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Maria Clotilde Fanciulla

Testimoni

8 gennaio 1908 - 30 maggio 1918


Come crebbe Clotilde
Al tramontar del maggio Gesù si prese quell’anima delicata di bambina, per trapiantarla nei giardini del cielo. Perciò la presenteremo col simbolo del leggiadro mughetto.
Al santo battesimo la bambina ricevette il nome di Maria. Era una santa tradizione che ogni membro di famiglia si consacrasse alla gran Madre di Dio e portasse il nome di Maria. Il secondo nome era Clotilde. Il giorno della nascita l’8 gennaio 1908.
Certi bambini nei primi giorni di vita piangono e strillano, altri invece sorridono. Clotilde non faceva né l’una né l’altra cosa, ma mostrava una serietà sempre uguale. La sua prima parola fu "papà". A undici mesi cominciò a muovere i primi passi, e si mostrava felicissima di questo suo progresso, perché si divertiva un mondo a giocare a rimpiattino con la bambinaia.
Le disposizioni naturali di Clotilde facilitavano la sua educazione: era d’indole mite e calma, se ne stava contenta delle lunghe ore con un balocco e non aveva neppur l’ombra delle solite esigenze infantili.
Aveva un amore straordinario per l’ordine e la pulizia: bellissime doti che però nella piccina generarono due difetti: una lentezza esagerata e un certo attaccamento alle sue comodità. Non ci fu mai modo d’indurre Clotilde a fare con spigliatezza le cose sue; restò una posapiano per tutta la vita. Le piaceva che tutto intorno a lei fosse comodo e gradito. Le veniva voglia di sedersi? Prima sceglieva il posto più adatto, avendo cura che fosse sicuro e pulito.
Clotilde aveva due fratellini più piccoli, ma la morte li colse uno dopo l’altro rapidamente. Questa fu una prova delle più terribili per i genitori. Sebbene la bambina fosse ancora troppo piccola per comprendere la portata della sciagura, pure un solco di dolore si aprì nel suo cuoricino. Li amava tanto i suoi fratellini ed ora soffriva al pensiero che erano andati via e non sarebbero più tornati.
Oltre ai genitori, c’era in casa la nonna, tutta del buon Dio, che aveva le più tenere cure per la nipotina; la conduceva in chiesa, le mostrava la piccola casetta dorata nella quale abita Gesù, e le narrava le belle storie del Bambino Gesù e della Madre celeste. Per tal modo intorno all’anima della bambina si formò a poco a poco un’atmosfera celestiale. Anche la mamma le parlava spesso e volentieri della felicita della santa Comunione. Clotilde ascoltava tutto col più vivo interesse e per la bramosia di provare quella felicità ben presto domandò di gustare il pane degli Angeli.
La disposizione naturale alla pietà che sonnecchiava nel cuore della bambina, era destata e ravvivata dall’educazione religiosa. Era una necessità; l’opera dell’educazione veniva a tempo opportuno, perché in quella piccola anima si manifestava già un grande egoismo congiunto a presunzione, così che il minimo rimprovero che le si muoveva la urtava. Aveva poi sortito da natura un temperamento chiuso e sensibilissimo.
La mamma dovette studiare a fondo la sua figlioletta, per trovare il giusto modo di trattarla e prese di mira certi difetti col serio proposito di estirparli.
Clotilde contava appena tre anni, e già si mostrava cocciuta. Si incominciò a farle dir "grazie", quando la bambinaia le portava la merenda, ma ella si rifiutò e si chiuse in un’ostinatezza impressionante. Ci vollero tre quarti d’ora di pazienza prima che i suoi genitori riuscissero a vincere quel testolina ostinata; finalmente si piegò e, dopo alcune volte, quella testardaggine fu coraggiosamente superata.
Per combattere l’egoismo, la mamma le suggeriva amorevolmente di non tener mai il meglio per sé, quando riceveva in dono qualche ghiottoneria e di lasciar di buon grado la precedenza agli altri in ogni cosa.
Clotilde si lasciava docilmente guidare ed educare. Un aspetto singolare del suo egoismo era la ripugnanza che sentiva per la povera gente: il cattivo odore che esala dalle vesti dei poveri le metteva schifo. Allora la madre raccontava alla sua piccina di quattro anni quanto era buono e affabile Gesù coi poverelli, le diceva che Gesù accetta come fatto a Se stesso tutto il bene che si fa ai poveri. Clotilde porse l’orecchio attento alle parole della mamma e il suo cuore si commosse di tanta pietà, che d’allora in poi andò a cercare di preferenza i bambini.poveri e sudici.

La Prima Comunione
Durante la quaresima del 1913 i Redentoristi predicavano la Missione nella città natale di Clotilde. La mamma della nostra teneva allora un corso d’istruzione religiosa alle ragazze.
Un giorno venne il signor Arciprete e le disse che la Missione si sarebbe chiusa la domenica di Passione con la prima Comunione dei bambini. Infine soggiunse:
«Scelga tra le bambine quelle che mostrano una comprensione sufficiente, anche se sono giovanissime».
La madre di Clotilde fece visita ad alcune famiglie, ma purtroppo, data la novità della cosa, non trovò quella corrispondenza che s’aspettava.
«Ah!» osservò una mamma «i piccoli non comprendono ancor nulla».
«E noi che cosa mai comprendiamo?» rispose.
«Due sole settimane ci separano dalla festa» disse un’altra «e la mia bambina finora non se ne dà alcun pensiero».
E venne un’altra risposta adatta: «E noi?.. Pensiamo forse una settimana prima, o almeno la sera precedente, alla grande grazia della santa Comunione? Perché esigere dai bambini più di quello che facciamo noi? Essi almeno portano a Gesù tutta la freschezza della loro innocenza! Possiamo dire altrettanto di noi?».
Quando la mamma di Clotilde diede all’Arciprete la lista delle bambine prescelte, aggiunse timidamente: «Signor Arciprete, ce n’è un’altra che sarebbe oltremodo felice se potesse far parte delle fortunate bambine:... lo desidera già da molto tempo, ma è troppo piccina!...».
«L’età non importa, purché sia sufficientemente preparata. Chi è questa bambina?».
«È la mia figlioletta. Ma ha appena cinque anni!».
Venne un sacerdote a esaminare Clotilde intorno alle principali verità della fede. L’esame ebbe buon esito e le fu concesso di fare la prima santa Comunione.
Si preparò al gran giorno con l’offerta di piccoli fioretti, con la rinuncia alle leccornie e con l’essere più ubbidiente del solito.
La festa fu semplice. Sebbene Clotilde avesse appreso dalla mamma le prime nozioni del leggere e dello scrivere, non era ancor capace di leggere un libro di pietà, perciò la mamma scrisse in un libricino una raccolta di preghiere brevi e facilmente comprensibili. Ogni pagina era adorna d’un immagine. In seguito vi segnò la data delle Comunioni. Vi si accostava coi suoi genitori tutti i giorni festivi e il primo venerdì d’ogni mese; ma dai sette anni in poi la Comunione divenne quotidiana.

La grande guerra
Fu senza dubbio una benigna disposizione della divina Provvidenza che madre e figlia attingessero dal Pane dei forti una grande fortezza d’animo, perché con lo scoppio della guerra nell’estate del 1914, incominciò per loro un’epoca di grandi dolori, che si protrasse per anni interi.
Il padre di Clotilde fu richiamato sotto le armi. Arras, la città natale, minacciata dal nemico, dovette essere sgombrata completamente. Come fu penosa la fuga! Vedere migliaia di uomini, in preda al terrore, fare ressa alle stazioni, pigiarsi nei treni merci e persino condividere le carrozze con le bestie.
Alla fine di settembre, stando alle notizie, pareva che la patria fosse ormai fuori di pericolo; e la madre di Clotilde si decise a far ritorno con la bambina. Anche questa volta il viaggio fu lungo e molesto; tanto più che i viaggiatori erano circondati da continui pericoli. Giungevano profughi spaventati che narravano gli orrori della guerra, si udiva in lontananza il rombo del cannone e i villaggi in fiamme gettavano bagliori sanguigni. Tuttavia, per grazia di Dio, la madre e la bambina arrivarono ad Aubigny, dove poterono riposare una notte.
Il giorno dopo proseguirono fino ad Arras, ma dopo due giorni di calma incominciò il bombardamento. Madre e figlia andarono a rifugiarsi in fondo alla cantina, la bambina le si aggrappava al petto nell’ansia della paura e tutt’e due cantavano canzoni devote per non udire il sibilo e lo scoppio dei proiettili.
Quando altre persone chiesero riparo nella stessa cantina, la situazione si fece più tollerabile; si consolavano a vicenda, pregavano insieme, si scambiavano i loro pensieri e sorridevano alla speranza di tempi migliori.
Il bombardamento durò cinque mesi; tutta la città venne distrutta. La madre comprese che doveva separarsi dai suoi figlioli, lasciandoli in cura alla zia. Clotilde, avvolta in buone coperte di lana, partì sul carro d’un mercante e la nonna accolse la piccola profuga col più tenero affetto. Alla fine di settembre venne anche. la mamma, ma non poté trattenersi a lungo presso i parenti. Nell’autunno del 1915 si rimise in viaggio verso settentrione coi due figlioli e, non potendo andare ad Arras ch’era distrutta, si stabilì a Boulogne dove si procurò una modesta esistenza. Le circostanze imponevano alla famigliola molte privazioni: faceva freddo e la stanza da letto non si poteva riscaldare, la complessione delicata dei bambini ne soffriva e non mancavano le preoccupazioni materiali. Ma l’amore che univa quei tre cuori raddolciva tutte le amarezze, di modo che non mancava mai né l’allegria, né la contentezza.
Durante questo tempo, così pieno di difficoltà e di turbamenti, non si arrestò il progresso spirituale della piccola Clotilde. Pareva che la sua anima, attraverso tante e sì acerbe sofferenze, si purificasse sempre più: ogni tanto faceva ancor capolino la cocciutaggine, ma erano casi rari; per compenso si vedeva crescere in lei il desiderio e la gioia. del sacrificio. Come dicemmo più sopra, Clotilde all’età di sette anni, cioè dal principio dei 1916, faceva già la Comunione quotidiana. Per arrivare in tempo alla scuola, doveva alzarsi molto presto al mattino nonostante il freddo assai rigido che le faceva tanto male; eppure alle sette, anche nelle mattine scure, si affrettava sola soletta alla chiesa.

La piccola suora
Clotilde, nel resto sempre sincera e aperta con la sua mamma, nelle cose di religione manteneva un grande riserbo. Perciò la madre, temendo che le pratiche di pietà degenerassero facilmente in abitudine, un giorno le domandò: «Ti parla mai Gesù Bambino?».
«Sì» rispose Clotilde «mi ha detto una cosa segreta».
«Quale?».
Clotilde non fiatò.
«L’hai detta al tuo confessore?».
«No».
«Ma sai pure che bisogna dir tutto».
«Allora gliela dirò, mamma; e se egli lo permette, la dirò anche a te».
Non andò molto che si confidò con la mamma: «Avrei desiderio di farmi religiosa per curare i bambini poveri».
Ricevendo un giorno la visita del suo confessore, si parlò, un po’ per scherzo e un po’ sul serio, di questo argomento. La madre parlò delle Figlie della Carità di S. Vincenzo de’ Paoli delle Piccole Suore dei Poveri, che si consacrano interamente alle opere di assistenza sociale e quindi, così di passaggio, accennò anche alle Suore dell’Ascensione. A questo accenno, un lampo improvviso si accese negli occhi di Clotilde.
«Oh! Sì, proprio questo è il mio desiderio!» esclamò con entusiasmo «farmi suora dell’Ascensione».
Clotilde si diede subito a mettere in pratica il suo proposito, esercitandosi nei lavori domestici. Nel novembre del 1917 la mamma s’ammalò e per parecchie settimane fu costretta a letto. Bisognava vedere con quale spigliatezza e con quanto zelo Clotilde accudiva alle faccende di casa! Diceva con un sorriso di compiacenza: «È ben giusto che impari a far tutto con garbo, perché se un giorno sarò suora dell’Ascensione, sia esercitata».

Sua fiducia in Maria
Clotilde aveva, quasi sacra eredità di famiglia, una grande devozione alla sua Madre celeste. La mattina e la sera cantava con la mamma questa devota canzoncina:
A te de l’alba il casto inno, o Maria,
A noi il sorriso del tuo volto, o pia!
Con materna bontà soccorri e mira
Chi ne l’ansia del duol prega e sospira.
Questo mio cor che palpita innocente
Vuol essere un bel fior perennemente
Olezzante ai tuoi pie’. Per te, Maria,
Profumi sol per te la vita mia.
Tutto l’amore che m’accende il core
Arda per te, gran Madre del Signore!
A te, o Regina, de le stelle il canto!
Su le culle, o Maria, stendi il tuo manto
E ai pargoli dormenti benedici,
Che son del tuo Bambino i dolci amici.
E quando calerà l’ultima sera,
E ne la squilla udrai la mia preghiera,
Deh! vieni, di tua mano il fiorellino
Cogli e il porta lassù nel tuo giardino.
L’ultimo olezzo allora un inno sia
De l’amor mio per te, Vergin Maria!
In famiglia. era convinzione di tutti che la casa fosse sotto la tutela speciale della gran Madre di Dio, cosicché nessuno aveva timore.
Un pomeriggio la mamma era uscita di casa a fare alcune provviste; era inverno, la notte calava rapidamente. La mamma s’era attardata e già stava in pena per i suoi piccini che soli, all’oscuro, se ne stavano in casa. Come fu lieta, quando rivide il suo bambino tra le braccia di Clotilde, la quale le corse incontro e ansante le disse: «Abbiamo sentito venir dalla strada il grido d’un terribile animale (era un gatto!) e il fratellino Jojo ebbe paura. Ma io l’ho consolato..., gli ho detto che la Mamma del cielo ci protegge e poi abbiamo recitato il Rosario».
La madre si vide costretta a fare una breve comparsa nella distrutta città di Arras per salvare dalla rovina tutto quello che era possibile. Ne ebbe l’autorizzazione per l’otto dicembre, festa dell’Immacolata. Era il miglior auspicio della celeste protezione di Maria, perché il bombardamento continuava ancora; ma la madre e la bambina erano tranquille. Clotilde, con infantile fiducia, diceva: «Ora non ho più paura. La mia mammina si ferma un giorno solo ad Arras. Nella festa della Madonna non le succederà nulla!».
La sua preghiera prediletta era il Rosario. A otto anni prese a recitarlo ogni giorno e quando da sola percorreva la lunga via della scuola, ne mormorava sommessamente le Ave Maria. Prima della Comunione recitava con devoto sentimento una parte del Rosario, per preparare nel suo cuore, diceva lei, un bel lettino di rose a Gesù Bambino.
Come la fanciulletta si desse cura di non perdere neppure un minuto della giornata, lo dimostra il fatto seguente.
Trascorse un giorno intero giocando col fratellino; giunta la sera, la mamma le domandò:
«E come va col Rosario?».
«L’ho già detto» rispose.
«Com’è possibile?... Ma se hai giocato tutto il giorno!».
«Cara mamma, capirai che non posso parlar sempre: di tanto in tanto si tace anche nel gioco e nei momenti di silenzio ho recitato il Rosario, un mistero alla volta.
La malattia della madre si ripeté e Clotilde dovette entrare in un pensionato. Anche qui si mantenne fedele alla sua abitudine; lo scrisse ella stessa una volta: «Recito tutti i giorni la terza parte del Rosario, e la domenica lo recito per intiero».
Questo amore fedele per la Vergine ebbe il suo premio alla morte della fanciulla. Clotilde s’era preparata in un modo tutto speciale all’ultimo maggio della sua vita. L’altarino era sì bello, tutto ornato di azzurro! non era mai apparso sì grazioso. La sua ultima invocazione fu un’Ave Maria e l’ultimo bacio l’impresse sulla medaglia della Madonna. Così spirava tra le braccia della sua Madre celeste.

Giardino di virtù
Era invero tenerissimo l’affetto che Clotilde nutriva per i suoi genitori. Quando il babbo dovette partire per il campo di battaglia, fu per lei un distacco dolorosissimo; e quando otteneva qualche breve licenza per rivedere la famiglia, erano giorni di festa. A scuola si studiava con tutta diligenza dì ricevere una buona classificazione, perché sapeva con questo di procurare al babbo la gioia più grande. S’era fitto in cuore questo bel principio «Se si fa piacere al babbo e alla mamma, si fa piacere anche al buon Dio, perché i genitori sono i suoi rappresentanti».
Questo spirito di fede le era istillato dalla mamma e in questa luce Clotilde si spiegava le liete sorprese dei doni di Natale e di Pasqua. Il segreto infantile s’era svelato per tempo al suo spirito, ma era rimasta intatta la dolce poesia di quelle feste: era proprio il Bambino Gesù che portava i doni di Natale, ma li portava per le mani dei suoi rappresentanti, i genitori.
Clotilde aveva in grande venerazione il segno della santa croce: lo faceva sempre con grande rispetto e pietà. Quando era ancor tanto piccina da potersi appena muovere, il babbo le prendeva la manina e con questa tracciava una crocetta sulla fronte, sulle labbra e sul cuore. La piissima madre segnava tutte le sere col segno di croce la fronte della bambina, tanto che, se Clotilde commetteva qualche fallo, il più grande castigo per lei era il rifiuto della benedizione materna. Allora scoppiava in pianto e sospirava:
«Mamma, perdonami! Non lo farò più, ti assicuro... ma fammi il segno della croce».
Era poi tutta contenta quando poteva fare il pio esercizio della Via Crucis assieme alla mamma. Allora meditava con tenera pietà i dolori del Salvatore. Nutriva la sua devozione al S. Cuore di Gesù con affetti e preghiere riparatrici, al fine di consolare il divin Cuore e offriva qualche fioretto per la conversione dei peccatori.
Questi piccoli esercizi di virtù, conformi alla sua tenera età, divennero in lei quasi una seconda natura: bambina in tutto esemplare per diligenza e ubbidienza, eseguiva ogni ordine con esattezza fino allo scrupolo. I suoi progressi nella virtù suscitarono la gelosia di altre fanciulle della sua età, le quali non le nascondevano il loro astio. La mamma vedeva che la figliola soffriva sotto le frecciate delle invidiose e indusse Clotilde a pregar molto e precisamente per quelle cattive fanciulle. La preghiera dell’innocenza ebbe tale efficacia, che la più acerba nemica le si cambiò nella migliore amica.
Clotilde era paziente. La fredda stagione le procurava disagi e sofferenze, ma essa non si lamentava mai. La guerra le imponeva molte privazioni; talvolta persino il nutrimento era irregolare e insufficiente. Le vesti erano dimesse, sebbene la mamma avesse ogni cura che i due figlioli si presentassero sempre decenti e puliti.
Clotilde aveva i geloni alle mani e ai piedi e ne soffriva assai. La mamma era fin troppo severa coni lei in questo riguardo.
«I geloni» diceva «non sono poi pericolosi; bisogna saperli tollerare senza piangere».
Fu naturale che, quando i piedi della povera fanciulla furono infiammati e come rigati di solchi, anche i geloni poterono diventare un pericolo. La mamma se ne avvide, si ricredette e prestò tutte le cure del caso alla sua bambina.
Una cosa simile si ripeté coi dolori dell’appendicite. La mamma vi passava sopra con facilità osservando: «Devi essere forte, Clotilde, non così sensibile!».
E la fanciulla, pur coi dolori che la tormentavano, tranquilla e paziente se ne andava a scuola. In seguito la mamma dovette fare a se stessa amari rimproveri, ma era troppo tardi.

La morte
Fino al giugno del 1917 Clotilde era rimasta relativamente sana. Ma poi scoppiò un’epidemia di morbillo ed anche Clotilde e il suo fratellino ne furono presi; nella fanciulla la febbre salì a quaranta gradi. Ne uscì guarita, ma le restò una leggera debolezza di polmoni, perciò il medico ordinò che passasse in campagna un periodo di convalescenza. Fisicamente non tardò a ristabilirsi, ma invece soffriva d’un grande affanno morale che non la lasciava. Durante il periodo trascorso in campagna, non le fu permesso di alzarsi la mattina "per prendersi il suo Gesù Bambino". E come le riusciva amaro il dover rinunziare alla santa Comunione!
La malattia della mamma fu causa di nuovi distacchi. Clotilde dovette ritornare al pensionato e Beppino fu accolto da buoni amici di casa.
Quando la mamma poté lasciare l’ospedale, la sua prima visita fu al pensionato, ma rimase stupita al vedere il sorriso tranquillo col quale Clotilde la salutò.
«Ma non sei contenta?» le chiese.
«Oh! si mamma!».
«E come mai non ti mostri sorpresa?».
«Perché sapevo già che saresti venuta».
«Eppure non t’ho scritto nulla!... O forse mi hai scritto tu? Ieri era il tuo giorno, ma non ebbi alcuna lettera da te».
«No, mamma, non ti ho scritto».
«E allora che significa tutto questo?».
«Gesù Bambino nella santa Comunione mi ha detto che saresti tornata».
Era il 28 maggio 1918. Clotilde, seduta al piano, faceva esercizi di musica; la mamma era in procinto di uscire, quando la figliola diede in un lamento improvviso: «Mamma, mamma, che dolori di ventre!». La madre se n’andò tuttavia, lasciandola sola. I dolori le si facevano sempre più acuti e sopravvenne un forte vomito che continuò insistente anche durante la notte. Il giorno dopo parve stesse un po’ meglio, ma la mamma dovette anch’essa constatare che si trattava di appendicite.
Il 29 maggio si fece un consulto medico; dopo una visita accurata fu unanime la sentenza dei dottori: l’indomani alle 8 doveva sottoporsi all’operazione.
«E non sarebbe possibile differirla? Il babbo è ancor all’oscuro della malattia ed è pur necessario il suo consenso all’operazione!».
«Nessun indugio!... il differire potrebbe essere la morte».
Il giorno seguente era il Corpus Domini. Nell’atto di ricevere la SS. Eucaristia gli occhi di Clotilde raggiarono di gioia in quel corpo disfatto dai dolori.
Dopo il ringraziamento la mamma volle disporre la figlioletta al momento più difficile.
«Clotilde, ripeti con me queste parole: "Mio buon Dio, voglio tutto quello che volete voi!"».
«Sì, mamma!» sospirò sillabando «Mio... buon... Dio... voglio... tutto... quello... che... volete... Voi!».
La fanciulla intuì il pensiero della mamma.
«E se fosse necessario, per la tua guarigione, che tu andassi in un’altra casa, come feci io l’anno scorso?».
«Sì, ma con te».
«Finché mi lasceranno, resterò sempre al tuo fianco, mia cara... Vero che farai tutto ciò che ti diranno? anche se ti dessero qualche cosa per addormentarti? Allora dirai sempre con tutto il tuo cuore: "Gesù Bambino, io t’amo!"».
«Sì, mamma!».
«Presto forse arriva il babbo».
«Adesso no, mamma: sarà qui quando tutto sarà passato».
«Figliola mia, ti senti forse qualche cosa sulla coscienza da dire al confessore?».
«Oh! no, mamma! Peccati gravi non ne ho mai commessi e i veniali li ho sempre accusati».
Clotilde spirò il 30 maggio 1918. A causa la morte affrettata il funerale fu modestissimo. Il padre arrivò appena tre giorni dopo che il suo angioletto se n’era volato via: non avrebbe mai immaginato di ricevere una notizia così improvvisa e straziante.
Ma Clotilde, accompagnata dalla sua Mamma celeste, volò incontro a Gesù Bambino.
La madre sulle prime sentiva il cuore spezzato per la perdita dell’amatissima figliola; ma seppe attingere conforto e sollievo da quella fede profonda che aveva istillato nell’anima di Clotilde. Era sicura che il suo angioletto era in cielo: la tenera pietà della fanciulla e la sua fortezza nei dolori non le lasciavano nessun dubbio.
È sempre Gesù che passa attraverso il campo fecondo della sua Chiesa, come un giorno passava, pellegrino d’amore, per la Palestina: passa cercando e cogliendo puri cuori di bimbi, per farne il suo presepio come a Betlemme; non già un presepio freddo e duro dalla paglia pungente, ma soffice e vivo, emanante il profumo dell’amore eucaristico.


Fonte:
www.vocechegrida.it

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Aggiunto il 2009-06-26

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