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Venerabile Marcello Labor Sacerdote

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Trieste, 8 luglio 1890 - 29 settembre 1954

Marcello Labor, nato Marcello Loewy, fu medico, marito esemplare e padre di famiglia. Nella parte finale della sua vita, rimasto vedovo, fu ordinato sacerdote: divenne rettore del Seminario diocesano e parroco della Cattedrale di San Giusto a Trieste. Morì d’infarto il 29 settembre 1954, a 64 anni. È stato dichiarato Venerabile con decreto del 5 giugno 2015.



Figlio di un ricco banchiere ebraico di origine ungherese e di una donna triestina, è un mix di agiatezza, cosmopolitismo e vivacità culturale, abbinato a radici ebraiche mai smentite, perché, dice,  “resterò sempre ebreo”.  La vita, con lui ricca di sorprese, gli concede di essere medico competente, marito esemplare, padre affettuoso, prete dall’intensa vita spirituale e di chiudere gli occhi con una solida fama di santità che, per ora, gli è valsa il riconoscimento delle virtù eroiche, sancito con decreto pontificio il 5 giugno 2015.
La sua vocazione letteraria, destinata ad accompagnarlo per tutta la vita, è coltivata al liceo triestino e in un gruppo di compagni (tra i tanti basta citare Scipio Slataper e Giani Stuparich), mentre cambia il suo cognome originario, Loewy, con  quello di Labor, per affermare la sua italianità, in un ambiente di chiara impronta filogermanica. Sposa ad inizio 1912 con rito ebraico Elsa Reiss e poi la prima guerra mondiale lo porta a Lubiana, dove a fine 1914 riceve il battesimo insieme alla moglie, per un voto che questa ha fatto alla Madonna: forse la preparazione è un po’ affrettata, sicuramente la conversione è più conseguenza del voto che frutto di convinzione, fatto sta che la fede è dormiente per parecchi anni, durante i quali, tuttavia, si guadagna la fama di medico dei poveri, che a Pola cura gratuitamente e con dedizione, in coerenza con le idee socialiste, per le quali dimostra aperta simpatia. Questi sono però anche gli anni del suo arricchimento culturale e scientifico, con le sue appassionate ricerche per la cura della tubercolosi  e in campo geriatrico.
Nel 1929 la svolta, con la graduale riscoperta insieme alla moglie della fede che hanno ricevuto in dono, con il suo entusiasmo nell’apostolato attivo dell’Azione Cattolica e con la sua appassionata adesione all’impegno caritativo della San Vincenzo. Di pari passo inizia il calvario della moglie, culminato nell’amputazione di una gamba, nel quale l’uomo di scienza sperimenta i limiti della medicina, non sempre in grado di ridonare sanità e speranza di vita. “Quello lì alla mia morte si fa prete”, sentenzia lei, stupita e divertita dalla sempre più intensa spiritualità del marito. La profezia puntualmente si avvera nel 1934, quando lei chiude gli occhi e dopo che il figlio e la figlia (una terza, la primogenita, è morta a Lubiana poco dopo la nascita) hanno spiccato il volo, ciascuno per il proprio destino. Assegnata ai figli la parte di eredità, destina il rimanente ad opere di bene e all’Azione Cattolica; completamente spoglio di ogni sua sostanza chiede a 48 anni di entrare in seminario, dopo aver, per sua personale simpatia verso don Bosco, strizzato l’occhio ai Salesiani ed essere stato da questi rifiutato. Con la docilità di un adolescente intraprende, e termina in due anni, il cammino di formazione, che lo porta ad essere prete il 21 settembre 1940.
Comincia col dirigere il seminario di Capodistria, da cui, dopo l’8 settembre 1943, lo strappano le leggi razziali: in quanto ebreo va in esilio a Fossalta di Portogruaro, a fare il semplice cappellano, incantando tutti con la sua semplice amabilità. Ritorna a Capodistria a guerra terminata, riprendendo il posto che aveva lasciato due anni prima, ma la  sua franchezza nel predicare lo pone subito in antitesi con gli uomini di Tito: arrestato il 13 agosto 1947, processato, condannato ad un anno di reclusione, viene poi rilasciato il 30 dicembre dello stesso anno. Il vescovo gli affida la direzione spirituale dei seminaristi a Gorizia, poi lo manda parroco della cattedrale triestina di San Giusto. Non volendo correre il rischio di essere un “pastore senza gregge”, fa risorgere spiritualmente la parrocchia, giusto in tempo per sentirsi chiedere dal vescovo di tornare a riprendere le redini del seminario, che intanto da Capodistria si è trasferito a Trieste. Non se lo fa dire due volte, anche se gli costa lasciare la cattedrale in cui ha fatto tanto ed in cui tantissimo ci sarebbe ancora da fare e nel 1953 ritorna in seminario; il suo successivo trasloco è disposto direttamente dal Padreterno: il 29 settembre 1954 è stroncato da un infarto, da lui stesso diagnosticato come terminale.
Don Marcello Labor deve essere seppellito, secondo le sue disposizioni, “povero e nudo. Povero, poiché quanto mi si trova indosso o intorno appartiene alla Chiesa; nudo, ossia solo con la mia amata veste talare, senza insegne, berretti o paramenti. Mi sento tanto povero davanti a Dio”.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Marcello Loewy nacque a Trieste da genitori israeliti, originari di Kanisza in Ungheria, l’8 luglio 1890. Portò a termine gli studi ginnasiali e liceali nel locale istituto «Dante Alighieri», dove incontrò compagni e amici molto cari, come Scipio Slataper e Giani Stuparich, illustri scrittori della letteratura italiana. Fin da giovanissimo fu votato alla scrittura, come si può evincere dai Diari (cinque quaderni in tutto, iniziati nel 1907), dalla corrispondenza con Scipio Slataper, dalla traduzione di Judith di Friedrich Hebbel per i Quaderni de «La Voce» (1910). Nella sua cerchia di amici ci furono intellettuali quali Guido Devescovi, Elody Oblath, Pietro Pasini, Gigetta Carniel, Guglielmo (Willy) Reiss-Romoli, che divenne suo cognato. Frequentò l’Università di Vienna e Graz, dove si laureò in medicina nel 1914.
Nel 1912 sposò a Trieste, con rito ebreo, Elsa Reiss, da cui ebbe tre figli: Maria, che morì prematuramente, Giuliana (che si trasferì a Torino ed ebbe dieci figli) e Livio.
Nel 1914, assieme alla sua sposa, abbracciò la fede cattolica e ricevette il battesimo a Lubiana il 23 dicembre di quell’anno. Durante la prima guerra mondiale prestò servizio come ufficiale medico nell’Esercito Austro-ungarico sul fronte della Galizia, dove venne fatto prigioniero dai russi. Terminata la guerra, si stabilì a Pola, dove esercitò la professione medica con grande competenza e sensibilità umana.
Cambiò il nome in Labor su consiglio del padre per affermare l’italianità sua e della sua famiglia. Il nome scelto è rivelatore delle sue simpatie socialiste: labor=lavoro, inteso proprio come fatica. Negli anni della professione medica a Pola, dopo la prima guerra mondiale e prima della sua conversione alla pratica del cattolicesimo (1929) Labor fu intellettualmente vicino al socialismo ed impegnato nell’assistenza ai lavoratori poveri. Furono questi gli anni della ricerca, allora pionieristica, nel campo della geriatria e degli studi sulla tubercolosi. Il secondo quaderno dei Diari (1932-1934) testimonia il rinnovato impegno nel sociale dopo la conversione e la militanza nell’Azione Cattolica e raccoglie le sue riflessioni sulla vita di medico a Pola.
Il terzo quaderno (Giornale dei viaggi, 1934-1938) è un ritratto critico della società borghese durante il regime fascista e dei valori che esso proponeva. Il quarto quaderno (1935-1938) rispecchia l’ansia di vita interiore nell’anima di Labor e la sofferenza causata dalle discriminazioni razziali di cui egli ebbe a soffrire. Quegli anni videro la produzione di diversi saggi, prose liriche, articoli di terza pagina per vari periodici, fra cui «Vita Nuova» (Trieste). Circa duecento articoli di Marcello Labor, ritagliati da vari giornali, si conservano nell’«Archivio Labor» della Biblioteca del Seminario di Trieste.
Ricco di profondo credo religioso, si impegnò alacremente nell’apostolato, dedicandosi, in maniera particolare, all’opera San Vincenzo de’ Paoli, dove riuscì a esternare il suo grande amore per i poveri. Inoltre animò l’Azione Cattolica e fondò il Centro dei laureati cattolici. Di grande pietà eucaristica, studioso della dottrina cattolica, si prodigò con la parola e gli scritti a illustrare il pensiero e la spiritualità cristiana.
Rimasto vedovo nel 1934 e instradati i figli, sentì fortemente la chiamata per mettersi al totale servizio di Dio e della Chiesa. Superati gli esami di teologia, venne ordinato sacerdote a Trieste dal vescovo Antonio Santin, nella cattedrale di San Giusto, il 21 settembre 1940.
Divenne rettore del Seminario di Capodistria prima e di Trieste poi; inoltre fu parroco a Fossalta di Portogruaro, padre spirituale del Seminario Teologico centrale di Gorizia e poi parroco della cattedrale di San Giusto. Dotato di profonda prudenza e praticità, fu direttore spirituale ricercato e predicatore molto apprezzato.
Animatore di associazioni e gruppi come Fuci, San Vincenzo de’ Paoli, «Salus Infirmorum», «Lampade viventi», si dimostrò esemplare per zelo, pietà e dedizione nel decoro della chiesa, nonché ammirevole per l’umanità nell’accostare le persone.
Nel 1943 Marcello Labor fu esiliato perché ebreo di origine e funse come vicario parrocchiale a Fossalta di Portogruaro, fino al 1945. Nel 1947 fu incarcerato dai comunisti di Tito. Morì d’infarto, che diagnosticò egli stesso con precisione, il 29 settembre 1954.
Perseguitato sia dai fascisti che dai comunisti, don Labor trovò in Cristo l’unica Verità. Significative sono le pagelline scritte per i suoi parrocchiani di San Giusto, pubblicate postume con il titolo di Adorazioni eucaristiche: si tratta di brevi elaborati di teologia mistica.
Il nulla osta per la sua causa di beatificazione è stato emesso il 25 aprile 1996. L’inchiesta diocesana, svolta a Trieste, si è conclusa l’11 giugno 2000 ed è stata convalidata con decreto del 1° febbraio 2002. La “positio super virtutibus” è stata trasmessa alla Congregazione vaticana per le Cause dei Santi nel 2004. Don Marcello Labor è stato dichiarato Venerabile con decreto del 5 giugno 2015.


Autore:
Cristina Siccardi

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Aggiunto il 2015-10-31

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