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Servo di Dio Guglielmo Giaquinta Vescovo

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Noto, Siracusa, 25 giugno 1914 - Roma, 15 giugno 1994


Nasce a Noto (SR) il 25 giugno 1914.
Compie gli studi nel Seminario Romano Minore e in quello Maggiore, è ordinato sacerdote il 18 marzo 1939. Viceparroco, a Roma, della Parrocchia Madonna dei Monti e rettore della Chiesa Madonna di Loreto, riscopre, nella contemplazione e nella riflessione teologica, la chiamata alla santità come vocazione fondamentale dell'uomo.
Si dedica alla predicazione di esercizi spintuali, ritiri, conferenze e soprattutto alla direzione spirituale.
Nascono attorno a lui un gruppo di laiche consacrate, le Oblate Apostoliche, e il Movimento Pro Sanctitate, per evangelizzare la santità. Impegnato in diversi settori del Vicariato di Roma, continua la sua azione di maestro di spirito e l'attività di scrittore e teologo della spiritualita'.
Ordinato Vescovo il primo novembre 1968, svolge il suo ministero di pastore nella diocesi di Tivoli.
Mons. Guglielmo Giaquinta ha trascorso gli ultimi anni nella dedizione totale alle opere fondate per volontà del Signore: la tenerezza del Volto del Padre, da lui tanto amato, traspariva nella sua vita tutta protesa all'incontro definitivo con Dio Amore.
Il 15 giugno 1994 a Roma la sua offerta per la santità dei fratelli si è consumata nella piena adesione all'adorabile volontà di Dio.

Il profeta

Guglielmo Giaquinta è stato, non è azzardato dirlo, un profeta, un appassionato ed efficace apostolo della vocazione universale alla santità. Ciò che egli ha scritto, detto, fatto, il peso culturale e pastorale della sua azione a favore della santità vanno ben oltre quanto questo breve scritto può ricordare.
Oggi, dopo il Concilio Vaticano II e l’autorevole affermazione della vocazione di tutti i cristiani alla perfezione (cf LG, V), questo concetto è entrato nel tessuto della vita ecclesiale, ma negli anni 1947-65, nonostante i mille fermenti che sollecitavano in tal senso, la santità sembrava un’avventura elitaria, di pochi e, nel caso di Monsignore, destinata a consumarsi nel chiuso di due Chiese di Roma, Santa Maria ai Monti e la Madonna di Loreto, e a finire nel nulla.
Si è riusciti a cogliere solo una parte minima della profonda commozione di Mons. Giaquinta quando fu pubblicato il Capitolo V della Lumen Gentium. Aveva parlato quel giorno delle votazioni conciliari con il Cardinal Fernando Cento, Presidente del Movimento Pro Sanctitate, ed era tornato a casa pieno di stupore; raccontò poi ai suoi figli spirituali di essersi prostrato sull’inginocchiatoio della sua stanza senza parole e in profonda gratitudine.
Due le tensioni interiori che hanno mosso il cuore, la mente e l’azione del Fondatore della Famiglia Pro Sanctitate nel perseguimento di questa sublime vocazione cristiana: lo sguardo contemplativo rivolto all’infinità dell’Amore di Dio, rivelatosi in Cristo Gesù, e la sollecitudine per il cammino dell’uomo verso l’incontro e la fusione con l’amore divino. La santità fu da lui intuita subito come “vita di amore”, cioè come sviluppo pieno della vita di grazia che lo Spirito crea e forma nel cuore umano.
Ciò che colpisce nell’azione profetica e pastorale di Mons. Giaquinta è soprattutto la grande capacità di cogliere e individuare le molteplici implicanze della santità, il significato e il peso che essa assume e determina nella vita personale, sociale ed ecclesiale, in una parola il suo senso profondo e le sue conseguenze per il mondo. Egli ha contemplato, insegnato, descritto la santità come risposta all’infinito amore di Dio, quindi progetto assoluto e prioritario per l’uomo; la santità sigillo della Chiesa santa; la santità “forma” delle coscienze, mentalità, costume, fondamento della morale, forza coagulante della società e promotrice di fraternità umana; la santità meta degli uomini e della storia.
La santità è stata il contenuto e il respiro della sua preghiera, la trepidazione del suo cuore sacerdotale, il legame più tenace delle relazioni interpersonali con i suoi figli spirituali, con la Diocesi, con chiunque gli si avvicinava.

Testimone di fraternità

«Se Dio è amore, se è la fonte della nostra realtà, se è nostro Padre, dobbiamo riamare Lui, ma amarci anche fra noi fratelli con un amore universale di fraternità, coscienti di dover camminare verso un’identica meta: l’amore del Padre, la santità di ciascuno e di tutti noi» (Omelia, 1 novembre 1974). Nel cuore del messaggio di Mons. Giaquinta si colloca anche questa dimensione della fraternità spirituale, da cui nasce come naturale conseguenza “l’utopia” di una fraternità sociale su cui impostare le strutture sociali, politiche, sindacali. Se gli uomini sono fratelli nell’unica divina paternità, devono esserlo in tutte le dimensioni umane.
Da questo assunto è derivata la elaborazione di una spiritualità sociale che Mons. Giaquinta presenta nel volume La rivolta dei Samaritani, edito nell’ottobre del 1977.
La speranza di una composizione armoniosa dei rapporti umani nell’abbraccio universale di Cristo era stata già preannunziata in un piccolo volume: Gesù nel dramma sociale, del 1947, scritto nell’immediato dopoguerra, quando l’impegno politico e sociale del cristiano aveva ancora il sapore e l’entusiasmo di una missione.
Spesso nel linguaggio e anche nei titoli dei suoi volumi Mons. Giaquinta usa termini come “rivoluzione”, “rivolta”, “utopia”, con i quali egli ha voluto indicare ed esprimere la profondità, la novità e la potenza sconvolgente di alcuni principi. Il riferimento assoluto era la “rivoluzione” delle beatitudini, la “carta” della radicale novità evangelica. Citiamo una sua definizione di “utopia”: «Dobbiamo onestamente concedere che l’idillio di una universale completa fraternità capace di dominare e trasformare il mondo appartiene al regno delle grandi utopie. A condizione però che si dia a tale parola un senso positivo altissimo, il significato, cioè, di un ideale completo, che mai potrà essere realizzato, ma verso cui dobbiamo camminare con sforzo, volontà e tenacia» (La rivolta dei samaritani, pag. 306).
L’auspicio di Paolo VI di costruire la “civiltà dell’amore” trova nel messaggio di Mons. Giaquinta una eco profonda e una esigenza di concretezza: ciò che egli ha detto e ha fatto, l’eredità di pensiero, di spiritualità; gli Organismi ecclesiali da lui fondati - in particolare, per questo aspetto, gli Animatori Sociali e la Fraternità sociale - costituiscono un seme fecondo da cui potrà svilupparsi l’utopia, così cara al suo spirito: “tutti santi, tutti fratelli”.
La civiltà dell’amore si costruisce sul Vangelo; durante gli anni del suo episcopato cosi scriveva in una Lettera pastorale del 20 maggio 1979: «È ormai l’ora di comprendere che il Vangelo non è solo lettura di Chiesa o testo di studio o di discussione, ma soprattutto norma concreta di vita».
«Noi desideriamo compiere la missione che Dio ci ha affidato e parlare di amore e di fraternità. Per questo, Signore, dacci il dono della parola e il coraggio della testimonianza». Suona così una preghiera di Mons. Giaquinta dal titolo “Costruttori di un mondo nuovo” (Preghiere, ed. Pro Sanctitate, pag. 127).
Egli chiedeva al Signore con umiltà il dono della parola e il coraggio della testimonianza, ed è stato davvero un testimone. La sua porta e il suo cuore sono stati sempre aperti ad accogliere tutti; e dava con abbondanza ciò che riteneva più prezioso: l’amore di Cristo, il perdono che consolava, la parola di luce che dava certezza. Cercava di colmare il vuoto di Dio.

Maestro e Guida

Il 18 marzo 1939 un gruppo di seminaristi del Seminario maggiore di Roma salgono trepidanti all’altare del Signore; fra questi don Guglielmo Giaquinta. La ordinazione sacerdotale di questi giovani era stata posticipata per la morte di Pio XI e la prima Messa fu da loro celebrata il 19 marzo. Don Guglielmo si trovò così un Patrono non cercato: S. Giuseppe. Negli anni a venire nel suo cuore S. Giuseppe diventò un riferimento costante, amato e venerato, e lo volle Patrono dell’Istituto delle Oblate Apostoliche da lui fondato.
La notizia della Ordinazione di questi seminaristi la troviamo nel giornaletto “Vita parrocchiale di Santa Maria ai Monti”, del febbraio 1939.
Mons. Giaquinta, nella sua lunga e infaticabile missione di Direttore spirituale, iniziata fin dai primi anni del suo sacerdozio, ha veramente portato molte anime al Signore. Questo è stato uno dei carismi più fecondi della sua azione pastorale. Confessava per tante ore: la mattina prima di andare in ufficio al Vicariato, nei pomeriggi di mercoledì e sabato, la domenica mattina. Era una guida ferma, illuminata e illuminante. La formazione spirituale da lui data è rimasta nel cuore di tutti, anche di coloro che lo hanno seguito per pochi anni, una pietra miliare, un segno positivo indelebile.
Molto austero, soprattutto nei primi anni, lasciava però sempre con il cuore rasserenato e aperto alla grazia. Sapeva intuire i tempi di Dio e i tempi degli uomini. Discreto e paterno, guidava con sapienza all’incontro con Dio e metteva nel cuore anche una profonda tensione apostolica. Preghiera, ascesi, trasformazione in Gesù, apostolato: erano questi i punti cardine su cui indirizzava i suoi figli spirituali. Nel tempo la trasformazione in Cristo acquistò le tonalità di una profonda tenerezza e un tocco di sapienza mistica.
Ciò che insegnava, lo viveva lui per primo; era un maestro credibile, perché autentico testimone. Una persona racconta dei primi anni del suo sacerdozio alla Madonna dei Monti: «Don Guglielmo celebrava sistematicamente la S. Messa alle 6,15 all’altare di S. Benedetto Giuseppe Labre, e io vi partecipavo sempre. Don Guglielmo celebrava veramente con uno straordinario raccoglimento. Un giorno, dopo la Messa, ricordo che avevo un piccolo crocifisso da farmi benedire e pensai di andare in sacrestia. Lo trovai inginocchiato per il ringraziamento dopo la Messa, lo chiamai ma non mi sentiva. Pensai: prega con tanta devozione da non accorgersi di nulla... ma allora è così che si prega».
Il lavoro di formazione delle coscienze alla santità e la sollecitudine per un apostolato della vita interiore non fu svolto solo attraverso la Direzione spirituale e il sacramento della Penitenza ma anche attraverso la predicazione di Corsi di Esercizi Spirituali e di Ritiri.
Fu presente con questa attività anche nelle strutture diocesane e fu prezioso Assistente in Roma delle donne di Azione Cattolica che serbarono di lui un ricordo vivissimo.
Sono più di cinquanta i Corsi di Esercizi Spirituali da lui predicati ai laici e circa trenta quelli tenuti ai sacerdoti. Tra questi va segnalato il Corso predicato ai Vescovi del Triveneto nel 1973, a cui fu presente il Patriarca di Venezia Albino Luciani, futuro Papa Giovanni Paolo I.
I Corsi di Esercizi sono stati incisi su cassette e poi, alcuni, ripresi e pubblicati.
È da sottolineare nella sua azione pastorale una caratteristica che lo accompagnò sempre: il desiderio di comunione e di unità fra tutte le forze ecclesiali. Aiutò tutti: Azione Cattolica, movimenti apostolici e di spiritualità, suore e religiosi.
Ritornava frequente nei suoi discorsi l’espressione “ecumenismo spirituale”, auspicando una comunione fra tutte le forze impegnate nell’apostolato della spiritualità per essere testimoni della unità richiesta da Gesù nel Cenacolo e per essere più incisiva presenza nel mondo.

L'uomo di cultura

La fervida intelligenza di Mons. Giaquinta e la indole portata a riflessione lo indirizzarono naturalmente ad affrontare con interesse e viva partecipazione gli studi umanistici nel liceo del Seminario Maggiore e poi quelli filosofici e teologici. Il Prof. Enrico Medi, che fu suo insegnante di fisica al Liceo, ricordava, negli anni in cui offrì generosamente al Movimento Pro Sanctitate la preziosa collaborazione, il giovane seminarista Giaquinta come uno dei suoi migliori allievi. Divenuto sacerdote fu indirizzato dai superiori, consapevoli delle sue capacità, alla Università dell’Apollinare dove conseguì la laurea utroque iure nel 1947.
Portato ad approfondire e ad ampliare il suo orizzonte culturale si dedicò agli studi teologici con entusiasmo, soprattutto alla filosofia tomistica, ma di S. Tommaso conservò nel cuore, sempre, più che la teologia l'orientamento spirituale: il ‘contemplata aliis tradere’ del grande filosofo fu il fulcro della sua ansia apostolica.
Si cimentò ben presto in composizioni poetiche che furono apprezzate da Don Giuseppe De Luca, figura di grande rilievo nell'orizzonte culturale cristiano della prima metà del Novecento.
Le responsabilità del suo ministero e le attività pastorali lo tolsero dagli studi in senso stretto e lo immisero nell'universo del cuore umano e della vita ecclesiale. Ma egli fu e rimase uomo di cultura, capace cioè di leggere e interpretare i segni dei tempi con intelligenza e razionalità, di intuire fermenti che aprivano al futuro, di individuare positività e limiti della società. Dell'uomo di studio rimase il rigore con cui analizzava situazioni ed eventi, l'impianto razionale delle sue riflessioni, l'esigenza di trovare sempre radici e motivazioni alle sue posizioni.
Profondo assertore dei valori della cultura e fermamente convinto che l'impegno a coniugare cultura e fede, cultura e Vangelo fosse uno dei canali privilegiati per diffondere la Parola di amore di Dio e per farla calare nel tessuto storico, Mons. Giaquinta affidò alla sua penna e alla creazione di una editoria specializzata in testi di spiritualità la possibilità di dare più ampia risonanza alle grandi utopie della santità e della fraternità. Pensava e progettava sempre "alla grande": nel 1962 volle la costituzione di una Tipografia e di due Case Editrici «La Roccia» e «Pro Sanctitate»; a Ti-voli negli anni Settanta si fece promotore di una Radio Fraternità ed incoraggiò molti laici e un sa-cerdote a proseguire nella creazione di reti televisive informate ai principi cristiani.
Per conoscere i poliedrici interessi e l'ampio raggio dell'attività culturale di Mons. Giaquinta ci riferiamo a due attività particolarmente significative: i suoi scritti e le conferenze in preparazione alla Giornata della Santificazione Universale.
Nel 1947 Mons. Giaquinta pubblica un piccolo opuscolo: Gesù nel dramma sociale; nel 1946 aveva pubblicato un piccolo testo dal titolo "Programma minimo di vita spirituale" che raccoglie indicazioni che egli aveva proposto ad una sua figlia spirituale.
Il primo volumetto di divulgazione sulla vocazione universale alla santità è stato «Santi ci si nasce o ci si diventa?» (1957). Alla presentazione della spiritualità e dell'apostolato dell'Istituto Secolare delle Oblate Apostoliche, Mons. Giaquinta ha dedicato il libro Suscipe hanc oblationem - Il dono di una giovinezza (ed. Ancora, 1964). Un cenno particolare va fatto alla trilogia pubblicata negli anni che vanno dal 1973 al 1981, nella quale vengono rispettivamente presentati la spiritualità e l'azione del Movimento Pro Sanctitate - L'amore è rivoluzione, 1973; degli Animatori Sociali e della Fraternità - La rivolta dei Samaritani, 1977; dei Sacerdoti Sodales e della Corrente del Cenacolo - Il Cenacolo, 1981, (tutti ed. Pro Sanctitate).
Il Commento sul Decreto Conciliare «Presbiterorum ordinis» sul ministero e la vita sacerdotale - Alle sorgenti della spiritualità sacerdotale, (ed. Pro Sanctitate, 1966) - si avvale, oltre che di una puntuale presentazione di Padre Raimondo Spiazzi O.P, e del commento fatto al testo da Mons. Giaquinta, anche di approfondimenti di illustri vescovi.
Don Guglielmo promosse fin dal 1957 una serie di conferenze per correlare la santità con ogni situazione umana, sociale, ecclesiale. L'intento era di dare concretezza alla santità, dimensione essenziale e primaria del messaggio evangelico, di togliere il pregiudizio che essa fosse riservata ad una élite e patrimonio solo dei conventi: si era negli anni Cinquanta e i primi fermenti della chiamata universale alla santità erano di pochi ma cominciavano a serpeggiare nella Chiesa.
I suoi Corsi di Esercizi Spirituali pubblicati, come già detto, continuano, com'era desiderio dell'autore, "a fare del bene", a diffondere il messaggio evangelico, a far conoscere la ricchezza della Chiesa, a formare la coscienza dei cristiani alla santità e alla fraternità.

Il sacerdote

Guglielmo Giaquinta ha amato e creduto profondamente nel suo sacerdozio e in quello di tutti i fratelli. Chi lo ha conosciuto ha potuto sperimentare la profondità di amore e di rispetto che egli aveva nei confronti dei sacerdoti, il desiderio custodirne la vocazione, il fermarsi in umile riconoscenza di fronte al mistero della divina condiscendenza di Cristo. Il Signore ha voluto infatti scegliere creature umane per perpetuare nel mondo la sua presenza e perché queste ripetessero nel suo nome «fate questo in memoria di me», ed elargissero il suo perdono.
Basta rileggere le sue preghiere per rendersi conto della sollecitudine con cui pregava per i sa-cerdoti, e quale consapevolezza avesse della fragilità umana e insieme della grande missione loro affidata. «Simile a noi e da noi dissimile; nostro fratello ed espressione del divino; da Dio e dagli uomini sei scelto mediatore fra la terra e il cielo. Eleva lo sguardo verso l'alto e prega per noi e poi torna ancora verso di noi e facci sentire il mistero della divina paternità nella ricchezza del tuo cuore di padre». Queste parole ben sintetizzano i suoi più intimi sentimenti.
«Sacrifico me stesso perché essi siano santificati». Ha vissuto così il suo sacerdozio: con profondo senso della immolazione per il Popolo di Dio di cui il sacerdote è modello e guida come Cristo, fino al Calvario. «La consacrazione sacerdotale comporta ed esige la reale conformazione-trasformazione in Cristo» (Il Cenacolo, ed. Pro Sanctitate).
Era posto nel suo studio (e poi, negli ultimi anni, nella sua camera) un Crocifisso che gli aveva dato un sacerdote prima di abbandonare il ministero, quasi a volerglielo affidare in custodia. A quel Crocifisso egli si volgeva sempre con tanta tenerezza e venerazione. Quel Crocifisso univa due persone in speciale comunione.
La sua vocazione era nata quasi per caso, conseguenza di una birichinata infantile. Venuto a Roma dalla Sicilia, aveva marinato per molto tempo la scuola e «santificava» le assenze racco-gliendo francobolli per le missioni; suo padre, con la speranza di un rapido recupero, lo aveva messo nel Seminario minore. Monsignore raccontava spesso sorridendo quel lontano episodio della sua infanzia e concludeva: «Cosa strana; nell'istante in cui varcai la soglia di quella scuola ebbi la certezza che dovevo diventare prete. Certezza che non è più svanita. È il mistero della vocazione sa-cerdotale».
La Chiesa fondata sugli Apostoli e il sacerdote perno insostituibile della vita ecclesiale sono idee di fondo della spiritualità del vescovo Giaquinta. Fedele alla sua vocazione sacerdotale e fermamente convinto che sacerdoti santi formino comunità sante, egli ha costituito un Istituto Secolare Sacerdotale, gli Apostolici Sodales, che ha una specifica spiritualità presentata nel volume Il Cenacolo (1981).
Cristo, nell'Ultima Cena, nel momento più sacro della sua vita, ha manifestato l'apice del suo amore per l'umanità, affidandolo come eredità particolare ai sacerdoti.
Sulla base del 17° capitolo del Vangelo di Giovanni, nel libro Il Cenacolo vengono evidenziati i misteri dell'amore di Cristo: il mistero del servizio – la lavanda dei piedi -, il mistero dell'unità con Lui e il Padre, il mistero della immolazione suprema. Il sacerdote, nato nel Cenacolo, vive in sé la diaconia dell'unità con il Vescovo; è custode del mistero d'amore e costruttore di una Chiesa-fa-miglia e realizza nella sua vita l'immolazione di Cristo Signore.
Abbiamo visto Mons. Giaquinta vivere così il suo sacerdozio. Indimenticabili le sue celebrazioni eucaristiche; inabissato nel mistero della grande oblazione di Cristo al Padre, si offriva anche lui alter Christus: «questo è il mio corpo, questo è sangue». Ricordiamo con gratitudine e nostalgia la sua mano alzata in gesti di benedizione, o al termine di solenni celebrazioni o nel quotidiano saluto ai suoi figli spirituali, o a chi lo visitava; il gesto di benedire era sempre paterno, nato dal cuore, rivolto alla persona, portatore di pace.

Il vescovo
    
Il 1° novembre 1968 Mons. Guglielmo Giaquinta fu consacrato Vescovo per le mani del Cardinale Angelo Dell’Acqua nella Basilica di Sant’Andrea della Valle in Roma e il 17 novembre entrò nella Diocesi Tiburtina come Amministratore Apostolico. Il 4 febbraio 1974 fu nominato Vescovo Titolare della Diocesi Tiburtina.
Entrò nella “sua” Chiesa con tutto lo slancio della sua personalità e con il desiderio di essere Padre e Pastore e, come Cristo, anche “vittima” e “forma” del gregge a lui affidato. L’ampiezza e la profondità del ministero episcopale di Mons. Giaquinta, che ha abbracciato campi e modalità diversi, non possono essere racchiuse in questo breve profilo. Il suo ministero ha avuto profonde radici nel cuore di Cristo. Ha spaziato sul piano della formazione di tutto il Popolo di Dio, sacerdoti, suore, laici, nella vita della Chiesa universale, nella riorganizzazione delle strutture diocesane, nella fondazione di nuove Parrocchie, nella vita interna di Istituti religiosi, nelle singole coscienze.
La porta della sua casa era sempre aperta: non aveva tempi e ore di ricevimento; tolto il tempo di ufficio, di organizzazioni pratiche diocesane, di visite pastorali, era a completa disposizione di chi volesse parlargli. Era caratteristica la sua affettuosità nell’accogliere ogni persona, la pazienza nell’ascoltare, la sapienza del cuore nel consigliare. Ricordiamo la sua gentilezza nell’accompagnare tutti fino all’ascensore e il sorriso aperto e cordiale nel congedarsi.
La Chiesa lo ha avuto sempre attivo e attento Pastore, sensibile a tutte le problematiche, presente in modo costruttivo alle riunioni della CEI e ad altri importanti appuntamenti.
Dal 7 al 10 luglio del 1969 fu scelto, con altri dieci vescovi italiani, a rappresentare la CEI in un Simposio delle Conferenze Episcopali delle Nazioni Europee svoltosi a Coira (Svizzera), sul tema “Il prete in un mondo che cambia”; dal 27 al 28 maggio 1970 partecipò a Malta al 1° Congresso internazionale “per la distribuzione del Clero nel mondo”.
Il disegno, e il sogno, che Mons. Giaquinta si è impegnato a realizzare con la preghiera, il sacrificio, la predicazione e l’esempio è stato la creazione di una Chiesa famiglia, una Diocesi comunità fraterna, in cui la prima forma di amore fosse proprio il riconoscere in ogni uomo un fratello nell’unica paternità divina, e il centro di Cristo Redentore.
La sollecitudine per la Chiesa Tiburtina nata da una paternità spirituale profondamente sentita, non conobbe momenti di sosta; le parole di Paolo a Timoteo sono state il motore del suo ministero. «Proclama la parola, intervieni opportunamente ed importunamente, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina» (Tm 4,2). Frequenti visite pastorali, lettere dense di spiritualità inviate a tutti i fedeli tiburtini, incontri con i Movimenti presenti nella sua Chiesa, con l’Azione Cattolica, con i religiosi e le religiose, con il clero e i laici: Mons. Giaquinta non ha mai lasciato senza sostegno nessuna componente del popolo a lui affidato. La sua parola era forte e penetrante, i riferimenti concreti e comprensibili; era una parola che, mentre entrava nel concreto, investiva di luce evangelica tutti i problemi.
Frequentissimo, direi incessante, era il richiamo alla santità. È stato un Padre appassionato della santità dei suoi “diletti figli” tiburtini.
Nel marzo 1983, per l’anno di grazia del Giubileo della Redenzione, Mons. Giaquinta invia una lettera alla diocesi che è un documento pastorale di altissimo valore. L’Anno Santo deve essere realmente un anno di santità e formare le coscienze finché si aprano all’amore divino senza riserve e compromessi. Il Vescovo presenta cinque fini da perseguire; non possiamo riproporli tutti, ne citiamo solo alcuni stralci: «Spingere a un cammino generoso verso la santità e cioè a corrispondere al piano di amore di Dio che tutti vuole attrarre attraverso la sua perfezione... Formare dei cristiani che prendano coscienza delle enormi responsabilità che gravano su tutto il Popolo di Dio... Ricordare a tutti che solo in un’autentica pacificazione interiore con Dio è possibile fondare il vero amore fraterno e gli sforzi per una generale pace sociale» (Tivoli, 1 marzo 1983).
Conservò e custodì sentimenti di profonda paternità spirituale nei confronti della diocesi di Tivoli fino alla fine dei suoi giorni. Infatti, quando nel 1987 per motivi di salute rassegnò le dimissioni e lasciò la Diocesi, disse che avrebbe continuato ad amare la “sua” Chiesa perché «un padre, i figli non li dimentica. E quindi vi porterò sempre nel cuore» (Saluto alla Diocesi, 1 novembre 1987).

Padre nello spirito

    
Per dare consistenza ed operatività agli ideali di vita così fortemente sentiti e vissuti, come la vocazione universale alla santità, la fraternità sociale, la spiritualità sacerdotale del Cenacolo, Monsignor Giaquinta ha fondato nel corso degli anni la famiglia apostolica Pro Sanctitate, articolata all'interno in varie strutture, conosciuta anche sotto il nome dì Massimalismo Apostolico.
Il nome - Massimalismo Apostolico - fa riferimento ad una duplice dimensione: alla contem-plazione dell'amore infinito "massimalista" di Dio, rivelato in Gesù Cristo, e all'impegno di tutti gli uomini a rispondere a questo amore divino così largamente effuso nel cuore umano.
Il Fondatore non si limitò a pensare le grandi '"utopie" della santità e della fraternità universali, poiché le sentiva fortemente e le accoglieva come dono di Dio, come "carisma"; ne fece progetti di vita, proposte esistenziali che furono seguite da tanti figli e figlie spirituali che accettarono con cuore aperto e disponibile il Padre e il carisma, la sua profezia e i suoi programmi apostolici.
Non è possibile naturalmente raccogliere in un breve scritto che cosa sia stato il Fondatore in più di quaranta anni di fondazione.
Ma occorre almeno accennare ad alcuni tratti di Mons. Giaquinta come Fondatore. Innanzitutto fu fedele custode del carisma, lo serviva non come cosa sua, ma come dono di Dio e non permise mai che ci fossero cambiamenti, accomodamenti, svisamenti, anche quando questo avrebbe potuto dare risultati più immediati e concreti all'apostolato Pro Sanctitate.
Altra caratteristica è stata la sua capacità di vivere accanto ad ogni parte della famiglia del Massimalismo Apostolico secondo le finalità specifiche di ciascuna. Lo abbiamo visto suscitare ed accompagnare i progetti degli Animatori Sociali e della Fraternità sociale, sempre attento e profeti-co nelle sue intuizioni.
Esortava gli Animatori Sociali ad essere presenti nella società, ad intervenire e ad operare in tutte le strutture. Prevedeva per loro la possibilità di incidere anche a livelli legislativi e politici o della cultura; li richiamava ad impegni concreti, e seguì con paterna sollecitudine l'esperienza che per alcuni anni gli Animatori fecero a Roma nel carcere di Rebibbia e in altri luoghi.
La pupilla dei suoi occhi sono stati la Corrente del Cenacolo e i Sacerdoti Sodales. Con loro desiderò condividere la spiritualità sacerdotale, insegnò e testimoniò una profonda unità con il Papa e con il Vescovo. Non cessava di ripetere che solo sacerdoti santi sono in grado di animare e suscitare comunità ecclesiali sante. Fino all'ultimo momento della sua vita si è preoccupato di vedere benedetta e consolidata la sua fondazione sacerdotale dall'approvazione ecclesiastica. E Dio lo ha esaudito: pochi minuti prima della sua morte, le Costituzioni dei Sodales sono state protocollate presso il Vicariato di Roma; l'approvazione è pervenuta il 6 giugno dell'anno seguente (1995).
Con affetto particolare è stato Padre fermo, generoso, per le Oblate Apostoliche, che egli definiva la struttura forte e generatrice delle altre nella preghiera e con l'impegno apostolico; e per il Movimento su cui contava per la diffusione del suo ideale più caro, la vocazione universale alla santità. Riservava per questa realtà le ioni più profonde nella formazione; spesso, soprattutto negli ultimi anni, riversava l'abbondanza e le primizie della sua esperienza spirituale toccava vertici di altissima spiritualità e contemplazione.
Era esigente della santità dei suoi figli, ma questo nasceva dalla volontà di vedere accolto l'adi un Dio geloso che richiede alle sue creature purezza di cuore, di mente, di intenti.
Seguiva tutti e ciascuno con attenzione personale non fatta di molte parole, ma di preghiera gesti di accoglienza; dal contatto con lui ci si va rassicurati e si ritornava con la certezza sere stati orientati alla luce e nella verità di Dio.

Il segreto della sua vita


«La fedeltà lunga e sofferta illumina la croce e rivela il volto misterioso dell'amore». Queste parole, conclusive di una preghiera di Mons. Giaquinta (cf G. G. "Preghiere", pag. 52, ed. Pro Sanctitate), delineano un modo, uno stile di vita e ci introducono nel sacrario di una esistenza così particolare e così segnata dall'amore divino.
Egli fu apostolo della vita interiore: la vita interiore, che ha la sua sorgente nella Trinità, ci viene donata nel sacramento del battesimo ed è continuamente rinnovata e fortificata dalla presenza dello Spirito. «Se qualcuno mi ama, verremo a lui e faremo dimora presso di lui» (cf Gv 14,23). Mons. Giaquinta considerò e stimò la vita interiore come fondamento della santità, come mistero insondabile che fa "unica" ogni creatura ed è insieme dono prezioso che possiamo condividere con i fratelli.
Perno della vita interiore l'Eucaristia, ineffabile presenza divina che conforta, ammaestra, costruisce comunione: oggetto di amore, di tenerezza, di affidamento. Per Mons. Giaquinta l'Eucaristia è stata l'accesso all'infinito amore di Dio Padre, la via che sostiene il cammino della difficile santità quotidiana, il Pane divino che parla di condivisione, di immolazione, il luogo santo dell'unità del Corpo Mistico. Gesù Eucaristia fu per lui il Maestro che insegna mitezza e umiltà. Una brevissima preghiera da lui scritta il 14 febbraio 1991 esprime con il linguaggio semplificato dei contemplativi il suo amore per l'Eucaristia: «O Gesù Eucaristia, dolce Figlio di Maria, stai con me lungo la via perché io ti ami. E così sia». Una preghiera che lo ha accompagnato come freccia d'amore fino sul letto di morte.
Parlando del Padre, si commuoveva fino alle lacrime, soprattutto negli ultimi anni, quando recitava la preghiera del Pater Noster; «Il dolce Padre» era una espressione che ritornava frequentemente sulle sue labbra. Viveva la S. Messa quotidiana come la grande preghiera di Cristo al Padre, durante la quale, nella forza dello Spirito, offriamo a Lui la rinnovazione del sacrificio della Croce e riceviamo, in comunione adorante e trasformante, il Corpo di Cristo. «Volontà di Dio, Paradiso mio». Quante volte gli abbiamo sentito dire questa frase! Nel dolore e nella malattia; quando si iniziava un nuovo lavoro e quando più difficile si faceva il ministero sacerdotale ed episcopale; quando attorno a lui morivano persone care. Questa frase a volte era sostituita da un'altra: «Figli miei, affidiamoci alla adorabile volontà di Dio». Tutto era "adorabile" se veniva dal Padre "buono" ai cui progetti si affidava senza condizioni. Allo Spirito Santo, dolce ospite dell'anima, a Colui che forma nel volto di ciascun uomo il volto di Cristo, Mons. Giaquinta ha continuamente chiesto forza, santità di vita, capacità di amare. «Spirito di amore e di santità, rimani in noi e facci diventare apostoli di santità».La preghiera era tutt'uno con la sua vita. Pregava ciò che pensava, pregava operando, lavorando, spendendo il suo tempo a contatto con le anime. Fedelissimo ai tempi di preghiera, sentiva la responsabilità di essere "sacerdos", cioè mediatore con Cristo fra gli uomini e Dio. Negli ultimi anni della sua vita il Signore gli ha concesso probabilmente doni particolari di contemplazione e di unione. 1 testimoni ne hanno avuto segni discreti, colti, più che dalle parole, dalla luminosità del suo sguardo. Una corda intima muoveva in particolare la sua preghiera: la parola "sitio" pronunciata da Cristo sull'alto della Croce. Vi coglieva l'essenza dell'amore del Signore, divino mendicante d'amore, vi attingeva la forza per offrire e per soffrire; affidava a quel Sitio il dolore del mondo e la speranza della santità.
Sin dagli anni della sua formazione sacerdotale la Vergine Maria è stata per Mons. Giaquinta un punto di riferimento essenziale nella sua spiritualità. La protezione della Madonna della Fiducia - discreta e materna presenza per tutti i sacerdoti formatisi nel Seminario Romano Maggiore, che la venerano come Protettrice - fu per lui un faro di luce, una garanzia di sicurezza. A Maria Monsignore ha affidato tutto: la sua persona, la sua famiglia spirituale, la missione sacerdotale, la diocesi. Le sue omelie, i Corsi di Esercizi Spirituali, gli incontri che egli intrattenne con persone diverse, terminano tutti con un riferimento a Maria. Vorremmo poterli citare tutti, perché, messi insieme, costituiscono un "monumento" di amore eretto alla Mamma di tutti gli uomini.


Autore:
Maria Mazzei


Fonte:
www.guglielmogiaquinta.org

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Aggiunto il 2010-10-31

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