna riserva: «Ecco­lo, uno come voi, uno uscito dal­le vostre file, uno che ha saputo dimostrare che essere cristiano fi­no infondo, non è utopistico, ma una meravigliosa realtà».
La «cordata» di giovani amici alla sequela di Cristo, che Pier Giorgio aveva iniziato du­rante la sua breve vita, conti­nuò sconfinata, in Italia, in Eu­ropa, più lontano ancora. Mi­gliaia e migliaia di giovani, molti dei quali chiamati con il suo stesso nome di Pier Giorgio, da quei giorni fino ad oggi, ebbero l'esistenza tra­sformata per averlo conosciu­to tramite il libro di don Cojazzi. Il quale continuò a parlare di lui in tutta Italia, a voce, negli artìcoli, nella sua Rivista, negli incontri di direzione spi­rituale, dovunque, in modo che il nome dell'uno richiama an­cora oggi quello dell'altro. Per­sino il miracolo ottenuto da Dio, per intercessione di Pier Giorgio, e che lo porterà alla beatificazione il 20 maggio 1990, sarà documentato, per la prima volta da don Cojazzi, sulla Rivista dei giovani, il 15 novembre 1935.

Gesù solo, fino alla fine
Non è possibile narrare in bre­ve la poliedrica vita di questo a-postolo del nostro tempo: sarà necessario che qualcuno lo fac­cia, affinché siano conosciute il più possibile le meraviglie che Dio ha compiuto per mezzo di lui. Nessuno, al di fuori della Chiesa Cattolica, ha figure tanto grandi.
Il Vangelo, le lettere di S. Pao­lo, l'apologetica cristiana, la te­stimonianza di fede, l'amore ai più poveri, sono i «punti», che don Cojazzi sviluppò in migliaia di incontri, predicazioni, confe­renze, instancabile, su e giù per l'Italia, parlando come il cuore gli dettava, portando giovani e adulti all'incontro, al contatto vi­vo con Gesù, il Vivente, l'eter­namente giovane e amante. Dal­la sua scuola a Valsalice, dalla sua guida, sorsero, sulle orme di Pier Giorgio Frassati, decine e decine di giovani santi: Giaco­mo Maffei, Federico Vallauri, Giorgio De Micheli, Renato Sclarandi, Ferruccio Terinelli... sono soltanto alcuni nomi, ma non fi­niremmo più di citarne altri e al­tri ancora: una cascata di santità, attorno a questo prete dalla fac­cia che sembrava scolpita in un tronco d'albero, missionario su tutte le strade, con la chitarra in mano (che forse non sapeva suo­nare!), seminatore della gioia che viene solo da Cristo.
Era affascinante e conquista­va i giovani. Li polarizzava, co­me Don Bosco, attorno a Cristo, con tre amori, l'Eucaristia, la Madonna, il Papa; con la pro­posta dell'esistenza vissuta in in­timità con Dio e nel servizio ai fratelli più poveri con la carità, compendio di tutto il Vangelo...
Nell'ottobre 1953, scese a Sal­somaggiore per una predicazio­ne. Aveva 73 anni, ma arrivò a parlare anche sei volte in una giornata. Nella parrocchia di don Ersilio Tonini (oggi, illustre e no­to Cardinale di S. Romana Chie­sa!) l'ultima domenica d'ottobre, nel calendario liturgico di allora, festa di Cristo Re, don Cojazzi celebrò al tramonto la Mes­sa vespertina. Predicò sul Van­gelo del giorno: fu un inno trionfale al dolce Re, Gesù, che egli aveva servito con fedeltà, dal primo giorno. Concluse con le lacrime agli occhi, escla­mando «Viva Cristo Re», co­me i martiri di tutti i tempi, come il «suo» Pier Giorgio Frassati. Molti dei presenti piangevano di commozione, toccati dentro da uno che par­lava come se il Cristo lo ve­desse in faccia e se lo strin­gesse al cuore.
Fu l'ultima Messa, l'ulti­ma omelia. Due giorni dopo, l'infarto l'abbatté, come un soldato che cade sul campo. Appena accortosi che la mor­te era lì, a due passi, disse, se­reno, come chi va incontro all'Amore lungamente atteso: «In ogni modo, Deo gratias!». Era il 27 ottobre 1953.
Subito l'elogio più bello e più autorevole venne da Mons. Montini, pro-segretario di stato in Vaticano, il futuro Papa Pao­lo VI:
«Era molto amato; era mol­to seguito. Il suo nome, asso­ciato a quello di Pier Giorgio Frassati, di cui egli seppe fare splendido esempio di giovanile virtù cattolica, è e sarà tra quel­li più cari a quanti hanno lavo­rato per la rinascita cristiana del nostro paese».
Questo apostolo di Cristo, che nessuno poteva fermare, era par­tito di qui, dall'Ausiliatrice, che egli amava come un fanciullo e dalla quale veniva, scendendo dalla collina di Valsalice, ad at­tingere luce e coraggio per irra­diare al mondo il Figlio suo: dav­vero, come disse quel giorno del­la novena, in un maggio profu­mato di fiori: «... in principio, c'era la Madre».


Autore:
Paolo Risso

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Aggiunto/modificato il 2009-04-23

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