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Servo di Dio Romano Guardini Sacerdote

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Verona, 17 febbraio 1885 Monaco di Baviera, Germania, 1 ottobre 1968

Nato a Verona, un anno dopo la sua nascita la famiglia si trasferì in Germania. Fu ordinato sacerdote a Magonza. Caratteristica del suo pensiero è l'apertura verso numerosi e specifici problemi del suo tempo, come risulta dalla varietà dei temi che trattò e dall'imponente numero dei suoi scritti (quasi 500 tra libri, articoli, saggi e conferenze). Il compito che Guardini, filosofo e teologo, si era prefissato, consisteva nell'aiutare l'uomo a ricostruire quell'unità spirituale che si era lacerata nel mondo moderno. La sua causa di betificazione si è aperta a Monaco di Baviera il 16 dicembre 2017.



Profilo di Romano Guardini
Guardini, uno dei pensatori più importanti del Novecento, attinge dal Cristianesimo energie preziose, che diventano l'humus costante della sua vita e della sue opere. La sua ricerca abbraccia l'ambito della teologia, della filosofia, della letteratura e persino dell'estetica. I suoi scritti hanno come comune denominatore la meditazione del Mistero di Dio e la figura di Gesù Cristo come vera ed unica essenza del Cristianesimo: la teologia di Guardini, parafrasando H. U. von Balthasar, si potrebbe dire che l'opera complessiva di Guardini non è un corpus di studi redatto a "tavolino", bensì "in ginocchio", al cui interno gli intenti storico-filologici tanto cari a studiosi come Bultmann, passano in secondo piano rispetto a quelli mistici, metafisici, morali e pedagogici.
Come scrittore, Guardini adotta uno stile chiaro, dal ritmo per così dire "colloquiale": la parola che egli propone non cade mai nel semplicismo o nell'approssimazione, così come la ricchezza tematica a lui propria mai si impiglia in forme retorica stancante: come pochi, egli possiede il talento di esprimere in forma semplice - e mai riduttiva - le cose più difficili. Usa gli elementi dottrinali con estrema maestria: in tal modo, dalla sua penna, l'argomentazione più circostanziata e precisa sgorga libera e si sviluppa senza alcuna pesantezza. Michele Federico Sciacca, grande estimatore delle tesi guardiniane, nelle pagine de La Chiesa e la civiltà moderna (Milano, Marzorati 1969) lo descrive come «un dotto che non "mostra" la sua dottrina, ma sa scioglierla nella dinamica del pensiero in modo che la frase, densa di contenuto e nello stesso tempo cristallina e scorrevole, ne conservi il sapore senza paludamenti eruditi».
Nato a Verona il 17 febbraio 1885, l'anno seguente - il padre opera nel commercio internazionale -si trasferisce con la famiglia a Magonza. Italiano di nascita ma tedesco di adozione, le sue teorie, la sua visione del mondo e il suo pluridecennale impegno come docente nascono, crescono, convivono in un ambiente anche protestante. Dopo studi ginnasiali, conseguita la maturità classica e consumato un iniziale entusiasmo per le scienze naturali (nel 1903 si iscrive alla facoltà di Chimica dell'università di Tubinga, che abbandona dopo due semestri di studio) l'anno seguente, in autunno, si trasferisce a Monaco per studiare Scienze Politiche.
Il 1905 rappresenta un anno fondamentale nella sua storia personale. Sorge in lui il pressante problema di dare un senso e una direzione concreta alla sua vita. Anche i rapporti interpersonali con gli amici ed i compagni universitari gli indicano, seppur in modo indiretto, che la via corrispondente alla sua personale vocazione deve essere ancora intrapresa. Non senza inquietudine, si riavvicina in modo graduale - ma irreversibile - alla fede cristiana, così come gradualmente, in passato, se ne era allontanato seppur in modo parziale. Una domenica, partecipando alla messa in una chiesa in Oldenburger-Strasse, comprende una volta per sempre che il suo destino vocazionale è di natura ecclesiale e coincide con lo stato sacerdotale.
Hanno inizio così gli studi teologici a Friburgo (1906), a Tubinga (fino al 1908), quindi nel Seminario maggiore di Magonza, dove viene ordinato sacerdote nel maggio 1910. Emergono e prendo forma le prime sue feconde intuizioni teologiche e filosofiche, nonché un profondo interesse per la liturgia nella sua unità salvifica di verità e bellezza, alla quale fu introdotto dall'amico J. Weiger. Nell'agosto 1911 ottiene la cittadinanza tedesca, indispensabile per l'insegnamento nelle scuole ecclesiastiche, e comincia a svolgere i suoi primi incarichi pastorali.
Allo scoppio della prima guerra mondiale Guardini, a differenza dei suoi famigliari, decide di rimanere in Germania. E' il periodo in cui a Friburgo si laurea in Teologia con una tesi su San Bonaventura L'anno seguente presta servizio come infermiere presso l'ospedale di Magonza. Nel 1919 pubblica un piccolo testo che ha un grande impatto sul mondo ecclesiastico tedesco ed in generale europeo: si tratta di Vom Geist der Liturgie (trad. it. Lo spirito della liturgia, Morcelliana, Brescia 1996) Nello stesso anno fonda, insieme all'amico Richard Knies, la casa editrice Matthias Grünewald, attraverso cui pubblicherà i suoi primi lavori.
La prima metà degli anni Venti coincidono con l'inizio dell'attività di docente universitario: prima come libero docente a Bonn, poi a Berlino, dove l'università locale - ambiente in cui predomina il protestantesimo e il laicismo - lo chiama ad insegnare alla cattedra di Filosofia della religione e Weltanshauung cattolica, istituita appositamente per lui a partire dal 11 aprile 1923. Dalle prime lezioni nasce lo scritto Vom Wesen Katholischer Weltanschauung (trad. it. La visione cattolica del mondo, Morcelliana, Brescia, 1994).
Nel 1925 pubblica Der Gegensatz. Versuche einer Philosophie des Lebendig-Konkreten (trad. it. L'opposizione polare. Saggio di una filosofia del concreto- vivente, in Scritti filosofici, Milano 1964). In questo stesso anno viene nominato a presiedere il Quikborn, l'organizzazione che attraverso la sua azione diretta si trasforma da movimento giovanile in movimento ecclesiale con una spiccata passione culturale unita alla volontà di rinnovamento religioso. C'è da osservare che dai tempi della riforma di Lutero il cattolicesimo in Germania viveva in una condizione di inferiorità.
L'opera di Guardini si inserisce in un contesto spirituale e sociale in cui si respira un senso di disorientamento, un'atmosfera segnata dalla mancanza di un'identità. Il crollo dello stato prussiano ed i problemi sociali e politici del dopoguerra aggravano ulteriormente la situazione ed implicano una risoluzione costruttiva non solo sul piano pratico ma anche dal punto di vista interiore: vi era l'esigenza urgente, ed anzi impellente, di porsi a contatto con i problemi scottanti e potenzialmente pericolosi che gravavano sulle menti e sui cuori della gente, e soprattutto su quelli delle nuove generazioni. Guardini, come nota Franz Heinrich, «quale docente e predicatore universitario gli spetta il merito, unico nel suo genere, di aver dato sostegno spirituale e un solido orientamento di vita, al di là di tutte le delimitazioni confessionali, alle generazioni studentesche postbelliche, che avevano smarrito una mèta per la loro interiorità» (cfr. la sua Premessa, in Etica, Morcelliana, Brescia 2001) In questo contesto, oltre a quello di Guardini, nomi come Przywara, Lippert, Adam diventano noti non solo noti in madrepatria ma oltrepassano i confini della nazione.
Da questo momento in poi, parallelamente ai suoi impegni "pratici", continua i suoi studi e le ricerche improntate allo sviluppo sia del "distintivo" cristiano, raccogliendo materiale sia sulla figura di Gesù Cristo e la Rivelazione cristiana raccogliendo trattazioni di taglio teologico filosofico, pedagogico, antropologico ed etico finalizzate alla delineazione della concezione religiosa dell'uomo e del suo compito nel mondo. In tal contesto è del '29 la pubblicazione di Das Wesen des Christentums (trad It. L'essenza del Cristianesimo, Brescia, Morcelliana 1989): piccolo ma importantissimo saggio teologico in cui Guardini dimostra come l'essenza del Cristianesimo consiste nella persona divinoumana di Cristo stesso, che nella sua unicità storica e nella sue Gloria eterna costituisce la categoria che fonda e definisce l'essere, l'operare nonché la garanzia teorica di tutto ciò che è cristiano: «Il Cristianesimo non è una teoria della verità o una interpretazione della vita. Esso è anche questo, ma non in questo consiste il suo nucleo essenziale. Questo è costituito da Gesù di Nazareth, dalla sua concreta esistenza, dalla sua opera, dal suo destino».
Dal 1935 al 1939 pubblica importanti lavori monografici ed ermeneutici su pensatori come Pascal Agostino e Dostojevskij (cfr. Pascal, Morcelliana, Brescia 1980 e Pensatori religiosi, Morcelliana, Brescia), . Inoltre raccoglie in volume quattro anni di meditazioni tenute alla Messa domenicale per gli studenti universitari con il titolo Der Herr (trad. it. Il Signore. Riflessioni sulla persona e la vita di Gesù Cristo, Vita e Pensiero, Milano 1943): opera che, insieme al saggio sul poeta Hölderlin, che il teologo considerarla la sua più cara.
Con l'inizio della seconda guerra mondiale la cattedra berlinese di Guardini viene soppressa. Guardini è posto in congedo. Dopo due anni gli si proibirà addirittura di parlare in pubblico. La sua situazione in città ed i suoi rapporti con l'autoritarismo nazista si fanno sempre più problematici, così dal 43 al 45 Guardini è costretto a lasciare Berlino alla volta di un piccolo villaggio situato nel'Allgäu svevo. Questo ritiro forzato dall'insegnamento e dalla vita ecclesiale e culturale berlinese coincide con un periodo di sostanziale solitudine, in cui redige note e appunti autobiografici che verranno pubblicati postumi (cfr. Appunti per un'autobiografia, Morcelliana, Brescia 1986). Terminata la guerra viene reintegrato nell'insegnamento universitario all'Università di Tubinga, che lascia dopo tre anni per l'università di Monaco di Baviera.
Negli anni cinquanta ottiene il Premio per la Pace istituito dai librai tedeschi a Francoforte, e pubblica testi importanti come Das Ende der Neuzeit e Die Macht del '51 (cfr. La fine dell'epoca moderna. Il potere, Morcelliana, Brescia 1993). Nel 1956 Verona gli conferisce la cittadinanza onoraria.
Nel 1961 viene nominato membro della Commissione liturgica preparatoria del Concilio Vaticano II. L'anno seguente il principe Bernardo d'Olanda gli conferisce il premio Erasmo. I proventi economici che derivano da tale riconoscimento vengono da Guardini volontariamente devoluti all'Editrice Morcelliana affinché si dia inizio alla stampa dell'Opera Omnia, curata dal Centro Studi Filosofici di Gallarate. Nel 1965 declina l'invito di Paolo Vi che vorrebbe nominarlo Cardinale. Nello stesso anno pubblica il testo di meditazioni sulla realtà ecclesiastica che costituisce una sorta di testamento spirituale: Die Kierke des Hernn («La chiesa del Signore»). Muore l'1 di ottobre del 1968 a Monaco. La salma viene deposta presso la chiesa di San Lorenzo. Nel 1993 viene dato alle stampe il poderoso volume Ethik, Vorlesungen au der Universität München (trad. it. Etica, Morcelliana, Brescia 2001). Questo libro raccoglie le lezioni tenute da Guardini all'università di Monaco dal 1950 al 1962, anno finale dell'attività di Guardini come docente universitario.

Totalitarismo e libertà: Guardini e la vicenda della Rosa Bianca
Il totalitarismo è l'espressione di un Assoluto impersonale, avverso all'uomo e alle sue legittime esigenze. Sul piano sociale, al posto dei diritti naturali, fondati sulla liberta e sul senso di responsabilità, il totalitarismo istituisce ed impone una nuova legge dell'esistenza, che dice che l'uomo non è libero né responsabile ma sottoposto alle imposizioni necessarie di un apparato da lui stesso creato. L'apparato impersonale possiede le sue esigenze e l'uomo vi si deve sottomettere. Di natura contraria ed avversa a quella della persona, l'apparato funziona a patto che la persona "salti".
All'interno dell'apparato totalitario l'uomo è funzione dello Stato, come un dente nella bocca del Leviatano. Niente più di un ingranaggio, peraltro sostituibile, del sistema. Cosi come il comunismo, anche il nazismo possiede caratteristiche anticristiane e illiberali. I totalitarismi, di qualsiasi colore il loro utopismo possa agghindarsi, costituiscono sempre, in ultima analisi, esiti artificiosi di una dinamica religiosa. Hitler si sostituisce a Dio nel momento in cui si propone come unico e solo portatore di salvezza, attuando, come afferma Augusto del Noce nel suo saggio introduttivo a La nuova scienza politica di Eric Voegelin, (Borla, Torino 1968), «una trasfigurazione della natura umana attraverso un processo di autoredenzione (la rivoluzione sostituita alla grazia)»
Peraltro Guardini, oltre alle descrizioni più o meno dettagliate del fenomeno totalitario, si preoccupa di cogliere quella che considera la sua parte portante: «diciamolo con uno slogan: c'è un totalitarismo che viene dall'alto, ma anche un totalitarismo che viene dal di dentro». (La Rosa Bianca, cit. ) Dal di dentro, appunto: è qui che la libertà e la responsabilità personali giocano un ruolo fondamentale. Quando Guardini indica l'altra faccia del totalitarismo, indica la sua parte meno evidente, ma senza dubbio la più virulenta: il pericolo totalitario insito in interiore nomine deriva dalla soppressione della coscienza personale come luogo in cui vige la distinzione fra libertà ed arbitrio e dunque fra libertà e schiavitù. E della responsabilità come senso morale di tale distinzione.
Identificata la libertà con l'arbitrio, la capacita di iniziativa insita nell'uomo coincide con la mera capacità di trasformare o manipolare cose ed energie. Perciò anche l'iniziativa viene ridotta ad attività passiva, appesantita dal dovere a tal punto da contentarsi del "privilegio" di non essere più costretta a pensare con la propria testa: in cambio della libertà personale, il totalitarismo "libera" così l'uomo dal diritto - dovere di decidere e rispondere di sé a se stesso.
Hans e Sophie Scholl (25 e 21 anni), Alexander Schmoller (25 anni) Christoph Probst (23 anni) ed il professor Kurt Huber (49) sono i componenti del gruppo chiamato La Rosa Bianca. La loro mentalità non è quella idealista, né la casa del loro cuore è ubicata sulle nuvole. Non sono dei fanatici seguaci di un'ideologia e neppure - come direbbe l'Ortega y Gasset de La ribellione delle masse - dei "signorini insoddisfatti", pronti a reclamare diritti senza darsi pena di onorare neanche un dovere. Non sono un partito, né vogliono diventarlo: non è loro intenzione quella di organizzare o gestire luoghi o mezzi di potere: al contrario, essi rappresentano politicamente una forza disorganizzata, non legittimata da una esplicita adesione ad un partito o ancor peggio ad una qualche forma di utopia. Da questa prospettiva, la Rosa Bianca è tanto lontana da tattiche e strategie della guerriglia armata o della disobbedienza incivile, quanto aliena dalla malafede di compromessi e mediazioni inerenti ad una casta intellettuale legittimata ideologicamente.
In essenza, la Rosa Bianca è una piccola comunità amicale nata spontaneamente: un'oasi di amicizia, nelle cui temporanee frescure ci si permetteva l'inestimabile lusso di rigenerare la mente e il cuore, di scrollarsi di dosso il grigiore annichilente che avvolgeva e soffocava la società tedesca del tempo, atrofizzando il senso critico dei singoli che a tale società davano forma. Di sicuro rappresentano una forza debolissima, soprattutto se paragonata ai potenti mezzi del Reich. E proprio a Monaco di Baviera, considerata la culla del nazionalsocialismo.
Alla violenza dello status quo nazista, la cui propaganda coincide con la propagazione, scientificamente attuata, di terrore e menzogna, la Rosa Bianca si oppone attraverso atti ispirati da un'insopprimibile esigenza di libertà. Esigenza che diventa anelito costante, vocazione permanente, la cui robustezza viene confermata ogni volta e fino alla fine: anche di fronte all'arresto, alle torture, alla morte - per decapitazione - che non ha risparmiato nessuna di queste giovani vite.
Alle urla della massa intruppata da Meister Goebbels, essi oppongono parole. Parole scritte su carta, sebbene non per questo meno eloquenti. Parole e carta, questo il mezzo adottato. Con l'ausilio silenzioso di qualche scritta sui muri della città. Qualche scritta sui muri e sei volantini, diffusi prevalentemente per via postale, nei quali la parola più ricorrente ed incisiva è: LIBERTA'. Piccoli documenti cartacei ciclostilati e distribuiti alla gente, nel tentativo di scuotere le coscienze di fronte ad un incubo spacciato per realtà dal Big Brother hitleriano. Quattro di questi - i primi ad essere distribuiti - portano il titolo Flugblätter den Weissen Rose (Volantini della Rosa Bianca). Sugli altri due, che vengono ciclostilati in qualche migliaio di copie, campeggia la scritta Volantini del movimento di resistenza in Germania.
Peraltro, questi giovani non erano culturalmente sprovveduti. La loro sete di sapere è al contempo richiesta di radicamento interiore, di apertura all'istanza religiosa in modo tale da poterla viverla in modo genuino, forte. Il loro retroterra culturale non si limita di certo al Mein Kampf di Hitler, ai libelli dell'ideologia ariana, agli pseudosaggi di antropologia genetica e razziale approvati dalla Weltanshauung nazista. Fra i giovani petali della Rosa Bianca e la loro decisione per la libertà - atto concreto di iniziativa seppur fra i più pericolosi ed infine tragici - vi è una mediazione culturale e formativa di ben altro spessore. E la presenza di persone adulte, di teologi, di filosofi, di letterati. Oltre a quello di Guardini, emergono i nomi Carl Muth e Teodor Haecker. Il primo, editore e pubblicista cattolico, dirige fino al 1941 la rivista di storia e cultura politica "Hochland", che, indipendente dal regime e dalla sua ideologia subisce una totale censura. Per suo tramite Hans Scholl incontra le opere di scrittori come Claudel, Péguy, Bernanos, Turgenev, nonché la filosofia di Pascal, Kierkegaard, Maritain.
Il secondo, Teodor Haecker, studioso nonché traduttore dei lavori di Kierkegaard e di Newman, è l'autore di un libro intitolato Che cos'è l'uomo? , le cui argomentazioni possiedono una impostazione personalistica, al modo di Mounier. A questi va aggiunto il nome di Otl Aicher, assertore del primato della cultura sulla biologia, della finalità sulla causalità, teso a far affiorare una dopo l'altra le aporie di un socialdarwinismo antisemita ed in generale antiumano. Inoltre, dalla Rivelazione e della metafisica trae gli antidoti allo storicismo di Hegel - che deifica lo Stato - e dell'idealismo di Fichte, in cui il cittadino consegna allo Stato le chiavi della sua vita individuale e comunitaria.
Chiamato a commemorare questi giovani e a riflettere sul senso del loro gesto, Guardini si domanda: «su quale bilancia si pesa la vita di un uomo? Secondo quale ordine si tirano le somme, da cui risultano il guadagno e la perdita di questa vita, e appare chiaro il suo senso ultimo? Di fronte alla natura non si può parlare di bilancia, perché tutto va come deve andare secondo la sua legge intrinseca. Ma nell'uomo l'agire e l'essere sono affidati alla libertà, e libertà significa che si può fare qualcosa di giusto, ma anche di sbagliato, che si può preservare qualcosa ma anche che qualcosa si può corrompere. Qual è dunque la bilancia, e quale l'ordine? ». (cfr. La Rosa Bianca, Morcelliana, Brescia 1994)
Una via che conduce alla verità e alla reale consistenza della vita di persone che magari non ci è stato concesso di conoscere direttamente, dice Guardini, è quella di chiedersi quali idee essi hanno servito, quali valori hanno posto a fondamento delle loro azioni, quali orizzonti essi ponevano di fronte al loro sguardo. Certo, si deve ammettere che non vi è un'unica bilancia né un solo ordine. La realtà in cui viviamo è molto più ampia e variegata del panorama monocolore che una presa di posizione unilaterale può fornire. Ma anche se gli ambiti dell'esistenza sono molteplici e la stessa realtà quotidiana possiede una sua indiscutibile complessità, attraverso la chiarezza e la semplicità delle argomentazioni di Guardini, possiamo disporre tali ambiti sotto tre fondamentali angolature visuali, ciascuna delle quali, pur possedendo una sua specificità si connette alle altre in modo armonico.
A) Il primo aspetto si riferisce all'ambito delle cose materiali affidate all'uomo: ambito in cui le cose sono condotte a realizzare la loro intrinseca finalità, tale da poter essere usate con intelligenza e non stupidamente abusate affinché l'uomo, e con esso una società che possa e voglia dirsi civile, raggiunga un grado di legittimo e ragionevole benessere. Il rapporto con le cose è significativo perché per suo tramite si esterna il senso di responsabilità che ognuno nutre non solo nei confronti della propria vita individuale, ma anche nei confronti di quelle altrui: è un ordine da rispettare, dice Guardini, poiché riposa «sulla natura del creato, sulla fiducia e sull'accortezza, e si afferma nella prosperità dei rapporti umani»: poiché infine i rapporti con le cose implicano quelli con le persone.
Nell'ambito delle cose trovano cittadinanza la realtà domestica e famigliare nonché quella professionale e lavorativa, al cui interno l'agire si estrinseca anche tramite la cura e la fruizione delle cose di cui si dispone che vengono acquisite ed utilizzate a fini determinati. Sotto questo punto di vista, è inoltre possibile includere forme politiche come la vita comunitaria, sociale e più in generale quella statale, il cui principio cardine è quello della retta amministrazione, che di per sé riconduce ai rapporti con le cose delineati poco sopra.
B) Un secondo ordine è quello dell'azione e della creazione umane, che trova piena legittimazione nella misura in cui realizza nel concreto una chiamata interiore che fonda e sostanzialmente dirige l'operatività umana. Questo è l'ambito della scoperta e dell'intraprendenza; della creatività come opera intelligente che armonizza i rapporti umani, che fonda l'autorità e il diritto non sull'autoritarismo e l'arbitrio ma sulla forza propulsiva della libertà, dalla capacità di innovazione mentale e materiale che interagisce con le possibilità storiche, le esigenze contingenti, le possibilità che il mondo può fornire. L'uomo non è soltanto un mero trasformatore di energie come ogni tipo di forma totalitaria tende a ridurlo, ma una persona al cui interno possiede la capacità di iniziativa e, ad essa connessa, il dovere della responsabilità. Per Guardini, dire responsabilità significa dire coscienza: coscienza di ciò che si pensa e di ciò che si fa: e dei modi in cui si pensa ed in cui si fa.
Le azioni umane non sono atti estemporanei, privi di conseguenze. Ogni atto ha le sue ripercussioni, ora impercettibili ora dirompenti, sulla realtà umana nella sua globalità. Libertà e coscienza sono pertanto indissolubilmente legate l'una all'altra: non esiste libertà senza coscienza, né del resto è possibile che vi sia coscienza in mancanza di libertà. Ma i diritti naturali della persona non appartengono solo ad un singolo individuo, o comunque solo ad alcuni e ad altri no: un diritto elementare è al contempo un diritto universale: se così non fosse la libertà diventerebbe arbitrio - e l'arbitrio non è una forma di libertà, ma di schiavitù. Per questo il diritto della propria inviolabilità implica il rispetto per quella altrui; il diritto a scegliere un lavoro consono alle proprie capacità ed inclinazioni passa attraverso la concezione del lavoro non solo come fonte di guadagno ma anche come opera responsabile nei confronti di tutti; così come la proprietà personale come diritto si accorda al dovere di riconoscere quella acquisita dagli altri. Questo ambito esige perciò grandezze non quantificabili in numeri, ma in qualità interiori: anche qui, nota Guardini, esiste un peso tramite cui misurare l'uomo e le sue azioni: «se è attento e risponde alla chiamata che giunge dallo spazio del possibile; se è puro in spirito e non confonde la chiamata coni desideri egoistici; se è pronto a prendere su di sé le angosce e i dolori del divenire». Anche accettare il rischio del discernimento, che volte comporta il rischio di giudicare errato ciò che in realtà è solo inconsueto, non quotidiano.
C) Ma oltre a questi due ambiti, che si definiscono rispetto alle cose e alla vita umana, che in un certo modo le legittima e le garantisce, vi è una dimensione ulteriore che, come sostiene Guardini, non è fondata in questo mondo, non è garantita dalla realtà e che di conseguenza non si può comprendere facendo leva esclusivamente su essa, poiché la sua origine è collocata nell'universo trascendente, che è "mondano" solo per "intersezione". Se nei primi due ambiti possono essere adottati criteri derivati dall'esperienza immediata, dice Guardini, qui quegli stessi criteri darebbero risultati fuorvianti. La grandezza di Cristo è la grandezza di un amore soprannaturale, di un sacrificio gratuito dall'esito decisivo. E' un evento di verità e amore la cui comprensione inizia attraverso l'inquietudine della coscienza che percepisce il paradosso di una credibilità inaudita, non di rado protesa fino al limite di un'apparente assenza di senso: e prosegue con la cognizione che tale privatezza di senso costituisce, in realtà, il senso ultimo tutto ciò che è, per compiersi in quell'abbandono dettato dalla fiducia nella presenza di un oltre che solo una fede vissuta con occhi limpidi può fornire. Come ben scrive Michele Nicoletti, qui si parla «di un'altra forma di esistenza che non ha nessun fondamento umano o mondano e che pure è dentro le possibilità umane perché Dio stesso ve la ha inserita. E' questa l'esistenza di Cristo e che con Cristo può essere percorsa da ogni uomo (...) E' così l'etica del sacrificio che sfugge ad ogni calcolo umano viene messa nel conto di Dio e diventa, nella storia stessa, decisiva (...) Nei sotterranei della storia alcuni "patiscono" per la liberazione di molti, anche se i molti ne sono inconsapevoli».
Secondo Guardini, il loro comportamento si può capire solo partendo da una tale prospettiva infinita, la sola capace di dare senso e significato a tutto ciò che è finito: «di certo hanno lottato per la libertà dello spirito e per l'onore dell'uomo, e il loro nome resterà legato a questa lotta. Nel più profondo hanno vissuto però l'irradiazione del sacrificio di Cristo, che non h bisogno di alcun fondamento nell'esistenza immediata, ma sgorga libera dalla fonte creativa dell'eterno amore».
L'uomo non crea la verità, ma agisce conformemente ad essa. Abita nel mondo ma è al contempo al di fuori di esso. E' un essere collocato fra tempo ed eterno. Il cristiano non può essere solo un critico della realtà, evitando gli onori e gli oneri connessi alla testimonianza della sua fede. I ragazzi della Rosa Bianca hanno optato, per dirla con Juan de la Cruz, non per il più facile, ma per il più difficile. Hanno dimostrato che si può vincere non solo ad Austerlitz, ma anche a Waterloo. Sebbene in modo completamente avulso dai canoni mentali solitamente ricorrenti.
La vicenda della Rosa Bianca non resta solo un fatto di cronaca, buono a riempire transitoriamente le pagine dei quotidiani e magari quelle di qualche settimanale. Per la sua portata intrinseca, lo si può collocare nell'ordine degli eventi storici. La cronaca è ciò che passa e va, senza lasciare tracce profonde e comunque segni duraturi: essa subisce lo stesso destino di un trenino di orme lasciato sulla battigia dal passaggio di un bagnante. Anche la storia passa e va: non del tutto. La cronaca usa l'inchiostro simpatico, laddove la storia usa quello indelebile: le sue impronte, piccole o grandi che siano, rimangono inscritte nella coscienza delle persone che la vivono come attori e spettatori di percorsi personali che di continuo si intrecciano, dando forma e sostanza a quel mistero che molto semplicemente possiamo chiamare vita.

La visione cattolica del mondo: fede, realtà, concretezza
Specialmente in ambito filosofico, Weltanschauung è un termine adottato spesso, e di certo non univoco: in questo campo è utilizzato in molti modi e sotto diverse prospettive teoretiche. Chi lo adotta lo investe di una valenza semantica specifica, con specifiche connotazioni e particolari sfumature. Se il termine è di per sé problematico, altrettanto problematico è il tentativo di tratteggiarne una storia. In via sintetica e comunque incompleta, potremmo notare che lo si trova in Kant, nelle meditazioni di Hegel, nelle opere di Goethe. Che è stato diffuso ampiamente dal movimento romantico, in particolare con J. J. Görres e W. Von Humbolt, ed ha ricevuto una legittimazione teorica, in senso storicistico, da pensatori come Dilthey e Troeltsch.
La visione-del-mondo di cui parla Guardini si pone su un piano ulteriore rispetto a quello della filosofia. Quando parla di Weltanschauung, e più precisamente di christliche-katholische Weltanschauung (visione del mondo cristiano-cattolica), Guardini indica uno sguardo integrale, un vedere che si fonda sulla fede e con essa abbraccia il mondo nella sua realtà viva. Visione unitaria del centrale e del periferico che si sviluppa sulla scorta di un rapporto interattivo fra persona, mondo e Dio, coinvolgendo momenti teorici ed atti pratici nel loro essere sintesi di astrazione e concretezza. Non a caso la fede di cui parla Guardini non è sinonimo di fideismo. La fede è un dono di Dio, un dono che l'uomo non può inventare dal nulla e che non può farsi da sé. Guardini su questo tema è esplicito: «credere non significa soltanto contare su possibilità soprannaturali, non soltanto sentire, dietro e oltre un aldiquà che unicamente si sente solido, ancora un indistinto e incerto aldilà. Credere non significa aggrapparsi in alto quando il nostro aldiquà fallisce» (cfr. La visione cattolica del mondo, Morcelliana, Brescia 1994).
Parlare di visione-del-mondo dal punto di vista cattolico significa anche definire una dimensione diversa da quella strettamente scientifico-tecnologica. La scienza e la tecnologia, intese dal punto di vista dei loro sviluppi teorici e pratici, sono caratterizzate da una sempre maggiore specializzazione. E sebbene anche il discorso scientifico e tecnologico intenda convergere all'unità, tale unità è una sintesi, per così dire, che avviene in seconda battuta, in cui le parti vengono prima del tutto. Una sintesi che opera per gradi su ciò che è inizialmente diviso: «le singole scienze prendono la totalità come meta finale che risulta dalla composizione delle particolarità. Ma il loro cammino verso tale meta è senza fine; è la meta ci mai si arriva». (La visione cattolica del mondo, cit. ).
Ciò di cui parla Guardini, invece, è un moto conoscitivo ed unitario che è tale sin dall'inizio. Un atto capace di abbracciare la totalità dell'essere, determinata nel concreto, già in prima battuta: anche qui c'è un progresso di conoscenza, ma «verso una sempre maggior profondità, pienezza e chiarezza all'interno della totalità colta immediatamente, o almeno intesa». La possibilità di vedere il mondo non solo nella sua superficie ma anche nella sua profondità appartiene all'ordine della contemplazione non a quello dell'azione.
Lo "sguardo", anche quando si concentra su cose singole, rimanda ad una prospettiva globale, che ripristina la cifra della verità intera trascendente che garantisce la credibilità delle verità parziali e immanenti. L'uomo può pensare al tutto, può partire dal tutto, alla condizione che lo faccia con tutto se stesso. Nella teoria di Guardini l'uomo non è solo: e non lo è nemmeno quando è solo con se stesso. Esiste in lui, come direbbe Agostino, qualcosa che gli è più intimo di sé a se stesso: la verità interiore che pur essendogli immanente, lo trascende all'infinito: ed è in questa cifra trascendente che si fonda in concreto la Weltanschauung guardiniana. In essa la globalità e la singolarità sono date l'uno nell'altra. Perciò la totalità contemplata non è la semplice addizione di tutte le prospettive settoriali o dei punti di vista individuali presenti nel mondo: la totalità è un risultato che è sempre infinitamente più della somma delle singole parti.
Guardini vuole implicitamente dimostrare che l'adesione alla fede non implica la riduzione dello spazio della libertà personale, né comporta, di conseguenza, l'inibizione esistenziale umana nei confronti della realtà. Al contrario, una visuale cattolica ha tutte le carte in regola per estendere ed approfondire la concezione del mondo e della persona, attraverso una chiarificazione della realtà fruibile dal credente anche a prescindere dal suo grado di preparazione culturale e dai trascorsi insiti nella sua storia personale. La fede non è sinonimo di chiusura nei confronti del mondo, ma bensì di apertura a tutto quanto di vero, di buono, di bello esso può offrire.
In tal senso, il cristiano possiede la possibilità di vedere cose, persone, situazioni con occhi nuovi. Di cogliere l'essenza realizzata nella concretezza, come unità di forma e contenuto. Di contemplare le cose nella loro specificità, ma senza escluderle dal contesto globale in cui esistono. Un atteggiamento che contempla il mondo in modo limpido, riconoscendo in esso sia l'elemento particolare, sia l' aspetto unitario: di fronte allo sguardo cattolico non esiste il mondo "in genere", ma questo mondo.
La Weltanschauung del cristiano non è perciò pretesa di vedere Dio "faccia a faccia", quindi, bensì di intuire la Sua presenza e dunque di avere intelligenza del senso del creato e delle opere che in esso si compiono: è lo sguardo "religioso" che vede le cose provenire da Dio: e da Dio affidate all'uomo perché ne fruisca con libertà e responsabilità secondo il suo bisogno. Perché attraverso l'uomo il creato possa adempiere la sua intrinseca finalità e ritornare a Dio.
In tal modo, la persona vede rinnovarsi ogni volta la possibilità di cogliere il mondo non nella sua genericità materialmente superficiale o cerebralmente astratta, bensì nella sua unità concreta: unità nella molteplicità, direbbe Rosmini. Chi si dispone ad una tale capacità percettiva, ad una così ampia e profonda visuale prospettica, cose e persone appaiono tutt'altro che superficiali o genericizzate, ma nella loro irripetibilità e nella singolarità della loro propria storia. Attraverso un tale sguardo, si coglie nel mondo della creazione verità e bellezze che altrimenti, nella migliore delle ipotesi, rimarrebbero in penombra.
Un tale capacità di visione è possibilità personale che per concretizzarsi richiede una distanza, una giusta misura, disponibilità ad incontrare l'inatteso che, in sintesi, «apertura verso ciò che è particolare, acutezza d'orecchio per il timbro tutto proprio di un oggetto e una coscienza dall'impegno vincolante, che possa reggere davanti alla forma e situazione irrepetibilmente vive».
Se, come gia accennato, la visione del mondo cristiano-cattolica è tale perché le è propria la caratteristica dell'universalità, allora essa dispone come oggetto primario un orizzonte globale in cui la persona trova la collocazione armonica di tutto ciò che compone il mondo. Un orizzonte in cui, così come avviene nell'autentica opera d'arte, vige l'armonia di disegno, dettaglio, cornice. Così come nella sinfonia musicale vige l'accordo fra i vari strumenti, che pur suonando di concerto, ognuno mantiene la sua irrinunciabile specificità.
Guardini non muove da concetti astratti, ma parte dal concreto vivente: è la realtà il terreno più consono a muovere i primi passi. Una realtà formata da persone, circostanze, ordinamenti e modi di pensare che formano una storia che viene da molto lontano. Una storia che rappresenta l'oggi, la contemporaneità, ma che al contempo rimane legata a passato e futuro così come il fiume collega foce e sorgente: poiché l'oggi che essa contempla è l'irripetibile eppur insostituibile momento in cui perennemente si compie il passato ed al contempo si prepara il futuro.
Il pensiero e l'azione della persona sono soprattutto pensieri ed azioni che si incarnano nella materia del mondo, e perciò è questa stessa materia ad essere unitariamente abbracciata. La persona in tal senso attua un moto di apertura che la pone oltre i confini dell'individualità. Se l'uomo rimane in se stesso, dice Guardini, ed accetta solo ciò che gli appare immediatamente evidente, rischia di scambiare la realtà con la sua mera superficie. E di non vedere il mondo con occhi nuovi.

Frasi e passi tratti dalle opere di Romano Guardini
«Il Cristianesimo non è una teoria della verità o una interpretazione della vita. Esso è anche questo, ma non in questo consiste il suo nucleo essenziale. Questo è costituito da Gesù di Nazareth, dalla sua concreta esistenza, della sua opera, dal suo destino». (L'essenza del Cristianesimo, Morcelliana, Brescia 1984)
«L'uomo è uomo soltanto con Dio e in Dio». (Diario. Appunti e testi dal 1942 al 1964, Morcelliana, Brescia 1983)
«Il compito dell'uomo è di andare a Dio e di condurre a Lui il mondo delle cose». (La visione cattolica del mondo, Morcelliana, Brescia 1994)
«In nessun ambito la profanazione della parola, lo svuotamento dell'agire, la vanificazione del segno è così terribile quanto nella vita religiosa». (Lo spirito della liturgia - I santi segni, Morcelliana, Brescia 1996)
«Non c'è nessuna libertà senza coscienza - tanto meno può esservi coscienza, responsabilità morale in un essere che non è libero». (La Rosa Bianca, Morcelliana, Brescia 1994)
«Di certo nessuna grande azione, nessuna opera autentica, nessuna relazione umana sincera è possibile senza che l'uomo vi arrischi ciò che è suo». (La Rosa Bianca, cit. )
«Quando il mondo interno si preclude una via d'uscita, si irrigidisce, si fa tetro e fascia l'uomo come un carcere. La parola abbatte questo carcere, eleva dalle tenebre alla luce e fa manifesto ciò che era conchiuso. Essa rende capaci di mettere le cose in chiaro e di superare se stessi». (Il testamento di Gesù. Pensieri sulla S. Messa, Vita e Pensiero, Monza 1950)
«La parola rettifica i rapporti sociali, nella comunità e nella storia. Essa rende liberi». (Il testamento di Gesù, cit. )
«Chi pensa davvero deve imparare ad andare oltre l'apparenza dell'ovvio e a immergersi nelle profondità abissali». (Accettare se stessi, Morcelliana, Brescia 1992)
«Solo dall'accettazione di sé parte una via che conduce al vero futuro, per ciascuno al proprio». (Accettare se stessi, cit. )
«L'arte delinea in anticipo qualcosa che non è ancora presente. Essa non può dire come diventerà; tuttavia garantisce in modo misteriosamente consolante che avverrà. Dietro ogni opera d'arte si dischiude, per così dire, qualcosa. Qualcosa s'innalza. Non si sa né che cosa, né dove, ma nel più profondo si sente la promessa». (L'opera d'arte, Morcelliana, Brescia 1998)
«Ogni autentica opera d'arte, anche la più piccola, è come un mondo: uno spazio ben disposto e ricolmo di significati in cui si può entrare guardando, ascoltando, muovendosi». (L'opera d'arte, cit. )
«Perché un ordine sia accettato e perché non riesca gravoso a colui che riceve, bisogna essere capaci di comandare». (Lettere dal lago di Como, Morcelliana, Brescia 1993)
«La vita pulsa anche nelle più lontane membra. La varietà della vita si manifesta in mille piccoli particolari. Poiché ogni portale, ogni cancello, ogni scala, ogni proverbio e ogni costume, ogni arte e ogni tradizione traggono la loro esistenza e la loro forma particolare dalla vita». (Lettere dal lago di Como, cit. )
«Qualsiasi banalità viene raccontata facendo ricorso a paroloni». (Lettere dal lago di Como, cit. )
«L'uomo ha certamente bisogno di strumenti ausiliari, in gran numero e il più possibilmente perfezionati. Tuttavia essi rimangono sempre un aiuto». (Lettere dal lago di Como, cit. )
«Non dobbiamo irrigidirci contro il nuovo, tentando di conservare un bel mondo condannato a sparire. E neppure cercare di costruire in disparte, mediante una fantasiosa forza creatrice, un mondo nuovo che si vorrebbe porre al riparo dai danni dell'evoluzione. A noi è imposto il compito di dare una forma a questa evoluzione, e possiamo assolvere tale compito soltanto aderendovi onestamente; ma rimanendo tuttavia sensibili, con cuore incorruttibile, a tutto ciò che di distruttivo e di non umano è in esso». (Lettere dal lago di Como, cit. )
«la cultura (...) è (...) il grado di vigile attenzione, intensità, attitudine al pluralismo e finezza con cui la persona recepisce la ricchezza dei valori propria dell'esistenza, ma anche il grado di sicurezza con cui non si disperde in tale ricchezza di valori, conservando la capacità di adottare una scelta sua caratteristica, che regga la sua vita». (Etica, Morcelliana, Brescia 2001)
«Da ciò che è vero nasce quanto è giusto». (Etica, cit. )
«Il bene è l'autorealizzazione dell'uomo, corrispondente alla verità della sua natura». (Etica, cit. )
«Il comportamento morale è possibile solo là dove vi è libertà». (Etica. cit. )
«Io posso comprendere in assoluto me stesso solo in ragione della libertà, così come in virtù della conoscenza spirituale». (Etica, cit. )
«L'azione libera ha (...) un carattere particolare: parte dal principio interiore di vita, dal moto autonomo dello spirito, dalla decisione con la quale dispongo del mio essere». (Etica, cit. )


Autore:
Fabrizio Gualco

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Aggiunto/modificato il 2009-05-12

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