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Venerabile Cesare Guasti Terziario francescano

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Prato, 4 settembre 1822 - Firenze, 12 febbraio 1889


Nell’estate 1961, superato l’esame di terza media, un vecchio prete presso cui andavo a confessarmi, ricevendo una notevole istruzione su tutta la morale cattolica, mi regalò come premio l’Imitazione di Cristo e mi disse: “Tolle et lege. Hoc fac et vives!” (Prendi e leggi. Fa’ questo e vivrai). Apertolo vi lessi: “Perché tu impari ad amare e a soffrire cristianamente, ti raccomando questo libro, o mia Angiolina: tu, leggendo e meditando, ripensa a tuo padre. Cesare Guasti”.
Quel nome mi rimase impresso in mente: compresi che era il traduttore dell’opera e cominciai a chiedermi chi fosse. Lo immaginai un sant’uomo, ma non ne seppi nulla fino al centenario della sua morte, nel 1989, quando in lui scoprii un altro capolavoro di Dio.

Intelligente autodidatta
Era nato a Prato il 4 settembre 1822, figlio di uno stampatore, in una famiglia di robusta fede cattolica. In casa, Cesare trovò una forte educazione cristiana con l’approfondimento del “Credo”, dei comandamenti di Dio e del Vangelo di Cristo, la preghiera del Rosario alla Madonna, una grande fiducia nella divina Provvidenza.
Dopo il corso elementare, studia come esterno al Collegio Cicognini, alla scuola di maestri e cultori della classicità, i sacerdoti don Silvestri, don Arcangeli e don Vannucci, maturando una conoscenza eccezionale della lingua italiana e latina. Tuttavia non consegue alcun titolo di studio; diciassettenne, comincia a lavorare come correttore di bozze, nella tipografia paterna. Continua a studiare come autodidatta, facendosi una cultura straordinaria, da far invidia al più erudito dei toscani.
Si appassiona a Dante del quale legge e impara a memoria la Divina Commedia, che è per lui luce e alimento di vita, insieme alla Sacra Scrittura, in primo luogo al vangelo di Cristo. I santi della Toscana e del centro Italia diventano suoi modelli di vita: prima di tutto S. Francesco d’Assisi, che si propone di imitare “nelle povertà e nella letizia “, poi S. Caterina de’ Ricci, pratese come lui, domenicana dell’anima ardente. Attraverso di lei, scopre P. Girolamo Savonarola, di cui ella era stata devotissima, e comincia a venerarlo come un santo… Per mezzo dei suoi santi, Cesare si innamora di Gesù Crocifisso, che diventa il centro della sua vita, amato, studiato, seguito e vissuto.
A vent’anni, si fa terziario francescano. Rimane nel mondo, a lavorare tra i dotti nello Spirito di Gesù: per due anni dal 1850 al ’52 è archivista dell’Opera di S. Maria del Fiore a Firenze; dal novembre 1852, è occupato alla costituzione dell’Archivio centrale del Granducato di Toscana, poi Archivio di stato a Firenze. Nell’Amministrazione degli Archivi, percorrerà tutta la carriera, fino a diventare, nel 1874, direttore dell’Archivio di stato e sovrintendente degli Archivi della Toscana.
Di professione archivista e poligrafo, lascia una produzione storico-letteraria di oltre 500 titoli di opere… Un erudito e insieme un uomo stupendamente vivo, ricco di ingegno, di affabilità e calore umano, generoso e entusiasta della vita e delle realtà belle e buone del mondo, dalla natura all’arte, con un desiderio solo in cuore: “per una grazia particolare del Signore – come scrive il suo biografo Virgilio Crispolti – far tutto bene, per la gloria di Dio, ma non ambire mai alla lode e al plauso degli uomini”.
Trentenne, il 4 aprile 1853, sposa la pratese Annunziata Becherini: uno dopo l’altro, nascono sei figli dei quali sopravvivono solo quattro: Angiolina (la prediletta), Giacinto, Paolo e Leonardo. Insieme alla sposa amatissima, li segue, con il suo genio e le sue premure, educandoli a formarsi un’anima grande e generosa, nel contatto vivo con Gesù e con la Madre sua, con i grandi della santità e della cultura cristiana.

“Senza la croce, non si vive”
E’ una famiglia felice, la sua: Cesare Guasti pubblica cose belle, lieto che molti lo leggano e trovino Dio al fondo dei poeti e dei letterati che fa conoscere. Ma arrivano presto giorni difficilissimi. Nel 1859, in seguito ai noti avvenimenti politici, la Toscana passa al nascente regno dei Savoia, con tutto il dilagare della lotta alla Chiesa che ciò comporta da parte dei nuovi governanti. Cesare ne soffre terribilmente, ma si fida di Dio.
Ancora più si abbandona a Lui, nonostante l’angoscia che l’assale, quando l’8 giugno 1860, muore la moglie, la mamma adorata dei suoi bambini, con la quale, durante il fidanzamento e poi nella vita familiare era stato esempio di intenso amore cristiano. Con i suoi quattro bambini da crescere, non dispera, ma ancora più si aggrappa alla fede.
Inizia proprio di lì l’ascesa verso la perfezione cristiana. La cognata Bianca l’aiuta nell’educazione dei figli. Lui, in un lungo ritiro al Convento Francescano “dell’Incontro” presso Firenze, rimette tutto nelle mani di Dio e formula il programma per la sua vita futura, una “regula vitae” a cui si sarebbe mantenuto fedele sino alla morte: “Starò continuamente alla presenza di Dio e farò tutto per la sua gloria; mi impegnerò nella preghiera mattutina e serale e farò ogni giorno l’esame di coscienza; praticherò quotidianamente la mortificazione, frequenterò almeno quindicinalmente la Confessione e più spesso ancora riceverò la Comunione; mi distaccherò dalle cose del mondo; cercherò in ogni momento la volontà di Dio”.
Quando ritorna alla sua casa, affida i suoi bambini alla Madonna, perché sia per loro mamma e maestra e ogni sera, tenendoseli vicini e insegnandolo loro man mano che crescono, la prega con il Rosario, adagio, assaporandolo, meditandolo, come un liquore buono che illumina, consola e riscalda l’esistenza. Da letterato e poeta quel è, così esprime il suo affidamento a Maria:
“Madre, cui niuna nell’amor fu pari
perché niuna fu pari nel dolore,
la cara sposa e i figlioletti cari,
fidente raccomando al tuo bel cuore:
quivi nei giorni della vita amari
troveremo la pace del Signore;
quivi securi dell’universo ad onta,
spuntar vedremo il Sol che non tramonta!”
Ritrova la serenità, riprende gli studi e le pubblicazioni… Nella pace della sua casa, si dedica al “volgarizzamento” (traduzione) dell’Imitazione di Cristo, il libro di autore incerto che da forse prima del ‘400, ha alimentato la meditazione e la preghiera di tante anime e ha fatto tanti santi: ne esce un capolavoro, che, lui vivente, vede ben quattro edizioni, dedicato, come abbiamo detto all’inizio, alla figlia Angiolina, per indicarle la via di Cristo.
Grazie alla sua esemplare vita cristiana e alle sue opere, si lega di amicizia con quasi tutti i personaggi illustri del tempo, il Tommaseo, il Capponi, il Card. Capecelaltro, Sacerdoti, Religiosi, Vescovi e Cardinali, con uomini di cultura e di scienza, credenti e non-credenti, nei quali lascia, in ogni incontro, il profumo della sua enorme cultura e di Gesù vivo in lui.
E’ in corrispondenza con più di 1500 persone e, con la sua mentalità di archivista, conserva la “minuta” delle sue lettere e le loro risposte, così che oggi ci è possibile scoprire la profonda ricchezza di questo christifidelis laicus: in tutto undici volumi!
Forse le lettere più belle sono quelle alla figlia Angiolina: “…Bisogna rimettersi nel Signore e pensare che senza croce non si vive, per chi è cristiano. La Croce di Cristo è il nostro segno, come la nostra speranza”. A un figlio, incoraggiandolo a studiare: “Il Signore ti aiuterà; affidati alla sua Provvidenza e pensa che quanto Egli dispone, è sempre per il nostro meglio”. Alla cognata Bianca, offrendo un libro di meditazione, poco prima di morire: “Trattenetevi con questo testo, ogni giorno per un quarto d’ora: troverete un pensiero buono a sollevarvi e a farvi gustare la Croce. Ho detto “gustare la Croce”, perché se la portiamo per forza, il merito se ne va. Dunque, occorre stare lieti anche sotto la Croce”.

“Uno in Cristo”
Pur non uscendo dalla sua esistenza di lavoro e di nascondimento, per 15 anni è segretario dell’Accademia della Crusca, l’associazione – per dirla con parole semplici – che raccoglie a Firenze i cultori della lingua italiana più pura e vogliono, come Dante, dimostrare “quanto può la lingua nostra”, senza ricorrere a termini dialettali o stranieri (come, per esempio oggi si fa, a ogni parola, rendendo difficile la vita a molti con un inquinamento senza fine di termini inglesi!).
Non è forse l’italiano, la lingua del “Terzo Testamento”, la Divina Commedia, cioè della risposta più alta che un uomo abbia dato finora a Dio che si è rivelato nell’Antico e nel Nuovo Testamento?
All’Accademia della Crusca, Cesare Guasti è il compilatore dei primi cinque volumi del famoso Vocabolario della Lingua Italiana. Archivista, storico, letterato, filologo, biografo e poeta, è soprattutto un uomo di Dio, rispettato anche da chi nella “terza Italia” laica e massonica nata con l’unificazione del 1861-70, non crede o è indifferente al Cattolicesimo.
Si spegne il 12 febbraio 1889, a Firenze. Sul suo tavolo di lavoro, tra le infinite carte, c’è il Vangelo e l’Imitazione di cristo, su cui egli ha sottolineato le parole che più ha amato e ha cercato di vivere, compiendo solo e sempre la volontà di Dio. Le trascriviamo nel latino originario e poi nella traduzione sua:
“Cui omnia Unum sunt et omnia ad Unum trahit et omnia in Uno videt, potest stabilis esse et in Deo pacificus permanere”.
Cesare Guasti, l’Accademico della Crusca e l’innamorato di Gesù Cristo le ha tradotte così:
“L’uomo a cui il Verbo solo è tutto e conduce tutto a Lui e vede tutto in Lui, può essere di cuore stabile e starsene in pace con Dio”.
E subito dopo:
“O Dio-Verità, fa’ che io sia una cosa sola con Te, in carità perfetta”.
Forse presto lo vedremo elevato alla gloria degli altari, questo appassionato credente che con la vita e con il libro che ha generato tanti santi, ci indica l’unica via da percorrere su questa terra: l’imitazione di Gesù Crocifisso e il farci uno con Lui. Destinazione: il Cielo.


Autore:
Paolo Risso

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Aggiunto/modificato il 2009-07-15

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