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> Home > Sezione Testimoni > Dom Pierre–Célestin (Lou Tseng-tsiang) Condividi su Facebook Twitter

Dom Pierre–Célestin (Lou Tseng-tsiang) Abate benedettino

Testimoni

Shanghai, Cina, 12 giugno 1871 – Bruges, Belgio, 15 gennaio 1949

Lou Tseng-tsiang (o, secondo il sistema di romanizzazione pinyin, Lu Zhengxiang) nacque a Shanghai nel 1871, da una famiglia di fede protestante. Conosciuta l’insegnante belga Berthe Bovy durante un soggiorno a San Pietroburgo, la sposò e, in seguito, si convertì al cattolicesimo. Servì il suo paese nel campo diplomatico, realizzando ampie riforme al Ministero degli Affari Esteri ed evitando di divenire parte di una delle fazioni che divisero il governo. Fu uno dei membri fondatori della società cinese di diritto pubblico internazionale. Rimasto vedovo, divenne monaco benedettino presso l'abbazia di Sant’Andrea a Bruges, col nome di Pietro Celestino (Pierre-Célestin), e fu ordinato sacerdote nel 1935. Un decennio più tardi papa Pio XII lo nominò abate dell'abbazia di San Pietro di Gand, a titolo onorifico. Purtroppo la guerra civile cinese impedì a dom Pietro Celestino di fare ritorno in patria: morì nelle Fiandre nel 1949, pochi mesi prima della presa di potere comunista in Cina.



Shangai 12 giugno 1871, sorride una culla: è nato finalmente un bimbo. Lu Yong-Fong, il padre, e U-Ki-Ling, la madre, vegliano i primi vagiti del piccolo Tseng Tsiang. La Cina è di Confucio, ma Lou Yong-Fong è catechista anglicano. I genitori, davanti al loro piccino, si domandano: “Sarà ricco, sarà grande? Sarà signore di altri uomini? Chi sarà domani?”. Certamente, pensano, sarà anglicano come il padre nella “società missionaria di Londra”. Affronterà la critica degli uomini e lavorerà per una Cina più grande. Studierà e sarà saggio. Intanto dondola la culla e questo è bello.

Shu, il primo maestro


Il giovane Lou Tseng Tsiang fu iscritto alla scuola di lingue estere di Shangai. Era stato battezzato alla “società missionaria di Londra”. Protestante e anglicano come il padre, propagandista di Bibbie e di opuscoli. Ma Lou partì da Confucio, “il saggio” della vecchia Cina. Il quale Confucio però non lo soddisfaceva: mancava il Cielo. Nella scuola di Shangai e poi in quella di Pechino, ove fu ammesso ai corsi di interprete, il giovane Lou poté intravedere il Cielo che egli cercava, ma da lontano e non gli veniva indicata la via sicura per giungervi.
Nel gennaio 1893, Lou, 22 anni, si trova all’ambasciata cinese a Pietroburgo, a studiare e a prepararsi alla carriera diplomatica, all’ombra dello Zar di Russia. Il “ministro di Cina”, Shu Kin Shen, è al suo tavolo di lavoro e vaglia incartamenti, tra cui giace la domanda di congedo presentata da Lou, il giovane interprete inviato da Pechino. Il ministro non vuole accordargli il congedo: «Perché agisce così?». Lou risponde: «Sono un figlio filiale, voglio essere il sostengo della vecchiaia di mio padre». Shu quasi gli ordina: «Scriva a suo padre, se può fare a meno di lei. Io cercherò di fare di lei un diplomatico. Noi abbiamo dei doveri verso la società e il nostro paese. Chi potrà fermare la nostra patria sulla via del disastro? Prenda lei e altri giovani, il posto degli anziani che saranno sommersi, e faccia della Cina una costruzione adeguata».
Lou accetta. Ma Shu è un maestro – non solo un ministro – e continua implacabile: «Come diplomatico, lei conosce a fondo l’Europa. Ebbene, la forza dell’Europa non risiede nelle armi né nella scienza, ma nella sua Religione. Durante la sua carriera, lei osserverà la Religione cristiana. Abbraccia rami e popoli diversi. Osservi il ramo più antico di questa Religione: il Cattolicesimo, quello che continua a essere fedele alla Tradizione, alle sue origini: ne penetri lo spirito. Studi la sua Dottrina, pratichi i suoi Comandamenti, osservi il suo governo, segua da vicino il suo operato. E più tardi, allorché avrà terminato la sua carriera, forse avrà occasione di andare più oltre ancora: ne diventi discepolo e osservi la vita interiore che deve esserne il segreto. Quando avrà capito e captato il segreto di questa vita, quando avrà sentito il cuore e la forza della Religione di Gesù Cristo, li prenda per darli alla Cina». Lou Tseng Tsiang fu rapito dal discorso di Shu Kin Shen e non lo dimenticò più.

Carriera folgorante

Andando contro le consuetudini, Lou si era presto tagliato il codino e il 12 febbraio 1899, secondo il rito cattolico, sposò Berta Bovy (Berta era cattolica) a Pietroburgo nella chiesa di Santa Caterina. Tagliarsi il codino, e per di più sposare una moglie europea e persino cattolica, era stato uno scandalo per la vecchia Cina. Berta era una giovane belga, che egli aveva conosciuto a Pietroburgo nel 1897: era insegnante di francese. Non meno scandalizzati dei cinesi erano i parenti della sposa: «È assurdo, è vergognoso! Con un cinese, confuciano e protestante per di più!».
La Chiesa Cattolica, da buona Madre, sconsiglia fortemente i “matrimoni misti” e giustamente chiede al coniuge non cattolico di acconsentire all’educazione cattolica dei figli, come con lealtà piena aveva acconsentito Lou davanti a Berta, sua moglie, e al sacerdote cattolico. Ebbene, fu un matrimonio felice. Berta, in silenzio, parlando più con la vita che con le labbra, prese ad avvicinare il marito a Gesù Cristo. Soprattutto pregando e offrendo.
Chissà per quale mistero, i figli pure desiderati non vennero. Ma la carriera di Lou, dall’inizio del secolo XX, è splendida. Nel 1906 è ministro all’Aja (Olanda). Nel 1911 è ambasciatore a Pietroburgo. Nel 1912 è ministro degli Esteri dell’Impero cinese. Dal 1913 al 1915 è presidente del consiglio, capo del governo cinese. Nel 1917 di nuovo ministro degli Esteri. Lou aveva obbedito a Shu, come “figlio filiale” della Cina, con un’opera di svecchiamento, di risanamento, pur negli anni grigi e difficili del suo tempo, densi di storia e di tragedia, con lotte, prove, vittorie e amarezze.
Una carriera in continua ascesa verso i vertici più alti del potere, ma ciò che lo prende davvero tutto è la sua sete di Verità, è trovare le risposte a quella grande insoluta questione che è la vita, questione che nessuna carriera in questo mondo risolve, anche se si guadagnasse il mondo intero. La sua Berta tiene viva e assillante la questione del senso ultimo dell’esistenza, con la sua preghiera, la sua tacita offerta a Dio per il marito confuciano e protestante e... infelice.
Lou s’interroga: «Quali sono i tuoi disegni su di me, o Signore?». Un giorno, nella loro casa di Pietroburgo, Lou dice alla moglie: «Ho promesso che i nostri figli sarebbero stati cattolici. Poiché non abbiamo avuto figli, che cosa diresti se mi facessi cattolico io?». Ecco, ora, il diplomatico raffinato, l’uomo di Stato cinese, il primo ministro dell’impero si avvia – guidato dalla moglie – a incontrare Gesù Cristo nella Chiesa Cattolica.
Qual è la strada di Lou? «La mia conversione – amerà ripetere – non è una conversione, ma è una vocazione». Così si scandiscono le tappe da Confucio a Cristo. Confucio è il punto di partenza, la “società missionaria” (protestante) gli ha indicato il Cielo, ma troppo da lontano. Shu Kin Shen gli ha mostrato in qualche modo la via. Ma è Berta a riscaldare con la fiamma della sua breve vita il cammino di Lou.

Incontro a Gesù

Nel febbraio 1924, Lou e Berta celebrano le nozze d’argento. Lou le regala un anello di platino su cui ha fatto incidere: «Preghiera, pazienza e penitenza». Ormai ha lasciato la vita politica. Dio prova Lou con il dolore: Berta si ammala. Addio Shangai, Pechino, con le tombe degli avi. Berta si aggrava: viaggi a Parigi, Berna e Locarno. Lou si dedica tutto a lei. È l’epilogo della prima stagione della sua esistenza, forse è un preludio.
In quel tempo, è uscito Diario e pensieri di ogni giorno di Elisabetta Leseur, a cura del marito, un tempo ateo, quindi convertito a Cristo dalla sposa, diventato Domenicano e sacerdote dopo la sua morte: padre Felix Leseur. Lou e Berta leggono insieme quel libro e si sentono di condividerlo. «Sei davvero un’emula di Elisabetta Leseur... Ma io non so se potrò diventare un giorno un altro padre Leseur!». Lei sorride: «E perché no? Con la grazia di Dio e con la tua buona volontà».
Berta va incontro a Dio il 26 aprile 1926 a Berna, dopo aver offerto la vita per la conversione e la santificazione del suo Lou Tseng Tsiang. È tumulata a Laeken nella tomba della Famiglia Reale del Belgio. Quel giorno stesso, Lou si presenta al padre Nunnynck per chiedergli di entrare in monastero e consacrarsi a Dio.
Riceve il Battesimo nella Chiesa Cattolica. Intraprende quasi subito il Noviziato con il nome di fra Pietro-Celestino, nell’Ordine di san Benedetto.
Mentre intraprende e completa gli studi teologici, ricorda la figura del suo maestro Shu Kin Shen: «La forza dell’Europa risiede nella sua Religione... Ne diventi discepolo. Quando avrà capito e captato il segreto di questa vita, quando avrà sentito il cuore e la forza della Religione di Cristo, li prenda per darli alla Cina».
Il 29 giugno 1935, Lou Tseng Tsiang, diventato padre Pietro-Celestino, è consacrato sacerdote da mons. Celso Costantini, primo delegato apostolico in Cina, venuto da Roma. Tra i sacerdoti presenti c’è pure padre Felix Leseur. Ecco, tutto si era compiuto, da Confucio a Cristo, anzi all’altare di Cristo. Il primo ministro cinese, lo statista noto in tutto il mondo, è diventato sacerdote di Gesù nella Chiesa Cattolica e monaco nell’Abbazia benedettina di Bruges in Belgio.
Monaco, sacerdote e apostolo a tempo pieno di Gesù Cristo, per la sua patria, la Cina. La conversione per lui è stata vocazione ed è missione: «Vorrei dire ai miei compatrioti: leggete il Vangelo, gli Atti degli Apostoli, le lettere di Paolo. Leggete la storia delle persecuzioni dei primi secoli della Chiesa e gli atti dei suoi martiri. Prendete tutte le pagine della storia della Chiesa, comprese quelle che portano l’impronta della debolezza umana. Prendete pure quelle innumerevoli in cui la carità cristiana si è profusa con una sollecitudine materna e spesso eroica. Tenete conto delle cose e arriverete a concludere che si tratta di una realtà assolutamente superiore ed unica. Allora vi porrete il quesito: nella Chiesa Cattolica abita davvero il Dio vivo e vero, l’unico Dio?».
Per 12 anni Lou Tseng Tsiang – padre Pietro-Celestino – lo fa con passione ardente dall’Abbazia di Sant’Andrea di Bruges nel Belgio. Il 14 gennaio 1948, su un lettino di ospedale, si sta spegnendo lentamente. Gli sono attorno il vescovo di Nanchino, mons. Yu Pin, l’ambasciatore di Cina a Bruxelles, un confratello benedettino... e Gesù. Lui prega e prega: «Pater noster... adveniat regnum tuum». Poi fissa lo sguardo in alto: «Adveniat Pater noster, adveniat Jesus, adveniat... Venga Dio nostro Padre, venga Gesù!». Soffre molto, ma ha addosso una grande pace. Le sue ultime parole: «Affido il mio paese, la Cina, a Gesù: è in buone mani». È ciò che chiediamo e vogliamo anche noi, per ogni uomo, per tutti i popoli: Gesù!

Autore: Paolo Risso

 


 

L’abate benedettino Lou Tseng Tsiang (1871-1949), nato a Shanghai in una famiglia protestante, aveva ricevuto il battesimo in una chiesa legata alla London Missionary Society nella quale il padre era stato catechista laico. Educato in gioventù ai valori confuciani, aveva fatto carriera nella diplomazia tanto da essere inviato in importanti missioni all’estero e divenire Primo ministro e ministro degli esteri della Repubblica cinese nel periodo 1911-1920.

Sposatosi con una cattolica belga, nel 1911 ricevette il battesimo sub condicione nella Chiesa cattolica. Dopo la prematura scomparsa della moglie decide di ritirarsi in un monastero benedettino. Prende quindi l’abito monastico all’età di cinquantasei anni nell’abbazia belga di Saint-André e riceve il nome di Pierre-Célestin. Ordinato sacerdote nel 1935, nel 1946 papa Pio XII lo nomina abate titolare dell’abbazia di Saint-Pierre di Gand. Il 15 gennaio 1949 muore nelle Fiandre senza avere potuto fare ritorno nella sua terra natale a causa della guerra civile in corso.

Per comprendere la sua originale opera di ponte tra la tradizione confuciana e la religione cristiana sono utili in particolare gli scritti Souvenirs et pensées (1945) e La rencontre des Humanités et la découverte de l’Évangile (1949). Da non trascurare inoltre gli scambi epistolari, così come la sua opera in cinese dal titolo Breve storia dell’ordine benedettino. A proposito della inculturazione del cristianesimo in Cina scriveva in Souvenirs et pensées: «Finché la liturgia cattolica non avrà potuto adottare la lingua letteraria cinese – che, voglio sottolineare, si armonizza in maniera ammirabile con il canto gregoriano –, il culto che la chiesa rende a Dio, il sacrificio della Messa, l’ufficio divino, la liturgia dei sacramenti, l’ammirabile liturgia cattolica dei funerali resteranno, per la razza gialla, un libro totalmente chiuso».

Il suo itinerario spirituale può essere allora colto sotto il segno della sintesi armonica tra ritualità confuciana e fede cristiana. Tale complementarietà tra cultura cinese e religione cristiana è bene espressa nelle seguenti riflessioni autobiografiche: «Sono confuciano perché questa filosofia morale, nella quale sono stato educato, penetra profondamente la natura dell’uomo e traccia chiaramente la sua linea di condotta nei confronti del Creatore, dei genitori e dei propri simili, persone e società. Il confucianesimo, le cui norme di vita morale sono così profonde e così benefiche, trova nella rivelazione cristiana e nell’esistenza e nella vita della Chiesa cattolica la giustificazione più eclatante di tutto ciò che possiede di umano e di immortale».


Autore:
Enrico Riparelli


Fonte:
www.fttr.it

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Aggiunto/modificato il 2015-06-05

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