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Beato Emanuele Lozano Garrido Giornalista

Linares, Spagna, 9 agosto 1920 - 3 novembre 1971


È il primo paralitico che arriva sugli altari in sedia a rotelle e, se altri lo seguiranno, la Congregazione dei Santi sarà costretta a modificare in rampe per disabili le attuali gradinate di accesso alla “Gloria” del Bernini. Scherzi a parte, salutiamo con gioia l’arrivo del primo “beato in carrozzella”, che su questa è rimasto inchiodato per 28 anni e che da questa ha seminato (diventa difficile anche solo scriverlo) serenità ed allegria, continuando a svolgere il suo mestiere di giornalista che lo fa diventare, da autentico uomo dei primati, anche il primo giornalista laico beatificato.  Manuel Lozano Garrido, da tutti chiamato “Lolo”, cresce, vive e muore a Linares (Jaén, Spagna), dove è nato nel 1920 e dove adesso riposano anche i suoi resti mortali, collocati nella chiesa parrocchiale proprio di fronte al balcone di casa sua, fin dove lo portava la sua carrozzella e da dove intratteneva i suoi colloqui “a distanza” con l’Ospite del tabernacolo, centro propulsore della sua vita e fonte ispiratrice dei suoi scritti. A 16 anni appena (cioè nel bel mezzo della guerra civile) si assume l’incarico di portare la comunione ai cristiani perseguitati: ovviamente di nascosto ed  a pezzo della vita, tanto che a 18 anni viene arrestato perché cristiano troppo praticante e, tra l’altro, gli tocca di passare la notte di un Giovedì Santo in cella, adorando l’Eucaristia, che è riuscito a far passare sotto il naso dei carcerieri ed a portare con sè, accuratamente nascosta in un mazzo di fiori. Attivivista di Azione Cattolica, nel 1942 è bloccato dalla malattia, che appena un anno dopo lo ha già completamente invalidato, diagnosticata come “spondilite”: “È come se avesse uno spillo conficcato in ogni millimetro della sua pelle””, spiega un medico e tanto basta per immaginare la quantità della sofferenza. Nel 1962 comincia a perdere la vista, arrivando in breve alla cecità completa. Per assurdo, gli anni della sua immobilità ed evidente “inutilità” diventano invece i più fecondi ed attivi, al punto che sono in molti a sostenere che Lolo, in realtà, non abbia vissuto 51 anni, tanti quanti è rimasto su questa terra, ma “solo” 28, cioè quelli in cui è rimasto inchiodato alla sua sedia a rotelle, vivendo con incredibile gioia la sua inattesa “vocazione di malato”. Senza l’Azione Cattolica però, molto probabilmente, non si potrebbe spiegare l’eroicità di Lolo, perché è questa che, fin da bambino, lo modella nella fede, lo allena al sacrificio, lo fa amare l’Eucaristia e la Madonna. Un po’ per vocazione e un po’ per necessità diventa giornalista, lavoro con cui si mantie e che lo mette in contatto con il mondo pur restando tra le quattro pareti della sua cameretta. Scrive a macchina fino all’ultimo: per quanto possibile, con entrambe le mani; dopo la paralisi della mano destra, utilizzando solo la sinistra; nel periodo di cecità e paralisi completa, dettando i suoi testi alla sorella: ben nove libri di spiritualità e un’infinità di articoli per diverse testate Attorno a lui c’è vitalità e continuo avvicendamento, per via degli amici e degli amici degli amici, che si alternano per aiutarlo nelle più elementari necessità della vita, ma soprattutto per imparare da lui come si vive e come si soffre. Perché Lolo è un innamorato della vita e non conosce depressione o tristezza. “Sacramento del dolore”, lo ribattezza Frére Roger di Taizè, anch’egli attratto dalla sua fama e dalla sua santità.  Nel suo “decalogo del giornalista” estremamente attuale ed utile, che dovrebbe essere affisso in ogni redazione giornalistica, tra l’altro, raccomanda agli operatori della carta stampata di “pagare con la moneta della franchezza”, di “lavorare il pane dell’informazione pulita con il sale dello stile e il lievito dell’eternità” e di non servire “né pasticceria né piatti piccanti, piuttosto il buon boccone della vita pulita e speranzosa”, oltre ad invitare a “tagliare la mano che vuole  imbrattare, perché le macchie nei cervelli sono come quelle ferite che non guariscono mai”. Il che, se applicato alla lettera, farebbe di certi giornalisti odierni un esercito di monchi. Dato che Lolo è “sempre” grave e per le sue difficoltà respiratorie anche un banale raffreddore può essere fatale, non si accorgono del suo aggravamento ed in modo inaspettato muore serenamente il 3 novembre 1971. Beatificato il 12 giugno 2010, è il primo di cui si propone un articolo giornalistico come seconda lettura della “Liturgia delle Ore”.


Autore:
Gianpiero Pettiti


Note:
Per approfondire: www.amigosdelolo.com

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Aggiunto/modificato il 2012-11-24

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