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Servo di Dio Enrico Planchat Sacerdote e martire

Testimoni

8 novembre 1823 - 26 maggio 1871


Nato l'8 novembre 1823 a La Roche-sur-Yon in Vandea, Enrico Planchat trascorse un'infanzia e un'adolescenza veramente pie, dapprima nella cittadina natale, poi a Chartres e a Lilla dove il padre, magistrato, fu successivamente trasferito. Nel 1837 il ragazzo è posto come convittore nel Collegio Stanislas di Parigi. Vi rimane tre anni, dopo i quali continua gli studi nell'Istituto dell'abate Poiloup a Vaugirard [allora sobborgo di Parigi]. Gli anni trascorsi a Vaugirard sono decisivi per il futuro orientamento della sua vita. Egli conosce l'attività delle Conferenze di San Vincenzo de' Paoli. Ne è conquistato, e vi si dedica con tutto l'entusiasmo. Consacra il tempo libero dagli studi ai poveri della zona; si assume la direzione della biblioteca popolare creata dalla Conferenza parrocchiale; rivolge le sue cure ai fanciulli delle scuole; trascorre le domeniche nel patronato che i Fratelli di San Vincenzo de'Paoli (oggi chiamati Religiosi di San Vincenzo de’Paoli) hanno aperto da poco nella Rue du Regard, occupandosi degli apprendisti. Ed ogni domenica, immancabilmente, il pio giovane termina la giornata ai piedi di Nostra Signora delle Vittorie
Il giovane che con tanto entusiasmo si dedica all'apostolato dei poveri di Vaugirard ha davanti a sè uno splendido avvenire. Glielo garantiscono il prestigio del nome paterno, il censo, le relazioni familiari, l'intelligenza non comune, gli studi giuridici bril­lantemente compiuti. Matura invece nel suo animo la vocazione sacerdotale e il desiderio di consacrarsi totalmente al servizio del popolo più umile nell'istituto dei Fratelli di San Vincenzo de' Paoli da lui conosciuto a Vaugirard. Appena conseguito il diploma di avvocato, entra nel Seminario di Issy. Il giovane seminarista non nasconde le sue aspirazioni all'apostolato tra le classi più umili. A taluni suoi compagni sembra impossibile che un giovane, cui potrebbe essere aperta la via ad una splendida carriera ecclesiastica, possa vagheggiare così modesto ideale: ancor meno comprendono che un tale seminarista possa compiacersi di una cella del tutto disadorna e di una tenuta esteriore quanto mai dimessa. Ma Enrico Planchat dà loro una risposta rivelatrice dell'animo con cui si prepara al sacerdozio: «Ce n'est pas à ceux qui ont de belles pendules et de beaux tapis dans leurs appartements que l'on va se confesser, quand on veut se convertir ». (se uno vuol convertirsi non bussa alla porta di lusso)
Ordinato sacerdote il 21 dicembre 1850, si presenta tre giorni dopo a Giovanni Leone Le Prevost, già funzionario del Ministero dei Culti e presidente della Conferenza di San Vincenzo della parrocchia di San Sulpizio, superiore della piccola comunità dei Fratelli di San Vincenzo de' Paoli da lui fondata con Clément Myionnet, Maurice Maignen e Louis Paillé. È accolto, primo sacerdote, nella nascente Congregazione. Da questo momento, tutta la sua vita sarà un continuo atto d'immolazione, terribile e splendido, per quel popolo che egli ha tanto amato e dal quale sorgeranno i suoi carnefici.
Ed eccolo percorrere, giorno e notte, le strade di Grenelle [altro sobborgo di Parigi] dove si addensa una popolazione operaia che vive nell'indifferenza e nella dimenticanza delle pratiche religiose, anzi nell'ostilità a Cristo e alla Chiesa. Il “cacciatore di anime”, piene le tasche di medaglie, di immagini, di libri buoni, va alla scoperta del suo mondo; penetra in ogni vicolo, si spinge nelle zone più malfamate, entra nelle più sudice baracche, nelle stamberghe più infette. Non si commuove per le ingiurie nè per le minacce. Le une e le altre sono spesso occasione di intavolare una conversazione che termi­nerà con la confessione. In breve tutti sono abituati a vedere quel prete allampanato percorrere instancabile le strade del quartiere, entrare in ogni casa. Si comincia ad andargli incontro per confidargli pene e necessità; lo si chiama, gli si segnalano poveri vergognosi, ammalati bisognosi, cuori inaspriti dalla miseria e dalla sofferenza. Egli corre da tutti, portando a tutti il conforto e l'aiuto desiderato. Sin dai primi mesi i risultati sono ammirevoli: comunioni tardive, ritorni clamorosi alla pratica cristiana, conversioni in punto di morte, regolarizzazioni di matrimoni (giungerà a regolarizzarne sino a 500 all'anno). Un tale apostolato non può non logorare la fibra del Planchat. Dopo un anno egli cade ammalato, e alla malattia fisica si aggiungono, torturanti, le pene dello spirito. Un soggiorno di parecchi mesi in Italia gli permetterà di ritrovare le forze per continuare il suo ministero. Nell'aprile del 1853 è di nuovo a Grenelle, guarito. Riprende con rinnovato ardore il suo apostolato. Consacra le sue cure agli apprendisti e ai ragazzi del patronato. Ne organizza un altro per le giovani operaie. Stabilisce la “opera della Sacra Famiglia” per meglio assistere le famiglie già raggiunte dalla sua parola. Predica ritiri per le prime comunioni dei bambini e degli adulti. Tutto ciò non gli basta. Vi sono, come prima e più di prima, le estenuanti corse, di giorno e di notte, in cerca degli ammalati, dei vecchi, dei peccatori. Sbocciano così, innumerevoli, i fioretti di Padre Planchat.
In una delle sue corse apostoliche gli capita di passare davanti ad una lavanderia. La vista del prete, e per di più un prete dall'aspetto tanto povero, eccita l'allegria delle operaie che lo coprono di sarcasmi. Planchat, senza turbarsi, entra nel locale, distribui­sce a tutte medaglie, immagini e rosari e rivolge loro un discorsetto che le scuote profondamente. Quando parte, lo raggiunge la padrona che, con le lacrime agli occhi, lo prega di accettare un'offerta per una Messa secondo le intenzioni sue e delle operaie.
Una sera si dirige alla casa di un moribondo lontano da Dio. Non ostante le sue insistenze, non può avvicinare l'infermo. È cacciato con insulti e minacce. Ma il buon sacerdote non vuole abbandonare quell'anima. Discende in strada, vede poco lontano un paracarro e nonostante il vento glaciale che soffia implacabile vi si siede e comincia a recitare il rosario. Le ore passano e Plan­chat continua a sgranare la corona. A mezzanotte è sempre al suo posto, pregando per il povero morente. Ed ecco che, dalla casa, esce di corsa una donna, la quale, stupita di vederlo a quell'ora e in quel luogo, lo prega di salire subito dall'ammalato. Enrico Planchat giunge a tempo per confessarlo, dargli l'estrema unzione e riceverne l'ultimo respiro.
È inverno. Il Servo di Dio si è recato sino all'estremità della piana d'Issy per assistere una moribonda. Nevica, è passata la mezzanotte, ed egli non è rincasato. I confratelli sono ormai inquieti. Finalmente appare Enrico Planchat coperto di neve e intirizzito dal freddo. Non è solo. Ha raccolto per strada un soldato che si è smarrito nella pianura e un disgraziato senza tetto, che ha scovato in una macchia. Li riscalda, dà loro da mangiare e procura loro un alloggio.
Un'altra notte d'inverno la portinaia sorprende il Planchat che cerca di entrare in casa senza farsi notare. Cammina con una andatura che non è quella abituale. Alla portinaia che gli chiede: «Ma che ha ai piedi, Reverendo ? », «Nulla, nulla », risponde, cercando di farsi più piccolo. Ma la spietata portinaia lo squadra con maggiore attenzione ed allibisce. Planchat rientra senza scarpe, con le calze bagnate e ghiacciate. Cerca di scusarsi. «Le ho date sull'esplanade degli Invalidi a un poveretto che ne era privo. Che volete ? Era più vecchio di me ». Chi conosce Parigi e sa quali quartieri aristocratici e mondani sia necessario attraversare per giungere dagli Invalidi a Vaugirard, converrà che siamo in pieno eroismo.
È ancora inverno. Enrico Planchat è appena rientrato, sfinito, dopo una giornata di intenso ministero, quando lo chiamano nuo­vamente per assistere un moribondo. Senza indugio riparte. Lo accompagna, per sostenerlo, uno dei giovani apprendisti del pa­tronato. Ma le forze hanno un limite. A un certo momento l'abate Planchat vacilla e cade svenuto lungo il marciapiede. Il ragazzo tenta invano di rianimarlo. Accorre gente. Lo trasportano in una casa vicina, dove a poco a poco rinviene. Appena può sostenersi sulle gambe, riparte alla ricerca dell'ammalato. Rientrerà solo, nel cuore della notte glaciale, quando avrà terminato la sua opera sacerdotale. Siamo, come si vede, a quelle altezze dell'eroismo dove si muovono solo i grandi santi.
Lo zelo di Enrico Planchat desta la suscettibilità del parroco di Grenelle e dei suoi vicari a tal punto che i superiori giudicano opportuno, pro bono pacis, di allontanare il loro confra­tello. Lo mandano ad Arras, dove per due anni coadiuva l'abate Halluin nella direzione di un importante orfanotrofio e nell'as­sistenza agli apprendisti.
Ad Arras, come a Vaugirard, i fioretti del Padre Planchat continuano a sbocciare deliziosi e commoventi. Continueranno a sbocciare anche nell'immenso, popoloso quartiere di Charonne, dove i superiori lo mandano nel 1863 a dirigere il patronato di Sant'Anna aperto al pianterreno di una povera casa di Rue de la Roquette che il proprietario ha trasformato in scuderia. Enrico Planchat vi giunge in un pomeriggio domenicale recando un gran cesto di fragole che distribuirà ai ragazzi dopo l'istruzione. Ma il locale non permette di sviluppare l'opera. Il sacerdote deve confessare i suoi giovani tra le zampe dei cavalli. Per le funzioni religiose deve condurli nelle chiese di S. Ambrogio o di S. Margherita, disturbando l'ordine delle funzioni parrocchiali. Nello spazio di un mese il patronato si trasferisce nella Rue des Bois su un vasto terreno circondato da orti. In breve tempo i locali sono sistemati, si orna la cappella. Tutto è pronto per iniziare l'attività nella nuova sede. Il P. Planchat non ha dimenticato nulla di ciò che può rendere accogliente il nuovo patronato. ... Sant'Anna diven­ta subito un alveare brulicante, dove si radunano 500 fanciulli e apprendisti, ai quali si aggiungono numerosi operai, che vengono al patronato a cercare con le sane distrazioni anche i mezzi per continuare a vivere da buoni cristiani. Nè basta. Il Servo di Dio apre nel patronato anche un posto di soccorso, dove i bisognosi trovano cibo, vestiario e, soprattutto, la buona parola che ammonisce e conforta. Ed anche a Charonne, come a Vaugirard, i catechismi, le confessioni, le conferenze ai giovani del patronato, i ritiri per le famiglie degli operai, le istruzioni per le prime comunioni dei suoi ragazzi e di quelli inviatigli dai sacerdoti delle altre parrocchie. E poi le corse per il quartiere in cerca di altre anime da salvare, di altri poveri da soccorrere, di altre famiglie da rappacificare.
E poi le peregrinazioni per i quartieri del centro in cerca dei soccorsi che gli permettano di continuare l'assistenza ai poveri, o in cerca di lavoro per i suoi giovani. E, poi l'apostolato tra gli operai italiani di Charonne, intensissimo, che egli, conoscendo la loro lingua, si assume anticipando il ministero della Missione Italiana di Parigi. E poi l'aiuto da prestare agli altri confratelli, in altre zone della città. E poi l'apostolato di emergenza, non meno estenuante, come per esempio tra i colerosi di Montmartre. Perchè l'apostolato di Enrico Planchat ha, sì, un centro, che è Charonne: ha una sede, che è Sant'Anna della rue des Bois; ma, in realtà, si estende a tutti i quartieri dell'immensa città, dove ci sia un 'anima che ha bisogno del sacerdote.
E, ovunque, continuano a sbocciare i fioretti di P. Planchat. Sbocciano nella zona malfamata della rue de Montreuil, dove nem­meno la polizia osa avventurarsi. Vi è là una scarpata che gli abitanti della zona chiamano “la fossa dei leoni”. L'abate Planchat vi si reca, perchè in una baracca di quella fossa sta morendo, solo e senza cure, un miserabile canceroso. La sua presenza richiama la gente, la sua bontà gli permette di essere ascoltato. Conosce, così, una coppia illegittima, che, tocca dalle sue parole, gli chiede di benedire il matrimonio e di battezzare i figli. Ciò che sarà fatto, non alla chetichella, ma con un bel corteo in carrozza e una bella cerimonia al municipio e in chiesa. Il tutto pagato, naturalmente, dal povero sacerdote. E gli sposi, commossi, diranno: «Prima di conoscere il Padre Planchat non sapevamo che cosa fosse un prete».
I fioretti sbocciano nel grande ospedale del Faubourg St-Antoine, dove il Servo di Dio si reca per portare la S. Eucaristia ad una ricoverata. Prima di comunicarla, il sacerdote rivolge all'inferma delle parole che commuovono profondamente tutte le compagne della corsia. Esse, partito il sacerdote, dicono all'ammalata: «Dis donc, Elise, quand ton abbé reviendra, ne manque pas de lui dire que nous sommes, toutes les dix-huit, prêtes à nous confesser ». (Quando tornerà il sacerdote, digli che siamo tutte pronte per confessarci)
Sbocciano sull'omnibus che lo riporta da Charonne a Vaugirard, quando s'accorge di non avere la piccola somma necessaria per pagare il biglietto. Ha dato poco prima l'ultimo spicciolo a un povero. Il fattorino lo invita a discendere. L'abate Planchat, allora, chiede umilmente l'elemosina ai compagni di viaggio.
Sbocciano nel patronato di Sant'Anna, quando ad una donna, da molto tempo lontana dai sacramenti, egli toglie dalle braccia un piccino di pochi mesi perchè la mamma possa confessarsi. E mentre la donna, nel confessionale, ritrova la via di Dio, il buon sacerdote cammina su e giù per il cortile cercando di calmare il marmocchio che urla disperatamente.
Sbocciano quando, una mattina, rientrato già stanco per il pranzo, all'atto di sedersi a mensa è chiamato per un morente. Invano si cerca di fargli prendere almeno la minestra. Egli si alza immediatamente dicendo: «Tenetela al caldo; è l'affare di pochi minuti ». E parte. Rientrerà a sera inoltrata senza aver preso, in tutta la giornata, altro nutrimento che la solita mezza tazza di caffè della mattina.
E i fioretti sbocceranno, continui, quando, scoppiata la guerra, egli organizzerà un meraviglioso servizio di assistenza spirituale e materiale dei soldati, e quando si recherà con l'abate de Broglie sul campo di battaglia per portare ai combattenti i soccorsi del sacro ministero. Perchè si abbia una idea, ben pallida, del lavoro apostolico di Enrico Planchat, si sappia che nel solo patronato di Sant'Anna, dal luglio al dicembre del 1870, oltre al suo abituale ministero tra i giovani e i poveri del quartiere, egli accoglie, confessa e comunica 4.000 soldati. Saranno 8.000 nel febbraio successivo!
Un tale uomo non può non essere un gigante dello spirito. Solo l'ardore e l'elevatezza della sua vita interiore possono spiegare il movente di un'attività che ha costantemente del miraco­loso. La sua fede era piena, totale, fermissima. Il suo amore per Dio, divorante. All'altare, dimentico di essere udito dall'assistente, prorompeva in accese esclamazioni d'amore. Le pie giaculatorie uscivano ad ogni istante dalle sue labbra. La sua unione con Dio era continua. Diceva: «Bisogna dire cento parole a Dio ed una sola agli uomini ». Un confratello gli chiese una volta come potesse conciliare la sua incontenibile attività con le esigenze del raccoglimento interiore. Risponde: «Ce sont précisément ces œuvres mêmes qui m'aident efficacement à me tenir uni à Notre Seigneur Jésus-Christ. Toutes mes relations avec les pauvres, qu'il s'agisse de détresses temporelles ou de misères spirituelles, m'obligent pour chacune à recourir au cœur de Notre-Seigneur Jésus-Christ pour en obtenir le conseil, la parole qui console, l'ispiration pour les entremises charitables, enfin toutes les assistances qui répondent au besoin du moment ». (Sono proprio queste opere che mi aiutano a tenermi unito a Dio. Tutte le mie relazioni con i poveri mi costringono a ricorrere a Dio per un consiglio, una parola che possa consolare,..)
Bastano questi pochi accenni per comprendere come tanta unione con Dio fosse la conseguenza logica di un esercizio costante di tutte le virtù. Leggendo gli atti della vita del Servo di Dio vediamo questo eroismo balzare evidente sia che si tratti delle virtù teologali, sia delle cardinali, sia della pratica dei consigli evangelici, sia dell'ammirevole umiltà. Invano cerchiamo una virtù nella quale il Planchat possa aver conquistato un grado non rag­giunto nell'esercizio delle altre. In ognuna è ugualmente grande...
Fu detto, a ragione, che il Servo di Dio meriterebbe la canonizzazione, non solo come martire, ma anche e soprattutto come confessore. È da augurarsi che la dichiarazione del martirio del Servo di Dio - se piacerà all'Altissimo che a tanto si giunga - susciti il desiderio di conoscere maggiormente questa straordinaria figura di apostolo, e che non ci si appaghi, come sempre avviene nelle Cause dei martiri, anche sui fogli cattolici più autorevoli, di ricordare affrettatamente e malamente le sole circostanze della morte.
Appunto in considerazione della grandezza dell'apostolo parigino ho ritenuto necessario concedere alla narrazione delle sue gesta uno spazio (importante) ... perchè la conoscenza, sia pure sommaria, di una vita tanto apostolica, permette di comprendere come la presenza del medesimo tra le vittime dei massacri del maggio 1871 basta a fissare, senza possibilità di equivoco, la vera e profonda natura della “Comune”.


Autore:
Carlo Snider


Fonte:
www.r-s-v.org

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Aggiunto/modificato il 2010-10-31

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