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Eriberto Frass de Friedenfeldt Fanciullo

Testimoni

Inzersdorf, Austria, 26 aprile 1903 - 8 novembre 1917


Nelle vicinanze di Vienna, circondato da una selva, si trova il magnifico convitto Kalksburg per ragazzi, diretto dai Padri Gesuiti. Quanti caratteri vi si sono temprati alla vita! Quante anime giovanili vi hanno attinto l’entusiasmo per la virtù e per la religione!
Uno dei convittori fu anche Eriberto Frass, nobile de Friedenfeldt, figlio di un imprenditore, nato ad Inzersdorf presso Vienna il 26 aprile 1903. Più tardi il fanciullo si compiaceva assai del suo giorno natalizio, perché coincideva con la festa della Madonna del buon Consiglio e prese ad onorare la gran Madre di Dio con tenero filiale amore.
Quando nacque, un angioletto invisibile scese con volo silenzioso alla culla del bambino e gli accese una stella nel piccolo cuore, l’amore alla musica. Già negli anni dell’infanzia rivelò il suo genio musicale; egli pareva trasfondere nelle corde del violino gli affetti del suo cuore: la pietà, il dolore o la gioia prendevano suoni ora teneri e sentimentali, ora tristi o gioiosi. Tale era il piccolo giullare di Gesù.
Eriberto ebbe la fortuna di avere una buona mamma. Bambino di due anni, fu portato dai suoi parenti al santuario d’Altötting, in Baviera. Nel convento di S. Anna ricevette in dono una piccola scatola di marmellata di cotogne. Il Padre Cappuccino disegnò sul coperchio l’immagine del Cuore di Gesù; poi, chiesto come si chiamasse il bambino, gli disse: «Vedi, Eriberto! Io scrivo subito il tuo nome nel. Santissimo Cuore di Gesù, che tu non dovrai più abbandonare».
Così dicendo, scrisse sotto il disegno: «Conservati buono!» Con la data 19 maggio 1905.
Eriberto, per quanto allora fosse piccino, non dimenticò più quell’avvenimento della prima infanzia.
«Se io tengo fermo a quel "conservati buono!"» soleva dire «Gesù non mi cancellerà mai dal suo Cuore». Anche la scatola della cotognata, invece di gettarla via, la conservò religiosamente e la convertì in un salvadanaio per le Missioni.
«È un’opera» diceva «che piace tanto al Cuore di Gesù!».
Eriberto era pio. D’indole molto allegra e sempre di buon umore, bastava che sentisse parlare di Dio e subito si ricomponeva in devoto silenzio; allora dai grandi occhi traluceva la gioia dell’anima sua pura e piena di Dio. Lo sfondo della sua natura, anche sotto la vivacità infantile, era serio. Un giorno che si trovava con la mamma in giardino, dirimpetto al cimitero, domandò:
«Mamma, che avviene degli uomini quando muoiono? È vero che si seppelliscono nel cimitero?».
«Sì, Eriberto, ma solo il corpo dell’uomo viene sepolto; l’anima se ne va al buon Dio, se è stata buona, e resta con Lui per sempre in paradiso».
«Oh! Allora, mamma, la morte è la più bella cosa che vi sia, se ci porta a Gesù!».
Con un semplice "per amor di Gesù" si otteneva da lui qualsiasi cosa. All’età di cinque anni, in seguito ad uno storpiamento dei piedi, cominciò a zoppicare. Allora il medico legò insieme la parte inferiore di ambedue le gambe con una fasciatura, e fissò delle assicelle tra le ginocchia per tener separata e distesa la parte superiore; così il piccino, per un’ora o due nel giorno e per tutta la notte, doveva giacere immobile. Spesso prima d’addormentarsi dava in un dirotto pianto al pensiero di non potersi muovere, ma quando gli si accostava la mamma e gli suggeriva: «Eriberto, Gesù vuole che tu sopporti da forte questa piccola croce per Lui!», allora sparivano le lacrime e si addormentava con un sorriso.

La Prima S. Comunione
Eriberto aveva tre difetti: da una parte era pigro ed indolente, dall’altra facilmente suscettibile e iracondo, ed era anche goloso.
Ma già si avvicinava il giorno della sua prima Comunione, il 14 aprile 1912. Bisognava commuoversi al vedere con quanto zelo si preparasse a questa festa. La volle far finita con le ghiottonerie, faceva buon viso ad ogni cibo e, nelle ultime tre settimane, rompeva il silenzio soltanto se era interrogato. Nelle ore di vacanza prendeva il suo violino o sedeva all’armonium, per dar sfogo ai sentimenti del suo cuore. Cominciava di solito con un confuso groviglio di note ora forti, ora tenere, che diventavano via via più legate e armoniose, finché ne usciva un dolce Asperges me o una canzoncina alla Madonna.
Così si approssimava il bel giorno della prima Comunione. Eriberto lo attendeva con tutto l’ardore dell’anima, desideroso com’era di accostarsi alla mensa degli angeli.
Nell’atto di ricevere la Comunione, egli domandò a Gesù la grazia di non offenderLo mai col peccato mortale e di far sempre fedelmente la sua volontà. A casa diede libero sfogo alla gioia del suo cuore con liete canzoni accompagnate dal violino.
Da quel giorno la sua pietà si animò sempre più di uno spirito squisitamente eucaristico; ogni domenica e festa si accostava alla S. Comunione, combatteva con grand’attenzione i piccoli difetti e moltiplicava gli atti di virtù. Qualche volta, in mezzo all’allegra spensieratezza del gioco, d’improvviso si faceva serio e silenzioso; nessuno sospettava il perché, se non quando egli stesso confessava alla mamma che in quei momenti recitava in cuor suo la prediletta giaculatoria: «Sia lodato e ringraziato ogni momento il santissimo e divinissimo Sacramento!».

Il piccolo apostolo
Un giorno uscì dalla chiesa tutto raggiante di gioia.
«Mamma» esclamò «ho da raccontarti una gran bella cosa ... Il signor. catechista mi ha domandato se conoscevo i fiori che stanno sull’altar maggiore. "Sì, sono gigli", gli ho risposto. Ed egli mi disse che quei gigli li avevano portati in onore di S. Luigi; poi mi ha raccontato la vita del santo giovane».
Eriberto allora ripeté la vita di S. Luigi: come egli amava ardentemente Gesù Signore, come pregava infiammato di santo zelo e come riconduceva al buon Dio molti dei suoi compagni.
«Voglio far così anch’io» pensava «voglio diventare anch’io un S. Luigi».
Fu allora che Eriberto si propose di farsi un piccolo apostolo. Faceva parte con altri della sua merenda, donava quaderni e pennini e matite, distribuiva graziose immaginette di Santi e incoraggiava i suoi compagni ad accostarsi con lui alla S. Comunione. Né questo gli bastava. La sua fine perspicacia aveva notato la miseria morale di molti figli di operai e il bravo ragazzo sognava già il suo piano di conquista.
«Mamma» diceva di frequente «bisogna fabbricare una chiesa al S. Cuore di Gesù, perché tutti i fanciulli possano accostarsi al divin Redentore». E con zelo industrioso e commovente raccoglieva offerte, dalle più generose fino al soldino del povero, purché si costruisse la casa di Dio. Il progetto non si poté purtroppo realizzare, ma egli ebbe almeno la gioia di vedere restaurata una cappella e restituita al culto divino.
Quell’anima pura di Eriberto, volendo impedire il peccato, non esitava a essere in compagnia di ragazzi cattivi. La mamma ne era impensierita, temendo che il suo figliolo imparasse il male e un giorno gli fece osservare: «Ma come puoi andare con quei compagni?».
«Vedi, mamma» rispose «se io non ci sono, restano soli e parlano di film (poco buoni), d’altre brutte cose e questo sarebbe peccato.
Un’altra volta venne a casa tutto entusiasmato e disse:
«Mamma, mamma, quando sarò catechista, tutti i giorni voglio regalare a ciascun bambino trenta immaginette!».
«Per premiarli?» chiese la mamma.
«No» rispose Eriberto «è perché un fanciullo impiega molto tempo a guardare le immaginette e a mostrarle ai fratelli e alle sorelle; il giorno dopo gliene do altrettante e così di seguito. Se uno guarda sempre immagini di Santi, deve finire necessariamente col diventar santo lui stesso».
Tuttavia il suo apostolato tra i compagni di scuola non sortiva sempre gli effetti desiderati. Spesso gli toccava di udire discorsi nient’affatto belli o addirittura cattivi, il che lo contristavano fino alle lacrime.
«Oh! Queste cose» sospirava il piccino «addolorano il mio Gesù! che devo fare?...».
La mamma lo consolava e gli suggeriva di procurare ogni volta una gioia al divin Redentore, offrendogli in riparazione qualche piccolo sacrificio: ed egli seguiva questo consiglio con una fedeltà che toccava il cuore.
Eriberto mostrava una grande fermezza contro quelli che avessero voluto distoglierlo dal fare il bene. Aveva nove anni, quando si trovava di frequente con uno studente ginnasiale molto più anziano di lui, il quale non si curava né punto né poco dei precetti della Chiesa. Un venerdì si propose di indurre anche Eriberto a cibarsi di carne; ma a nulla valsero le declamazioni e gli scherni del giovanotto; anzi non riuscì nemmeno a fargli bere un sorso di vino, perché il catechista lo aveva proibito ai ragazzi. Allora lo studente, maggiore di dieci anni, prese a lanciare frizzi e motteggi all’indirizzo del sacerdote.
Il buon fanciullo lo rimproverò con santa dignità: «Se tu non conosci ancora quanto santo sia il sacerdote, prova a metterti vicino all’altare quando celebra la santa Messa, quando solleva in alto il caro Gesù! Ma tu devi anche pregare, non già startene lì come una colonna!».
Queste parole della fede semplice rimasero purtroppo senza effetto ed Eriberto tagliò ogni rapporto con lo studente.
Una mattina tornava a casa dopo la messa in compagnia della mamma. Pensieroso, senza parole, andava avanti a testa bassa; era segno che qualche pensiero. turbinava nel suo cervello. D’improvviso ruppe il silenzio: «Mamma ora capisco una cosa».
«Quale, figlio mio?» domandò la mamma.
«Capisco perché il sacerdote all’altare, quando si volta verso di noi, allarga le braccia».
«Perché le allarga?» chiese la mamma, incuriosita già della risposta.
«Vedi, mamma! Se tu vuoi scoprire il perché, devi fissare gli occhi in alto, sopra l’altare, alla grande Croce dalla quale pende il buon Gesù con le braccia aperte e distese. Sai perché? oggi l’ho osservato attentamente: perché Egli ama tutti gli uomini di tanto amore, che tutti vuole abbracciarli. Così il sacerdote, quando si volge ai fedeli, deve averli tutti nel cuore; anch’egli bramerebbe stringerli tutti in un abbraccio e sollevarli, fino a Gesù».
E dopo una breve riflessione soggiunse: «Mamma, anch’io un giorno voglio amare tutti gli uomini, voglio condurli tutti a Gesù».
Era la prima volta che risuonava sul suo labbro l’intima aspirazione del cuore verso l’ideale del sacerdozio.

Il collegiale di Kalksburg
Nell’anno 1912 i Gesuiti fondarono il così detto Aloisianum sul Freinberg presso Linz, un convitto per giovanetti che aspiravano a diventare sacerdoti della Compagnia di Gesù.
Quando Eriberto ebbe notizia dei nuovo istituto, prese subito la sua risoluzione: «Io devo andare lassù!». Ma i genitori preferirono collocare il loro figliolo nel convitto di Kalksburg, perché questo collegio era situato nelle vicinanze di Vienna.
Sulle prime Eriberto si dolse di questa decisione, ma poi quel senso di novità e di piacevole attesa, che facilmente invade i fanciulli, prese il sopravvento. All’inizio delle vacanze estive del 1913 superò l’esame di ammissione al ginnasio. di Kalksburg.
Il luogo che la divina Provvidenza gli destinava come seconda patria e nel quale sarebbe maturato per il cielo, pareva creato apposta per avvincere l’attenzione del giovane studente. Il collegio era un grande edificio, severo e maestoso, in mezzo ad una natura magnifica, ai piedi d’una catena di colli boscosi della selva viennese e circondato da parchi deliziosi.
Eriberto s’acquistò subito l’affetto dei suoi futuri maestri. Egli sentiva spirare da ogni angolo di quell’ambiente lo spirito di una carità disinteressata fino al sacrificio e il cuor suo si volse a quei buoni Padri con gioia e con simpatia. Quando col nuovo anno scolastico incominciò l’insegnamento, la brama del sapere cresceva, si può dire, ad ogni ora di scuola nell’animo del giovane alunno.
Di quale amore Eriberto amasse il suo Collegio, lo si vedeva specialmente nei giorni di vacanza. Egli passava delle ore, in compagnia dei suoi genitori, sul "Prato del paradiso", una collina presso Kalksburg, perché di lassù godeva la bella vista del suo Collegio. «Guardalo bene, mamma! Guardalo! Non ti pare magnifico?», era la sua solita esclamazione.
E quando si parlava di qualche altro istituto, subito osservava:
«Sì, ma non è così bello come da noi!».
Un’altra volta usci a dire: «Sai, mamma? Non avertene a male, ma non riesco quasi a persuadermi d’esser vissuto in un’altra casa; nessun luogo al mondo mi piace come Kalksburg».
Durante le ferie lo pungeva sempre la nostalgia del suo Convitto. Nel prender congedo dal suo catechista di Inzersdorf, questi gli domandò: «Ragazzo mio, e che cosa desideri propriamente di riuscire?».
«Un prete!», fu la risposta.
«Oh! l’avvenire dobbiamo rimetterlo ciecamente nelle mani del buon Dio. Non è vero, Eriberto? Vai pure ogni giorno alla santa Comunione, ora che ne hai l’occasione» notò il catechista.
«Vai ogni giorno alla santa Comunione!» Era proprio quello che sospirava da molto tempo, era il desiderio più vivo che fioriva nel chiuso giardino di quel cuore angelico.
«Mamma,» insisteva «dillo ai Padri che mi permettano di accostarmi ogni giorno alla santa Comunione».
Questa preghiera fu esaudita con gioia.
Era scrupolosissimo nell’osservare le regole dell’Istituto. Quando nei giorni stabiliti si recava in famiglia a rivedere i suoi genitori, ritornava in collegio puntualmente all’ora fissata. Non era permesso ai convittori, nelle loro uscite periodiche, di portare in collegio cose mangerecce; ma pure, come sempre avviene, certe piccolezze o dolciumi entravano "alla chetichella". In famiglia si sapeva che Eriberto era osservante fino allo scrupolo; perciò i suoi fratelli e le sorelle si prendevano il gusto di fargli scivolare a sua insaputa qualche biscotto nelle tasche. Ma Eriberto s’accorgeva subito e ripeteva le parole che gli erano familiari: «Questo non va: è proibito dalle regole dell’Istituto!».
E queste regole gli erano così care, che si propose di osservarle, per quanto gli era possibile, persino in famiglia durante le vacanze, come l’ora dell’alzata e del riposo.
Quasi tutte le sere, quando Eriberto era coricato, la mamma si godeva un quarto d’ora accanto al letto del suo angioletto; nessuno disturbava le loro confidenze.
E il fanciullo aveva sempre nuove domande da fare alla mamma. Così per esempio, allo scoppio della guerra, nell’estate del 1914, le disse: «Adesso, mamma, come devo pregare per non offendere la carità del prossimo? Se io pregò Iddio che a noi conceda la vittoria e disperda i Serbi, questo è certamente contrario alla carità verso i nemici».
Un’altra volta fece questa riflessione: «Il peccato è pur sempre una sventura, anzi l’unica sventura!... Però, se Adamo non avesse peccato, non vi sarebbe né il Natale, né la Pasqua, né il Giovedì santo! E se il peccato di Adamo fosse stato una fortuna?...».
Nella vita religiosa del collegio due cose soprattutto influirono profondamente sull’animo di Eriberto: gli esercizi spirituali e la Congregazione mariana, alla quale fu ammesso. Egli ne ricavò frutti consolanti, il suo spirito si arricchì di tante cognizioni e il suo cuore gustava sempre più quella felicità che è premio della virtù.
In una delle visite che fece alla famiglia esclamò con un lampo di gioia: «Mamma, S. Luigi era gesuita: questo non l’ho mai saputo. Pensati dunque che anch’io voglio essere tanto buono e diligente!».
Il servire all’altare era una delle sue delizie.
«Quando noi chierichetti, al principio della S. Messa diciamo: «A Dio che rallegra la mia giovinezza», diciamo proprio il vero, perché noi siamo giovani e il buon Dio ci dona tutto quello che abbiamo, così che la nostra fanciullezza è veramente lieta. Ma in questi giorni servivo la Messa ad un Padre che ha già i capelli bianchi. Se egli, come noi, pronuncia le medesime parole, ciò vuol dire soltanto che la sua anima è ancor giovane. Il divin Redentore ha detto: "Se non diventerete piccoli come questo fanciullo, non entrerete nel mio regno". Eppure al suo regno appartengono, prima di tutti, i sacerdoti; perciò essi devono restar sempre giovani come i fanciulli».
Queste e simili considerazioni faceva la sera, prima di addormentarsi, osservando il Padre prefetto che andava su e giù per il dormitorio.
«Me ne sto lì» diceva «tutto quieto e silenzioso e guardo! È così bella l’ultima impressione della sera! Allora non posso pensare a nessun’altra cosa all’infuori del mio buon Gesù».

Sua vocazione al sacerdozio
Un giorno delle vacanze estive era solo con la mamma nel salotto.
«Mamma, vorrei chiederti una cosa».
«Ebbene, figlio mio?».
«Se io compio con diligenza il corso degli studi a Kalksburg, se osservo le regole e ubbidisco ai Padri precisamente come al buon Dio, se mi sforzo di mettere solo e sempre Gesù in cima ai miei pensieri, mi darai, mamma, il tuo consenso di farmi sacerdote?».
«Eriberto mio, la tua domanda è fuor di luogo, perché io non ho consensi da dare.
Quando il buon Dio chiama un figliolo al suo servizio nel Santuario, il rifiuto dei genitori sarebbe un gravissimo torto fatto a Lui. Quelli che, meglio d’ogni altro, possono decidere sulla vocazione d’un fanciullo allo stato sacerdotale, sono il confessore e i superiori ecclesiastici. E poi, perché hai questo desiderio di farti prete? È vero, la missione del sacerdote è la più bella di tutte, ma anche la più difficile».
«Sì, mamma, lo so. Gesù ha interrogato gli Apostoli: "Potete voi bere il calice che io stesso berrò?" Lo so, Gesù intendeva parlare del calice dei suoi dolori, ed io voglio pregarLo tanto che mi aiuti a bere a questo suo calice, che mi sia dato di portar la sua croce!... Ti prego, mamma, confortami con la tua benedizione!».
Da quel giorno egli visse unicamente per il grande ideale: farsi prete! Quando seppe che dopo il liceo avrebbe dovuto studiare ancora parecchi anni, sentì salire le lagrime agli occhi.
«Così a lungo» sospirò «dovrò aspettare, prima di ricevere la sacra ordinazione! Desidero tanto di lavorare nella vigna di Gesù!».
Eriberto si esercitava nella mortificazione. Durante le vacanze non l’avreste veduto, fuori di pasto, né bere un sorso d’acqua, né raccogliere un frutto da terra. Gli piaceva informarsi circa la vita e le regole dei Religiosi.
«Padre,» chiese un giorno a un Gesuita «il nostro padre Prefetto ha un bellissimo orologio, ma ho sentito che egli non lo considera come cosa di sua proprietà. Non possiedono proprio nulla i Padri? e che n’è dell’abito e del breviario?».
Il Padre gli dette i chiarimenti desiderati sul voto di povertà. Fu allora che Eriberto si prefisse su due piedi di combattere senza pietà il soverchio attaccamento a certe sue cose. Prima era geloso dei giocattoli, li prestava di rado e a malincuore ai fratellini; ora invece li cedeva volentieri senza esserne pregato. Persino un libro di devozione, caro ricordo del suo catechista, lo regalò ad un povero ragazzo. Quando i genitori gli facevano notare, non senza meraviglia, questo suo cambiamento, egli aveva una risposta evasiva: «Devo pur avvezzarmi a rinunciare a tutto quello che è superfluo. Se un sacerdote non si libera del tutto da certe esigenze, gli resta poco tempo da dare alle anime, mentre ne spende tanto per soddisfare ai propri bisogni.

Il suo intimo martirio
Durante le vacanze del 1915 dovette sottoporsi ad un’operazione alle corde vocali. Il medico lo avvertì che era indispensabile rimuovere le escrescenze alla corda vocale destra, altrimenti in quattro o cinque anni la voce sarebbe stata irrimediabilmente perduta. Tuttavia l’operazione poteva riuscire se egli si fosse mantenuto nella perfetta immobilità e avesse cantato o respirato esattamente all’ordine del dottore.
Eriberto viveva in grande, angoscia e quando venne il momento di presentarsi al medico, diede in singhiozzi dicendo: «No, non posso!... Non posso reggere alla vista orribile di quell’armadio di vetro pieno di strumenti chirurgici».
«Eriberto,» osservò la mamma «pensa bene per Chi dovrai un giorno adoperare la tua voce!».
Un subito rossore gli salì sul viso, si congedò dai familiari con lieta disinvoltura e senza nemmeno un brivido affrontò il dottore il quale eseguì l’operazione.
Seguirono alcune settimane di rigoroso silenzio e quando il medico gli permise di emettere alcune parole a voce piana, Eriberto si fece dare un pezzo di carta e scrisse: «Voglio usare del permesso del medico per fare la santa confessione».
Alcuni giorni dopo il dottore gli disse:
«Domani, per la prima volta. ti proverai a cantare, così sentirai come la tua voce s’è liberata dalla raucedine». Il giorno appresso, una splendida mattina d’estate, passeggiava con la mamma nel giardino ch’era tutto un fiore.
«Mamma» le disse «posso provare? E al cenno affermativo di lei, con voce limpida e vibrante di gioia intonò il cantico degli angeli: Gloria in excelsis Deo!».
Verso la fine della terza classe, lo studio gli creava maggiori difficoltà che per l’innanzi; perciò gli fecero intendere che avrebbe dovuto ripetere la classe. Ne provò uno scoraggiamento e una sfiducia da non dire.
«Ah!» si lagnava «un anno di meno al servizio di Gesù! Con tutto il desiderio che mi strugge!».
Nello stesso tempo cominciarono a tormentarlo certe sofferenze morali, e, prima fra tutte, una morbosa paura del peccato, che gli toglieva l’abituale pace del cuore. Questo era forse un fenomeno che si manifesta talvolta negli anni dello sviluppo, nel passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza; forse, tanto questa, come le altre pene spirituali, erano una prova del Signore o una tentazione del demonio. Il timore di dannarsi, lo gettava in un’angustia paurosa, indicibile. Per dissipare queste fantasie il Padre prefetto gli suggerì letture esilaranti e leggere, ma anche questo rimedio, sotto l’incubo della suggestione, gli giovava poco.
«Mamma,» le confidò un giorno «durante lo studio mi assalgono spesso delle violente tentazioni; allora se alzo gli occhi al Padre, sento un po’ di calma. Ho l’impressione che lo spirito maligno non abbia alcun potere su di me, se nella stanza è presente un sacerdote».
Verso Natale questa croce penosissima si dissipò del tutto e l’anima sua tornò limpida e serena come il cielo dopo la burrasca. La pace del cuore e la letizia dell’animo si leggevano ancora in quei.suoi begli occhi espressivi.
Ma il Signore stava per offrire ad Eriberto un’altra croce. Nelle ferie pasquali ammalò di pleurite. Per prima cosa domandò se fosse una malattia pericolosa, perché in tal caso voleva ben disporsi a morire. Per qualche settimana sopportò la malattia con una pazienza e una rassegnazione ammirabili, ma col prolungarsi dei dolori, lo sorprendeva di tanto in tanto qualche moto di irritazione, ma erano scatti d’un momento. Coi primi accenni di guarigione riacquistò anche la sua tranquillità che diventava perfino schietta allegria, quando, nei giorni di sole, lo portavano a fare una scarrozzata in giardino. Con la più viva gioia egli ammirava i fiori sgargianti e coglieva il canto degli uccelletti.
La malattia non valse a distogliere Eriberto dall’esercizio della mortificazione. Non domandava mai né un sorso d’acqua, né cibo alcuno, se non era espressamente richiesto: tanto che la mamma dovette proprio imporgli di mangiare ogni volta che ne sentisse bisogno, senza farsi pregare. Per riaversi del tutto, trascorse alcune settimane in convalescenza a Melk.
Nell’estate del 1917 venne a tormentarlo una nuova pena spirituale. Eriberto, così pieno di entusiasmo per il suo Collegio, che non finiva mai di portarlo al cielo, sentì d’improvviso una forte ripugnanza al solo pensiero di far ritorno a Kalksburg. La mamma che intuiva la lotta del suo figliolo, gli venne in aiuto.
«Non occorre che tu ritorni a Kalksburg,» gli disse «adesso sei un omino, posso fidarmi di te; puoi frequentare senza pericolo un ginnasio pubblico, e così ogni giorno andare e venire da Vienna.
Ma il fanciullo, serio e risoluto, oppose: «No, mamma, rimango fedele al mio Collegio: là ho incominciato e là voglio finire».
Eppure il pensiero della "vita orribile" di Kalksburg gli fece passare una mezz’ora di tale tristezza, da sentirsi il pianto alla gola.
Per distrarsi, sedette subito al pianoforte e cantò la sua canzone prediletta:
Bello nel sol dispiegasi
Il mio vessillo al vento
Ei canta ai cieli, a l’aure
Un sacro giuramento
Che mi sta fisso in cor.
Vennero bensì le ore liete e gioconde a ridargli la gioia del cuore, ma di tratto in tratto lo pungeva la spina delle angustie morali. Invero non gli mancava nulla, aveva tutto quello che può rendere lieta e allegra la giovinezza; lo riconosceva egli stesso con sincera gratitudine; eppure un giorno corse dalla mamma con le mani incrociate e con gli occhi molli di lagrime, esclamando:
«Ma dimmi dunque, mamma mia, perché la mia giovinezza dev’essere così piena di dolori?».
«Figlio mio, Gesù ha i suoi prediletti: a questi dona qualche stilla del suo intimo martirio. È il patimento che fa l’anima sempre più bella, più pura e più accetta al Signore. Queste anime comprendono meglio i dolori degli altri e sono in grado di lavorare per Gesù assai meglio di quelle che non conoscono i grandi dolori».
Eriberto si sentì nuovamente confortato e si accinse con coraggio ad affrontare le difficoltà di un altro anno di scuola.
Ben diverse però erano le viste di Dio nei riguardi del suo piccolo servo.

La morte
Nonostante tutta l‘allegria di Eriberto, gli si affacciava sempre lo stesso pensiero:« Forse morirò presto!». La mamma cercava invano di dissipare questo triste presentimento che tornava, vivo e insistente, nell’animo del fanciullo.
«Sarebbe buona cosa» diceva «che io facessi il mio testamento».
«Voi, figlioli, non lo potete fare» replicava sorridendo la mamma «perché non possedete nulla».
«No, cara mamma, io ho pur qualche cosa: lascio a te il libretto di risparmio dello zio Paolo e la mia scatola del S. Cuor di Gesù, perché tu continui con zelo a raccogliere l’obolo per le Missioni».
Alcune settimane prima della sua morte, durante una passeggiata domenicale, la mamma gli domandò:
«Che ne è del tuo amico Massimiliano Baumann che fu sì a lungo ammalato?».
«Adesso è sano» rispose «sta benissimo, ma non diventerà vecchio».
«Ma questo, figlio mio, non lo si può mai dire. Un giovane si rimette facilmente e supera certe malattie che riuscirebbero più difficili e pericolose ad un uomo attempato».
«No, Baumann non diventerà vecchio».
«Con ciò non voglio dire che abbia a morir presto; forse me ne andrò io prima di lui».
Quando in ottobre i genitori gli fecero la prima visita, trovarono Eriberto di ottimo umore e lo lasciarono soddisfatti e tranquilli, vedendolo di nuovo felice e contento di restare in Collegio.
Il 31 ottobre ricevettero la notizia che era ammalato. Accorse la mamma e lo trovò a letto con forti dolori di capo. Il giorno dopo, festa d’Ognissanti, ricevette la santa Comunione. Ancora il 3 novembre incominciò a perdere di tratto in tratto la conoscenza. Si fece venire uno specialista da Vienna, ma la mamma intuì presto la terribile realtà: nessun rimedio umano poteva salvare il suo dilettissimo infermo.
Il suo confessore gli amministrò l’estrema Unzione. Nonostante l’efficacia mirabile di questo Sacramento, la sua ragione rimaneva offuscata,
«Ma sono poi tanto ammalato, mamma?» chiese in un momento di lucidità».
«Oh! sì, figliolo. Ma Gesù, se vuole, può guarirti... Sai? è venuto Padre Gattringer a trovarti e ti ha dato l’Olio santo».
«Oh! mamma, avresti ben dovuto dirmelo prima. Non ho ancor domandato perdono dei miei peccati! Non li ho neppur confessati!».
Si levò a sedere sul letto e, con intimo fervore che commosse gli astanti, supplicò: «Gesù mio, misericordia!». Quindi si ricompose in un atteggiamento di perfetta rassegnazione e perdette i sensi.
Non si doveva lasciar intentato nessun mezzo per salvare quella cara esistenza. Ad onta delle condizioni disperate dell’infermo, fu trasportato in un sanatorio di Vienna per una visita minuziosa e accuratissima. La sentenza dei medici fu la stessa che a Kalksburg. Allora la madre, straziata dal dolore, riportò a casa il suo figliolo, perché almeno morisse sotto il suo tetto, tra le braccia dei suoi cari.
Eriberto, stanco dal lungo viaggio e dalla visita medica, rimase assopito, in apparente tranquillità, per circa due ore. Poi cominciò un vaneggiamento che durò a lungo. A un certo punto espresse un suo desiderio: «Cantate!... Cantate!...». La mamma gli si accostò, gli accarezzò leggermente la mano e con voce dolce e sommessa intonò la sua canzone prediletta: "Gloriosa Regina del Ciel". Teso l’orecchio al canto materno, il fanciullo si fece più calmo. Era il rimedio più efficace ogni qualvolta la fantasia gli si accendeva. L’ultima canzone che ascoltò attentamente fu questa:
Quando la morte al freddo bacio scende,
Madre d’amor, ne avvolgi nel tuo manto!
Se il terror de l’eterna ira ci offende,
Madre di luce, tu ne resta accanto
E su noi dai tuoi miti occhi soavi
Piovi la pace che sorride in Ciel!
Il 6 novembre ritornò il babbo dal campo per una breve licenza. Eriberto lo riconobbe ancora, ma purtroppo erano brevissimi i momenti in cui riprendeva la conoscenza. In uno di questi momenti domandò di mettersi al collo la medaglia della Congregazione mariana col nastro azzurro. Poi strinse nella mano destra l’immagine di S. Luigi, nella sinistra il Crocifisso benedetto in articulo mortis e il Rosario.
Le ultime parole del fanciullo morente furono: «Santa Maria, prega per noi peccatori adesso e nell’ora della morte nostra. Così sia!».
L’otto novembre, verso le tre del mattino, tutta la famiglia si raccolse intorno al letto dell’agonizzante. La Suora infermiera recitava le preci della raccomandazione dell’anima, la candela benedetta illuminava quella scena straziante e faceva brillare la medaglia della Congregazione, che Eriberto teneva sul petto. D’improvviso stese ambedue le braccia e con voce ancor alquanto robusta sussurrò la melodia di un inno alla Madonna:
Luce de l’alto empireo,
Immacolata Madre...
Era l’inno che tante volte s’era divertito a suonare sul suo violino.
Poi riprese la calma foriera della morte; solo un leggero moto convulso delle labbra lo diceva vivo. Il respiro si fece man mano più debole, più raro, impercettibile, finché poco prima delle quattro, quell’anima angelica si scioglieva da questa vita terrena, per unirsi al suo Dio.
Era l’8 novembre 1917. Eriberto aveva quindici anni.
Le sue doti d’animo non furono eccezionali; eppure possedette una profonda sensibilità, la modestia nel tratto e la miglior buona volontà che si possa pensare.
A giudizio dei dottori morì di meningite.
Quanta stima e quanto affetto godesse presso i suoi condiscepoli a Kalksburg, lo dimostra il fatto che essi, dopo la sua morte, fecero celebrare ventitré S. Messe in suffragio del carissimo condiscepolo.
O Gesù eucaristico, suscita nel mondo dei piccoli tante anime sante, forma i fanciulli alla tua scuola e fanne altrettanti apostoli dell’amore!


Fonte:
www.vocechegrida.it

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Aggiunto il 2009-06-26

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