Home . Onomastico . Emerologico . Patronati . Diz.Nomi . Ricerca . Ultimi . Più visitati


Newsletter
Per ricevere i Santi di oggi
inserisci la tua mail:

E-Mail: info@santiebeati.it


> Home > Sezione Servi di Dio > Servo di Dio Emilio Giaccone Condividi su Facebook Twitter

Servo di Dio Emilio Giaccone Laico

.

Vaie, Torino, 8 luglio 1902 - 1 agosto 1972


Il XX secolo, da poco concluso, ci ha donato molti uomini di talento che si sono distinti in tutti i campi e hanno contribuito, a vario titolo, migliorare la qualità della vita. Personalità che abbiamo stimato, ammirato e di cui siamo riconoscenti per il loro impegno e sacrificio che hanno profuso per il nostro bene. Tra questi “Grandi”, uno ci è particolarmente vicino, un nostro conterraneo: il prof. Emilio Giaccone; figura reputata tra le più alte nell’assistenza giovanile e che col suo impegno e acume ha dato, a questa materia, nuovo impulso. Uno dei tanti che ha contribuito dare valore e significato alla nostra esistenza, che ha profondamente e seriamente inciso nella storia italiana senza mai reclamare medaglie o riconoscimenti. Seguendo il trascorso della sua esistenza possiamo constatare come si sia proteso verso l’abnegazione; un testimone di libertà totale, unito ad uno stile di vita sobrio e distaccato dai beni materiali, attestato non con le parole ma con la sua vita. La sua nomina ad un si alto incarico poteva rappresentare un motivo di prestigio nella società, che egli non interpretò come un privilegio personale, né come una brillante carriera, ma come un servizio da svolgere con dedizione e umiltà. Un’autorità esercitata nella responsabilità, che ha avuto come unico scopo servire il bene delle persone; un’autorità esercita non a titolo proprio, ma secondo gli insegnamenti del Vangelo. I grandi uomini si riconoscono anche da questo: mettendo i loro talenti e la loro forza al servizio dell’umanità e non a beneficio della propria sete di dominio.
Nato l’ 8 luglio del 1902 a Vaie (TO), da Silvino e Agostina Girardi, una famiglia di agricoltori. Il padre deteneva la carica di Giudice conciliatore; quando questi fu richiamato alle armi durante la guerra del 1915-18, toccò a lui sostituirlo nei lavori agricoli, poiché maggiore dei due fratelli. Tornato il padre, nel Maggio del 1919 entra alle Officine Moncenisio di Condove come falegname e vi lavora fino al maggio del 1921. Il servizio militare lo svolse a Susa nel corpo degli Alpini e venne congedato col grado di sergente maggiore. Considerando che la visita di leva è stata effettuata nell’ottobre del 1921, il periodo in armi l’ha svolto probabilmente tra la fine del 1922 e l’inizio del 1924. Dopo il congedo, riprende l’attività di falegname, nella casa natale; alcune famiglie conservano ancora mobili di sua fabbricazione.
Abbinata a questi eventi di vita tradizionale, si svolge l’attività di credente. Così troviamo un suo verbale del 1922 con cui indice un convegno di tutti i circoli di A.C. giovanile della Bassa Valle di Susa, stilato in occasione dell’inaugurazione della bandiera bianca del Circolo Cattolico Pierino Del Piano di Vayes, posto sotto la protezione della S.S. Immacolata e di San Pancrazio, di cui è presidente e, secondo la tradizione orale, anche fondatore. Dal documento si deduce, che fa già parte del direttivo dell’A.C. diocesana e che il gruppo locale di Vaie fosse già attivo da alcuni anni; lui, risulta iscritto, a questa associazione, fin dal 1920. Ricordiamo, che Pierino Del Piano è stato assassinato il 3 dicembre del 1919. Dallo scritto, possiamo constatare come fosse un buon organizzatore, ma soprattutto dotato di una forte personalità e spiccata intelligenza, come del reso veniva ricordato dai suoi coetanei che con lui frequentavano le elementari. Si nota come la sua tenacia e la fiducia nell’aiuto di Cristo non si arrende, non rinuncia a sperare e a far sperare, non cede alla tentazione di fermarsi agli ostacoli del momento, perché mosso da un’instancabile voglia di costruire e condividere con gli altri il senso della vita e la disponibilità alla volontà di Dio. Tra le note, si rilevano queste doti già fin dall’inizio, a cominciare dalle difficoltà a far pubblicare sui giornali locali il convegno; malgrado ciò, la prima comunicazione venne comunque divulgata al 21 maggio: “Il Convegno di plaga. Prepariamoci fratelli! Reduci dal Congresso Eucaristico di Torino, con l’animo vibrante ancora d’entusiasmo e di fede, ci rivolgiamo a voi tutti amici della Valsusa. A noi ora! È la nostra manifestazione che vogliamo. A Vayes, a Vayes tutti, per il 18 giugno, con il cuore riboccante d’entusiasmo per gridare a tutti che Gesù vive nei nostri cuori che l’esercito di Cristo è numeroso e possente! Ed incominciate fin d’ora a prepararvi; parlatene nelle assemblee dei circolo, nelle famiglie, con gli amici; parlatene con i più freddi, o voi che più sentite l’ebbrezza del trionfo di Cristo e comunicate loro il vostro entusiasmo; risparmiate qualche soldino, se è necessario, per così bel giorno; imparate i nostri inni d’amore e di pace, per gridarli allora pieni d’esultanza. Preparatevi e poi… nessuno manchi, nessuno”. Nello stimolare il gruppo dei promotori a reperire dei soldi per l’acquisto del vessillo, poiché la questua non procede con l’esito sperato, inducendo il gruppo a perseguire nella loro opera, ripone sempre la fiducia nel Nostro Signore: “Non raccolto entusiasmo ma neppure contrariati. L’entusiasmo verrà; per ora supplisce il nostro avviso per tutti quelli che avranno da organizzare convegni. Non vi spaventino le contrarietà che Gesù provvede sempre per il meglio; non lasciatevi abbattere ma abbiate sempre grandi magazzini di entusiasmo”. La somma necessaria verrà raggiunta, grazie una sottoscrizione tra la popolazione e tramite una rappresentazione teatrale. Negli inviti recapitati ai vari circoli della Diocesi di Torino, scritti a mano, tra l’altro, si legge:” …che riesca imponente e rumoroso per svegliare questi bravi valligiani, per dare un po’ d’entusiasmo a questi giovani buonissimi ma un po’ freddi. È per questo che ci rivolgiamo a te e al tuo bravo circolo, così ardente, sempre primi ovunque suoni la tromba che chiama i soldati di Cristo perché a costo anche di qualche sacrificio veniate numerosi con bandiera a portarci un po’ del vostro fuoco”. Quelli invece da recapitare nella Valle furono distribuiti da diversi gruppi in bicicletta, ma: “ I poveri propagandisti son tornati in stato pietoso tutti infangati fino ai capelli e senza aver potuto finire il loro giro. Però la pioggia non ha scemato il buonumore”. Ricordiamo che, all’epoca, le strade non erano asfaltate e la ex Str. Statale n° 24 del Monginevro non c’era ancora.. Alla desolante notizia che Sua Ecc. l’onorevole Luigi Facta, Ministro degli interni, proibisce cortei e comizi, così si esprime: “Sia fatta la Vostra volontà, o Signore” e con la fiducia, che comporta anche un’adesione umile e docile verso i superiori, scrive: “Lasciamo ogni cosa in sospeso attendendo ordini da Susa”. Tra alti e bassi e incertezze, la manifestazione si svolge come prestabilito, la domenica 18 giugno, iniziando con la S. Messa con comunione generale alle ore 6 (pensiamo a coloro dei paesi vicini, ma non troppo, nel recarsi alla funzione in bicicletta a quell’ora); ore 7½ - ricevimento di Monsignore. Si tratta di S.E. Mons. Umberto Rossi. Il viaggio da Susa a S. Antonino in treno e, poi, con la macchia del dott. Virano (medico condotto) fino a Vaie. Ore 10 ½ - Benedizione della Bandiera, Messa solenne con assistenza del Vescovo, cantata dalla Società Corale di Vayes. Ore 12 - Pranzo al sacco nei castagneti. Ore 15 - Vespro, Processione solenne col S.S., Benedizione. Ore 17 – Grande Comizio. Ore 18½ - Partenza di Monsignore. Tutti gli sforzi vengono comunque ricompensati con una numerosa presenza di giovani provenienti da diversi circoli e, dal giornale La Valsusa, apprendiamo che questi provengono da Torino, Cuneo e dai paesi della Valle situati tra Susa e Alpignano. Durante la Messa solenne viene distribuita la comunione a 120 giovani e alla numerosa popolazione. L’articolo così prosegue: “Alle 15 vespro in musica e processione col SS. - Ế un vero trionfo; fra le vie pavesate con amore, portato da Sua Ecc. fiancheggiato dall’On. Marconcini, dal Cav. Martinacci, dal Sig. Sindaco, dal Sig. Forno e dai presidenti delle varie associazioni cattoliche, preceduto dalle donne e dalle compagnie, seguito da numerosi uomini e da oltre 350 giovani esultanti e devoti, gridanti a tutti la loro fede ed il loro amore a Cristo, invocanti col canto fatidico di “Noi vogliam Dio” il ritorno di Gesù Re pacifico, Re amoroso fra il nostro popolo passa il SS. Benedicendo Vayes Cattolica, tutta Vayes. …” Nelle note dello scritto, a conclusione della giornata, leggiamo: “Te Deum – tutto è andato magnificamente. Grande entusiasmo e grande buona impressione. Mons. ci diceva insieme a don Bonaudo, di non aver mai avuto nella nostra Valle un’adunata più entusiasta e meglio preparata. Per il trionfo di Cristo! Viva Viva!”. Ma data l’epoca, chi era avverso a queste idee, quel giorno, non rimase con le mani in mano; così leggiamo: “Abbiamo avuto un piccolo martire. Il presidente di Villardora, Carnino, fu assalito da quattro comunisti e malmenato. È bello soffrire per il Signore”.
Data l’epoca carica di incertezza politica con tensioni e paure, da quanto sappiamo, anche lui era piuttosto attento poiché temeva qualche scelleratezza da parte di facinorosi contro la sua persona, a cagione della testimonianza e delle idee che professava e trasmetteva.
Durante il servizio militare, frequenta il Circolo Giovanile “Mario Chiri”, che conosceva molto bene come si può riscontrare nello scritto prima esposto, ove incontra il Padre Pietro Briozzi, rettore dei francescani. Probabilmente da questi dialoghi nasce la sua chiamata. Così decide di intraprendere la vita consacrata e di farsi frate, rinunciando ai sentimenti affettivi e a formarsi una famiglia; questa disposizione d’animo era, per alcuni rivolta a una ragazza di Coazze mentre per altri, a una giovane di Borgone di Susa: Rosalia Molineri, anche lei, rimasta nubile per tutta la vita . Di conseguenza a questa scelta, nacquero e fiorirono amicizie destinate a lasciare il segno incancellabile nel futuro
A Torino incontra Zaccaria Negroni, un amico che in seguito alcuni definiscono “quasi il suo gemello”, e che studia al Politecnico della Città con Pier Giorgio Frassati, entrambi impegnati nel circolo universitario di Torino della F.U.C.I.: “il Cesare Balbo”, in quello dedicato a Guido Negri (il Capitano Santo) dell’Azione Cattolica e nella conferenza di “San Vincenzo”. Sono anni di fervore, in un ambiente agitato da sommovimenti sociali e politici, anni dell’occupazione delle fabbriche e della triste rissa delle fazioni, che culminò con l’avvento al potere del fascismo. Frequentando la chiesa di Santa Maria di Piazza dei Padri Sacramentini, posta al centro della Città, il Negroni, divenne presidente della Società della Gioventù Cattolica Italiana del Circolo dei Sacramentino di questa parrocchia, denominato “Circolo S. Tarcisio”, che forse fondò; fu probabilmente in questa associazione che i due fanno conoscenza, anche se non si può escludere lo sia stato nell’oratorio Salesiano. In questo ambiente sociale, culturale, e politico di quel tempo si forma un gruppo di giovani santi, pienamente radicati in Gesù: Pier Giorgio Frassati, Emilio Giaccone, Clemente Ferraris, Luigi Gedda, Filiberto Guala e Zaccaria Negroni; una virtù vissuta nella quotidianità dell’ambiente. Con quest’ultimo, Emilio cominciò a tracciare i connotati di un’associazione di laici che si ispirava agli ideali di Guido Negri; “l’Eucarestia, la Madonna, il Papa” erano i loro comuni ideali. Tra loro nasce una viva amicizia, che doveva trasformarsi in una lunga fraterna ed efficiente collaborazione. Il Negroni, che lo definisce solido, intelligente attivissimo piemontese della Valle di Susa, dopo la laurea in Ingegneria Elettrotecnica, acquisita il 23 dicembre 1923, torna a casa a Marino (23 Km. da Roma) e lì si dedica completamente allo sviluppo dei circoli di A.C sotto la guida dell’Abate Guglielmo Grassi, allora parroco di Marino e poi Vescovo. La popolazione di questo comune, sito nei Colli Albani a pochi chilometri da Castel Gandolfo e che ai giorni nostri supera le 35.000 unità, all’epoca, si reggeva sull’agricoltura: la principale attività economica, più precisamente sulla viticoltura, alla quale si dedicava la quasi totalità degli abitanti, poiché i lavori delle vigne assorbivano la mano d’opera sia maschile che femminile, e molte forme di artigianato erano collegate a questa coltura. Quasi tutti i marinesi erano proprietari di vigneti, più o meno estesi; perfino i braccianti, possedevano il loro fazzoletto di terra, che coltivavano nei ritagli di tempo. Gli incontri serali, naturalmente quasi prettamente maschile, avvenivano nei tre caffè, che a quel tempo non si chiamavano “bar”, e con clientele tradizionalmente divise per censo. La società era suddivisa tra coloro che erano di estrazione cattolica o repubblicana che all’epoca era sinonimo di anticlericalismo e, secondo le usanze del tempo, questa consuetudine era trasmessa da padre in figlio; per cui si vedevano tutti gli uomini delle varie famiglie marinesi schierati da una parte o dall’altra della ideale barricata frapposta tra i due indirizzi. Una siffatta situazione scaturiva che i figli maschi di una famiglia a tendenza repubblicana dovevano seguire il “credo” del capofamiglia fin dalla più tenera età, con il divieto, tra gli altri, di frequentare la chiesa, i preti e di accostarsi ai Sacramenti. Si arrivava, in taluni casi di più acceso anticlericalismo, ad autentiche aberrazioni, come quella di “battezzare” i neonati col vino Tale metodo di formazione giovanile riguardava soltanto o principalmente la prole di sesso maschile. Delle figlie femmine non ci si interessava più di tanto, sia perché le donne, a quei tempi, erano considerate una sottospecie del genere umano (la loro istruzione scolastica arrivava per la quasi totalità sì e no alla terza elementare), e non avevano alcun peso nella vita sociale e politica, sia perché, in effetti, il “repubblicanesimo”, a Marino come negli altri Castelli Romani, più che ispirarsi a motivi ideali o a guerre di religione traeva origine dalla sopravvivenza di avversioni di natura settaria più che politica, risalenti ai tempi del “Papa-re”. Ma i “padri-padroni” avevano fatto evidentemente i conti senza l’oste, o meglio le… ostesse, impersonate nella specie della donne di casa, organizzate in rigorose “società segrete” per ovviare alle disposizioni paterne. Così accadeva che i neonati, quand’anche fossero stati oggetto delle profanatorie cerimonie battesimali a base di “licor di Bacco”, il giorno dopo, quando gli uomini erano al lavoro nelle vigne, venivano accuratamente infagottati sì da non lasciare adito a occhiate indiscrete, e portati in gran segreto in chiesa dalle levatrici e battezzati. La stessa trafila era posta in atto per la Prima Comunione e la Cresima: preparazione catechistica in ore “contrarie” e somministrazione dei Sacramenti in una chiesa “fuori mano”, senza cerimoniali esteriori che potessero dar nell’occhio.
Questo è l’ambiente in cui si è trovato ad operare, Emilio Giaccone, quando ha lasciato la nostra Valle!
L’idea di dar vita ad una “Associazione di laici consacrati totalmente a Dio” con il vivere nel secolo l’impegno cristiano e l’apostolato, di cui si era parlato a Torino, con mons. Grassi, prende corpo. Erano, così, di fronte alla scelta della loro vita. Nei primi giorni di novembre del 1925, Emilio che aveva sempre mantenuto i contatti con Negroni, lascia la casa paterna, il suo lavoro, i famigliari, gli amici e partì senza un programma ben definito sulla sua attività futura, ma con la certezza che con Zaccaria avrebbe trovato la sua strada, quella vera verso cui il Signore l’aveva indirizzato, e si trasferisce a Marino. Questa scelta, come confesserà più tardi, è stata causata da circostanze provvidenziali e alcune intuizioni. Aveva appena ventitré anni. Poco dopo li raggiunge un altro amico del gruppo: Clemente Ferrarsi di Celle, appena laureato, che faceva parte anch’egli del gruppo torinese “Guido Negri” il quale, dopo qualche anno, ritornò a Torino per vestire l’abito sacerdotale. I tre giovani militavano tutti nell’A.C. e si proponevano di portare un soffio di spiritualità vissuta con Gesù, alimentata dalla preghiera e dall’Eucarestia. Si presentarono al parroco della cittadina: don Grassi, manifestando il loro proposito di consacrarsi a Gesù , ma nella loro condizione di laici impegnati nell’apostolato offrendo la loro collaborazione ai Pastori della Chiesa. «È Dio che vi manda» fu la risposta; lui infatti aveva già fondato l’istituto religioso delle “Discepole di Gesù” con le stesse finalità di laiche consacrate e dedite all’evangelizzazione a alla carità. Dopo quell’incontro, sul finire del 1925, nasce l’associazione religiosa e laicale dei “Discepoli di Gesù” alla quale venne affidato l’oratorio. Gli inizi della nuova comunità furono duri. I tre giovani si trovarono alle prese di grosse difficoltà materiali, con pregiudizi e incomprensioni di fronte alle quali chiunque senza la loro formazione spirituale si sarebbe arreso. Non avevano mezzi, una sede, una casa, tanto che i “torinesi” furono ospiti per un po’ di tempo nella casa parrocchiale convivendo con lo stesso mons. Guglielmo Grassi, mentre il Negroni rimaneva ancora nella casa paterna per riguardo ai parenti. I “Discepoli di Gesù” era, anzi lo è, un’Associazione di Laici basata sullo spirito del Terz’Ordine Francescano, che si ispira al Vangelo, in particolare al capitolo decimo di San Luca e di cui una delle regole basilari era: “provvederanno al proprio mantenimento materiale con il lavoro, avendo come esempio Gesù Artigiano”. Modello preso a prestito dal fondatore poiché ricordava l’esempio di Gesù, che fattosi uomo, scelse per sé un mestiere tra i più pesanti e quando volle chiamare i primi discepoli, li predilesse tra la gente abituata al duro lavoro: dei pescatori. Non che ciò volesse significare un minor apprezzamento per lo studio, che anzi richiede spesso un più severo impegno e più duri sacrifici; ma voleva essere una rivalutazione del lavoro manuale, considerato dal paganesimo come cosa da schiavi: «lavoro servile», appunto. Nelle prime prescrizioni così si leggeva:”Non entreranno nella Gerarchia ecclesiastica, ma sono umili collaboratori dei Vescovi e dei Parroci. Le opere sono quelle stesse a cui li chiamerà la fiducia dei Pastori della Chiesa. Provvederanno al proprio sostentamento materiale col lavoro: professionisti, artigiani o semplici manovali, potranno prestare la loro opera sia all’interno che fuori dell’Istituto, anche in pubblici impieghi e in aziende private. Essi dovranno formare ed accompagnare la gioventù fino a completa maturità e trovarsi al suo fianco fin nelle libere manifestazioni della vita pubblica”. Proviamo a tracciare il profilo del Discepolo di Gesù: è Uomo – le virtù umane, quali la lealtà, l’onestà, la giustizia, la cortesia, l’umana comprensione. Ế Cristiano – prende ispirazione dal Vangelo, ama la Chiesa…. Sia soprattutto uomo di preghiera…. Ế portatore di pace – il distacco dai beni del mondo e il gioioso abbandono nella provvidenza… I Discepoli si dividono poi in «Amici e Soci». Il passaggio dal primo al secondo ordine è riservato ai laici i quali ne abbiano la vocazione, siano maggiorenni e dopo sperimentati segni di maturità interiore e di equilibrio morale. Avviene per gradi fino alla consacrazione perpetua che “si propone con la professione dei voti, o promesse, di castità, povertà e obbedienza: la perfezione cristiana e la piena disponibilità per l’apostolato; di avere una formazione integrale religiosa, morale, professionale, civica.. affinché sia in grado di esercitare il suo specifico apostolato nella vita secolare, come se appartenesse alla vita secolare”(³). Il 2 febbraio del 1947 il Papa Pio XII datava, da Roma presso San Pietro, la Costituzione Apostolica «Provvida Mater Ecclesia» sugli Istituti Secolari che sanciva la compatibilità della totale donazione a Dio, con la secolarità della vita. Altro riferimento, si trova nel Decreto del Concilio Vaticano II «Perfectae Caritas» del 1965.
Dopo essersi dedicati ai lavori più umili, ai tre confratelli venne l’ispirazione di aprire una piccola tipografia nei locali posti sotto la basilica a costo di duri sacrifici e duro lavoro, che costituì una modesta fonte di guadagno., ma non per le loro frugalissime esigenze, quanto per dare il primo soffio vitale alla nuova congregazione. Intanto Emilio che operava come impressore nella stamperia, in quel tempo lavoro molto faticoso, finì i suoi studi, con la laurea in matematica (quante notti sopra i libri!). Stando alla tradizione orale locale, pare che avesse già acquisito, prima di recarsi a Marino, un titolo di studio; alcuni propendono per il diploma da maestro elementare. I Marinesi, li chiamavano i “tre professori”, forse, perché si prestavano a dare gratuitamente lezioni ai ragazzi che frequentavano l’oratorio, ma anche nell’esercitare la loro sorveglianza e la loro guida in modo discreto come fratelli maggiori, stimolando l’inventiva, assecondando gli entusiasmi e la loro fantasia. Quando insegnavano catechismo non lo spiegavano in modo stucchevole e nozionistico, ma piacevolmente narrativo. Ma con qualche riserva, qualcuno poteva pensare: “saranno un po’ matti” dato che si vedevano passare lungo le strade col codazzo di ragazzi che tiravano loro la giacca per farli cantare “Alla fiera di Mastrandrè”, o l’altrettanto nota “La bella pavana” e altre amene filastrocche in voga nell’A.C., soprattutto Emilio col suo vocione e l’accento piemontese e la risata contagiosa. Nella Diocesi di Marino, all’epoca, fu tutto un fiorire di Circoli Giovanili di A.C. ai quali i tre confratelli dedicarono tutte le loro energie; in seguito, altri giovani entrarono nella comunità. Soleva dire il Negroni: «Molti, a Marino e forse anche altrove, pensano che tutto quello che è stato possibile realizzare: la casa, la tipografia, l’oratorio, sia dipeso dal fatto che sono “figlio di papà”… Niente affatto. Ế tutto frutto del nostro lavoro, del nostro sacrificio». Ogni volta che si poteva registrare qualche possibilità economica al si sopra della necessità contingenti, si impegnava il denaro per qualche lavoretto di riattamento della modesta abitazione della comunità, per l’ammodernamento della tipografia e migliorare l’accoglienza dei ragazzi locali. Anche quando Zaccaria ed Emilio raggiunsero i gradini più alti della scala sociale, si poteva riscontrare sia nel vestire, che in tutto il loro stile di vita sobrietà e austerità.
Nel frattempo, nella tipografia intitolata a Santa Lucia, compatrona di Marino, si stampava “L’Aspirante”; giornale della Gioventù Cattolica, fondato ad Alba (CN), dalla Pia Società San Paolo intorno al 1924, per desiderio di Papa Pio XI, all’epoca un periodico quindicinale, ma che in seguito divenne settimanale. L’anno seguente, con la nascita del Movimento Aspiranti, il giornale venne trasferito a Roma e affidato a alla tipografia S. Lucia, che per la divulgazione avviò un’altra iniziativa editoriale, che si intitolò “Casa Editrice Fede-Arte”, la cui sigla: “C.E.F.A.” aveva un preciso riferimento a San Pietro. Fu una “grossa impresa” svolgere questo compito ad iniziare da quello redazionale, dalla composizione e della stampa delle oltre duecentomila copie del periodico; lavoro molto faticoso dato le prestazioni delle macchine tipografiche dell’epoca, lontane anni-luce rispetto le attuali. A lavoro ultimato, si caricavano i fogli stampati su della carriole e trainate fino alla vicina sede delle Piccole Discepole. Queste ultime, coadiuvate dalle giovani dell’A.C. femminile, provvedevano alla piegatura a mano, ad uno ad uno, dei fogli, alla confezione dei pacchi e alla spedizione. Oltre al lavoro prettamente manuale si scrivevano i testi, in modo particolare, di cultura religiosa; si ricordano le biografie di Emilio, di grande valore formativo. L’opera svolta in questa stamperia si innesta, fra l’altro, anche ai grandi episodi della storia nazionale. Quando nel 1931, in seguito all’estensione dell’azione dittatoriale in ogni settore della vita pubblica del Paese e sospettando di ingerenza politica educativa o sindacale delle organizzazioni cattoliche [ricordiamo che il fascismo aveva già premuto per indurre la Santa Sede a sciogliere, nel settembre 1927, l’organizzazione degli scouts, che costituiva un ostacolo intollerabile a quelle dei balilla e degli avanguardisti, con le quali il regime pretendeva di monopolizzare la formazione della gioventù], una seria crisi divampò accusando l’A.C. di invadere il campo dell’ordinamento sindacale e corporativo, di voler formare una classe dirigente non fascista; inoltre, il Regime, non avrebbe tollerato la trasformazione dell’associazione in un partito politico, così come non avrebbe tollerato provocazioni sindacaliste. La questione si risolse con lo scioglimento dell’Associazione Cattolica, il 29 maggio di quell’anno. Il Santo Padre scrisse allora un’Enciclica dal titolo: “Non abbiamo bisogno”, in lingua italiana; particolare inusuale e significativo all’epoca, perché le Encicliche, almeno nella stesura ufficiale, sono sempre state scritte in latino. Ma sorse subito un grosso problema: la sua divulgazione. Questa, che conteneva le più vibrate proteste del Papa, fu severamente proibita in tutto il territorio nazionale, anche se venne largamente diffusa all’estero. Come fare a diffonderla, dal momento che era vietata perfino la diffusione de “L’Osservatore Romano”? Ebbene, il periodico parrocchiale di Marino, «Il Campanile», pubblicò l’Enciclica per intero, in decine e migliaia di copie. Venne così diffusa, non solo tra i parrocchiani di questa cittadina, ma spedita in tutta Italia utilizzando il fascettario de “L’Aspirante” rivista, quest’ultima, soppressa con lo scioglimento della Gioventù Cattolica. Così tutti i ragazzi tesserati ricevettero sotto le mentite spoglie, o meglio col solo titolo mutato, poiché Il Campanile sostituì sia “L’Aspirante” che “Gioventù Nuova”, ma redatto con le stesse rubriche, dagli stessi redattori dei periodici soppressi. L’ardita e pericolosissima operazione andò a buon fine, anche se fu a un pelo ad essere scoperto il raggiro, grazie all’incompetenza dei “questurini” addetti alla sorveglianza della tipografia. Altamente sospettata perchè vi stampavano varie pubblicazioni dell’A.C., ad una delle normali ispezioni, non si avvidero che la composizione in piombo del testo dell’Enciclica si trovava ancora in macchina da stampa. L’attività clandestina non si limitò a sostenere la libertà delle idee, ma accorse in aiuto ai più deboli, stampando tessere annonarie contraffatte per aiutare i giovani renitenti al reclutamento, gli ex prigionieri alleati, carte d’identità falsificate per consentire a intere famiglie di ebrei ed a vari esponenti della Resistenza di fuggire alla cattura da parte della polizia nazifascista. Tra questi figuravano i documenti “camuffati” di Giuseppe Romita e di Achille Grandi che, a guerra finita, sarebbero diventati rispettivamente Ministro degli Interni e Segretario della Confederazione Generale del Lavoro. Proprio durante la compilazione della carta d’identità per quest’ultimo, verso mezzogiorno del 17 febbraio 1944, un’ennesima escursione aerea degli alleati sorprese Emilio Giaccone e l’amico Zaccaria nella tipografia; un bombardamento massiccio che causò distruzione e lutti. Un periodo che ha visto la solidarietà , il sacrificio comune e la comune lotta per la libertà. Procurarono cibo e vestiario, prendendosi anche la responsabilità [in particolare il Negroni] di far evitare lo sfollamento che avrebbe arrecato gravi danni ad una popolazione di agricoltori. In quei giorni tristi, in cui gli Italiani si trovavano purtroppo divisi in opposte fazioni, avvenne che la «Casa dei Discepoli di Gesù» fu rifugio, alternativamente, di uomini dell’una o dell’altra parte della barricate: accolti tutti con la medesima carità e discrezione. Hanno avvicinato uomini di differenti tendenze e li hanno fatti riconoscere fratelli in un momento in cui tutto crollava, sono stati al fianco della popolazione nei momenti della distruzione e della fame, ma sempre come servizio e mai come politici. Molti ragazzi rimasti senza famiglia trovarono nella Casa ricovero e assistenza; fino a diciotto o venti in una volta e tutti trattati come se fossero loro figli. Toccava provvedere ai lettini, alla biancheria, ai vestiti, e alla cucina. Facile a dirsi, ma in tempi di razionamento dei viveri bisognava procurare anzitutto di che mettere nei pentoloni. Quei ragazzi furono man mano dimessi non appena fu possibile rintracciare i parenti, o gli stessi genitori che la guerra aveva dispersi. Alcuni, senza famiglia rimasero; completarono le scuole, impararono un mestiere.. e misero su famiglia, sposandosi. Ricorda mons. Tardini: “si faceva l’Azione Cattolica il che voleva dire interessarsi a tutti i problemi e di tutti i bisogni dei ragazzi e dei giovani”. La conferma di questo indirizzo è data dalla motivazione, che si legge su un rapporto dei Carabinieri e da un relazione del Prefetto del 1926, riguardante l’ordine pubblico e indirizzata al Ministero dell’Interno riguardo all’amico Zaccaria Negroni: “svolge attività profonda e continua in combutta con i preti e in particolare con il parroco di Marino; spinto da fanatismo religioso, in forma quasi morbosa esplica fra i giovani attività antifascista, dopo il delitto Matteotti ha pubblicamente stigmatizzato l’opera dei dirigenti del partito…specie per l’ascendente di cui gode”.
Alcuni episodi ci fanno capire come questo gruppo operava in un ambiente difficile, e tenuto sotto controllo dal regime dell’epoca; lo Zaccaria nel partecipare alla manifestazione del ’21, a Roma, per il cinquantennio della fondazione dell’Azione Cattolica Italiana, al ritorno dall’udienza del Papa, Benedetto XV, finì in guardina con tutti i partecipanti al corteo in seguito all’azione in massa della Polizia appoggiata da cariche di cavalleria alla stretta di Via del Plebiscito.
La sera del 5 dicembre del 1926, mentre nel teatrino parrocchiale si facevano della prove per la recita dell’Immacolata, suo padre lo avverte che nella notte verranno ad arrestarlo per imporgli l’obbligo di cinque anni di confino; riesce a occultarsi, ma nella notte gli agenti irrompono nell’abitazione della famiglia e arrestano il fratello, comunque rilasciato subito dopo gli accertamenti. Dopo varie peripezie, alla ricerca di un rifugio sicuro, trovò asilo presso il Monastero Benedettino di S. Paolo fuori le Mura ove rimase per due mesi.
Frattanto con una lettera del 11 dicembre 1926 la madre scrive alla Commissione per le condanne al confino l’annullamento del mandato di arresto del figlio, poiché si tratta di menzogne anticlericali, per il fatto che il figlio è sinceramente religioso e non si occupa di politica ma semplicemente di apostolato e di opere religiose. Una seconda lettera, dello stesso tenore, fu inviata nel gennaio dell’anno successivo direttamente a S. Eccellenza Benito Mussolini- Ministro dell’Interno, con l’aggiunta che si facesse luce sugli aspetti della vicenda e giustizia sui veri responsabili.
Con lo scambio di lettere tra i vari uffici e organi governativi, congiuntamente all’interessamento di autorità religiose, iniziava l’azione di revoca del grave provvedimento.
Proprio in vista della confortante soluzione del brutto episodio e su consiglio di chi conosceva bene la situazione, consigliò lo Zaccaria e suo padre a costituirsi in Questura. Ma sentiamo, in proposito, la sua testimonianza: “Mi recai subito alla sede della Gioventù Cattolica in via della Scrofa, accolto fraternamente dal Segretario Generale, avv. Mosconi. Una corsa dal parrucchiere (due mesi di astinenza dalle forbici mi avevano ridotto un quasi cappellone) e poi alla Questura Centrale (era allora in piazza del Collegio Romano), conforme agli accordi presi … in alto loco. Fui ricevuto con ineccepibile signorilità. Firmai una “diffida” con cui mi obbligavano a non occuparmi più di politica ( ma io – dissi – ho sempre fatto azione cattolica!); e quando mi aspettavo di andarmene finalmente libero, mi sento dire: “Lei è uno studioso di uomini e cose… e non le sarà sgradita una visitina a Regina Coeli…”. Si trattò di un soggiorno sicuramente non gradito, che per fortuna durò soltanto due notti e un giorno, ma durante il quale ebbe modo di sperimentare le penosa e deprimente vita dei detenuti. “Fui immesso in uno stanzone umido e buio. Ma per poco; venni fatto uscire e accompagnato a “vista”: esaminarono con cura tutto quello che avevo indosso; mi tolsero cinture, fibbie, lacci di scarpe…; segni di meraviglia degli addetti a quel servizio, mentre uno osservava la corona del Rosario e un altro sfogliava e rispogliava il libretto della Imitazione di Cristo. Finirono col lasciarmi i due oggetti, guardandomi in maniera strana”. Con un appunto trasmesso il 30 gennaio 1927 dal Capo di Gabinetto del Ministro dell’Interno alla Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, disponeva di “prendere conto della puntata appostavi da S.E. il Sottosegretario di Stato, giusta la quale la pronunzia di confino dovrà essere commutata in diffida”. Questo verdetto rappresentò veramente, e finalmente, l’abbattimento dell’ultimo ostacolo che lo separava dalla sospirata libertà.
Giaccone, cominciò ad insegnare nella scuola come professore di matematica prima nel Seminario di Campobasso, probabilmente verso la fine degli anni ’20, ospite del Vescovo Alberto Romita, e poi in quello di Rieti. Qui si trovò coinvolto al fianco del Vescovo Massimo Rinaldi, un missionario scalabriniano tutto fuoco di carità e zelo apostolico, negli avvenimenti che culminarono con lo scioglimento della “Società della Gioventù Cattolica Italiana” del 29 maggio del 1931. Nel frattempo, fece amicizie importanti a Roma come il Presidente Generale di A.C. Angelo Raffaele Jervolino e Luigi Gedda. Costoro, su invito di S.E. Mons. Domenico Tardini, a soli ventinove anni, gli affidarono la tesoreria della Gioventù, nel Consiglio Nazionale dell’A.C. appena costituita (l’associazione fu ripristinata con l’accordo del 2 settembre 1931) e, poi, dal 1947 di tutta l’Azione Cattolica Italiana per cui si trasferì nella Capitale, a Casa Assistenti. Qui si trovò, di nuovo, a fianco di Negroni, al quale era stato affidato, a partire dal 10 gennaio 1929 e per la prima volta, come Delegato Nazionale Aspiranti, l’incarico di costituire in ogni associazione di A.C. gli “Aspiranti”. Il sodalizio era nato già nel 1924, con la relazione Iervolino all’assemblea generale di quell’anno anche se, ufficialmente, ebbe l’inizio solo nel 1928; secondo alcuni, l’idea di questo progetto era forse già stata considerata da Zaccaria Negroni con Emilio, durante il soggiorno a Torino. Fu concepito per adolescenti tra i dieci e quindi anni, da preparare a diventare giovani impegnati al servizio della Chiesa ma, ad di là di questo indirizzo, una guida sicura per la formazione di ragazzi generosi, studiosi, onesti e leali, affezionati alla famiglia, ligi ai propri doveri; in definitiva: dei bravi ragazzi.. Anche in questo caso si trovarono uniti a soddisfare la loro passione: “aiutare i Giovani” a crescere. Crearono per loro il giornalino “l’Aspirante”, e stabilirono “la Regola dell’Aspirante” che ogni ragazzo doveva vivere quotidianamente, fissata in dieci punti:
I ) – Le Virtù: 1) l’Aspirante è primo in tutto per l’onore di Cristo. 2) l’Aspirante vive di Gesù. 3) l’Aspirante è pronto all’obbedienza. 4) L’Aspirante è leale. 5) l’Aspirante è puro in pensieri, in parole e in azioni. 6) l’Aspirante è Apostolo fra i compagni. 7) l’Aspirante è sempre lieto. 8) l’Aspirante compie ogni giorno una buona azione. 9) l’Aspirante ama il Papa. 10) l’Aspirante ama la Patria.
II ) - Il divino modello: Gesù adolescente.
III) - Gli amici: l’Angelo Custode, il Santo di cui porti il nome, i sacerdoti, i genitori, i maestri e compagni buoni, i libri e i giornali buoni.
IV) - I nemici: il demonio, i cattivi compagni, l’ozio, il rispetto umano, i libri e i giornali non buoni, lo sport mal regolato.
V) - Il motto:: Preghiera – Azione – Sacrificio.
VI) - Il saluto: Sia lodato Gesù Cristo.
VII) – Il segno di riconoscimento: la carità verso i compagni.
VIII) – I grandi amori: l’Eucarestia, l’Immacolata, il Papa.
IX) - I grandi ideali: la famiglia, la Chiesa, la Patria.
X) - La Promessa: Prometto di compiere bene e fedelmente tutti i miei doveri di Aspirante della Gioventù Italiana di A.C. ma sapendo di non poter nulla da solo. A Gesù chiedo la grazia necessaria confidando nell’aiuto della Mamma Celeste. – Così sia!
Per loro, fondarono anche “il Vittorioso”, periodico che ebbe il potere di controbattere efficacemente quella che sembrava una affermata prerogativa de “il Corriere dei Piccoli” e che fu una delle più brillanti iniziative del mondo Cattolico; veniva stampato a Torino e diffuso dappertutto. Con le strisce e le storie a fumetti, conquistò subito le simpatie dei ragazzi con dei personaggi rimasti incancellabili nella memoria degli affezionati lettori. Il motivo di questo enorme successo risiedeva nella grafica agile, moderna per quei tempi, anzi antisegnana della odierna fumettistica, nella valentìa degli autori dei testi e, soprattutto, nella eccezionale bravura dei disegnatori, capaci di dar vita a personaggi rimasti incancellabili nella memoria degli affezionatissimi lettori. Il Vittorioso ha continuato ha rafforzare, fino agli anni ’60, il suo impegno di formare, divertendo, lo spirito dei giovani. Chi, tra i ragazzi dell’epoca, non ricorda i tanti personaggi usciti dal magico pennello di Jacovitti! Emilio, oltrechè il fondatore ne fu il redattore dedicando non solo la sua competenza tecnica, ma anche e soprattutto la sua grande sensibilità di educatore con l’obiettivo di formare divertendo i ragazzi; la prima uscita avvenne il 27 dicembre del 1936. Per altre fonti la sua divulgazione, allegata al numero speciale de “L’Aspirante”, avvenne il 28 marzo1937. Divenne amministratore dell’Editrice “AVE” [Anonima Veritas Editrice, sigla in onore della Madonna] e dei vari periodici dell’A.C., del Centro Cattolico Cinematografico e poi dell’Ente dello Spettacolo; amministratore unico del giornale cattolico di Roma: “il Quotidiano”, della Società Messaggerie Cattoliche “SEMCI”. Quel che preme rilevare, al di là delle singole iniziative tese all’apostolato, è lo stile che le distingue, come egli stesso annota in una memoria ai massimi dirigenti della Organizzazione Cattolica: “Lo spirito di povertà , nel quale lavorano i migliori del nostro campo, va rispettato e incoraggiato.. Penserà poi la Provvidenza a premiare la nostra fede”. Malgrado il Fascismo osteggiasse in tutti i modi l’ A.C., furono veramente anni d’oro per l’associazione, tanto da far dire a De Gasperi: “Questo paziente lavoro di formazione ce lo ritrovammo nel dopoguerra quando avemmo a disposizione un vivaio di uomini preparati e pronto a entrare in politica, portando gli ideali cristiani al servizio dell’Italia”.
Il prof. Giaccone, dopo tante esperienze vissute con molte difficoltà, era ormai maturo per più vasti e impegnativi compiti ma non volle mai entrare in politica malgrado le sollecitazioni, mentre Negroni divenne Senatore della Repubblica e sindaco di Marino.
Nella ricostruzione postbellica, come abbiamo già visto, fu invitato ad entrare in politica: proposta che rifiutò; poiché, in questo campo, si richiedono compromessi e, di conseguenza, a rinunciare parte degli ideali e aspirazioni e, quindi, a venir meno all’obbiettivo della sua vita che era protesa all’aiuto dei più deboli. Data la contingenza, una grave situazione da sanare era quella infantile. Su questo scopo, si concentrò la sua opera che, a quanto risulta, fu suddivisa con don Carlo Gnocchi [1902-1956; dichiarato beato domenica 25 ottobre 2009]. Quest’ultimo si interessò da principio dei mutilatini e in seguito, nel 1955, istituì un centro per il recupero dei poliomielitici; mentre il Giaccone, come vedremo più avanti, s’interessò degli orfani.
Nel 1944, dopo la liberazione di Roma, venne chiamato dall’allora Ministro per l’Industria Commercio e Lavoro Giovanni Gronchi, alla carica di Commissario Governativo dell’Ente per l’Assistenza agli Orfani dei Lavoratori Infortunati (EAOLI). La sicurezza amministrativa, organizzativa e la sensibilità educativa con cui seppe caratterizzare la ripresa e lo sviluppo dell’Ente, indussero i responsabili di Governo ad affidargli anche la gestione commissariale dell’Ente Nazionale per la Protezione Morale del Fanciullo (ENPMF), sorto nell’immediato dopoguerra per portare avanti nuovi criteri e nuove formule nell’assistenza dell’infanzia. In questi impegnativi e delicati incarichi portò l’impronta di uno “stile” di serietà, di semplicità, di concretezza, di personale sacrificio. Accettò infatti l’incarico di Commissario Governativo dell’EAOLI, prima, e poi dell’ENPMF, a titolo completamente gratuito in considerazione delle finalità dei due Enti. Nel 1948, cogliendo le valide indicazioni che l’esperienza quadriennale aveva messo in evidenza, il Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale Amintore Fanfani ne promosse la trasformazione in un ente con competenze ben più vaste: “l’ENAOLI” (Ente Nazionale per l’Assistenza degli Orfani dei Lavoratori Italiani) che in breve si affermò, come l’organizzazione pilota, di concezioni ed attività di avanguardia nel mondo vastissimo dell’assistenza all’infanzia e alla gioventù. Emilio Giaccone ne fu nominato Presidente. Questa sua carica, si protrasse oltre i venticinque anni. Il lungo periodo in cui egli ha pilotato questa importante istituzione, è stato quanto mai ricco di indicazioni, di esperienze, di iniziative destinate ad incidere profondamente sui criteri ispiratori e sulle formule concrete, superando viete concezioni e metodi irrazionali. Di fronte alle sconcertanti conseguenze della guerra sulla vita delle famiglie italiane, sulla formazione dei giovani, sul funzionamento delle stesse strutture sociali che avrebbero dovuto provvedere ai loro bisogni, le istituzioni tradizionali mostravano la loro ineguatezza, non solo di mezzi, ma prima di tutto di idee, di formule, di strumenti, di personale. Si ricorda che il posto di commissario all’EAOLI, era piuttosto teso a liquidare l’Ente poiché, questo, era diventato inadeguato allo scopo per cui era stato concepito. Si dedicò, allora, a risollevare queste istituzioni ricorrendo alle migliori energie e sicure competenze, facendo leva particolarmente su forze provenienti dal volontariato, provvedendo alla formazione di qualificati quadri di operatori ed educatori. Ancora una volta aveva l’occasione di aiutare ragazzi e bambini in difficoltà e donare tutte le sue risorse materiali, spirituali e affettive. Lui che per servire la Chiesa, come laico consacrato aveva rinunciato a formarsi una famiglia, si ritrovò migliaia di figli adottivi che affettuosamente lo chiamavano: Papà Giaccone. I giovani furono sempre al primo posto nei suoi pensieri e nelle sue premure, sapeva trovarsi sempre in contatto con tanta amabilità e con la sua eccezionale capacità di comprenderli e di farsi comprendere e amare. A riprova di questo suo agire lo si ritrova in alcune lettere redatte in occasione della sua scomparsa. La prima, di un Istituto di Roma, così recita: “..una persona che era per tutti, fanciulli e suore, tanto familiare ed amica. Le visite, gli incontri con il Professore, erano sempre attesi e desiderati, giacché erano incontri con una persona tanto ricca di umanità e di fede che si faceva promotrice di bene anche con la sola presenza. Per quanto si possa dire di “Papà Giaccone” pare il minimo di quanto si voglia esprimere…”(9). Un’altra, di un Istituto di Senigallia, lo ricorda così: “..Il Professor Giaccone non è stato solamente il Capo dell’«ENAOLI » a guidare con intelletto d’amore innumerevoli schiere giovanili provate dalla sventura, ma è stato, soprattutto, il vero illuminato Padre della Istituzione; l’immacolato esempio di moderno Educatore; il vessillo fulgido dall’intemerata fede in Dio, profondamente sentita e validamente trasmessa a tanta sventurata fanciullezza e gioventù della nostra patria. Ecco perché venne da tutti gli assistiti spontaneamente chiamato: «PAPÁ GIACCONE» (10). Una delle tante testimonianze, che ci fanno comprendere e confermano l’affetto che questi ragazzi nutrivano verso di lui, è data da uno scritto del 5 novembre 1972 di una “ex enaolina” di Ballào, Comune della provincia di Cagliari, in occasione della morte del professore, e inviata al confratello e amico: “Carissimo dott. Zaccaria, mi perdoni se oso dire a Lei come al mio amatissimo Papà Giaccone: “carissimo, ho avuto il suo espresso venerdì 3 con un po’ di ritardo in quanto la lettera è andata a Barrali un altro paesino della Sardegna. Io non so chi sia Lei, naturalmente una persona cara a Papà Giaccone. La notizia mi ha agghiacciata, sono profondamente addolorata; la sua dipartita lascia nel mio cuore un vuoto immenso. Sentirò la sua mancanza proprio come ho sentito quella del mio povero papà che mi lasciò orfana ancora adolescente. Lui aveva preso il posto di mio padre nel vero senso della parola e specialmente all’inizio della mia malattia che dura da lunghi anni (dal lontano 1960) mi aiutò non soltanto materialmente, ma moralmente mi seguì con l’affetto, la comprensione e l’incoraggiamento; sempre fu per me vigile e pronto. Ero per lui una figlia (così mi chiamava) ed io mi sentivo sicura e protetta. L’ultima volta a Fiuggi mi raggiunse con una telefonata e mi ordinò di prolungare il soggiorno; mi mandò a Lourdes in pellegrinaggio con l’Unitalsi proprio perché mi voleva vedere più serena, più forte in questo terreno peregrinare, più generosa nel sopportare la disavventura della vita. Infatti tornai rinfrancata e rinsaldata nella fede, questo, nonostante allora come oggi senta vivo e forte il desiderio di guarire e di sorridere, ma purtroppo nell’età più bella i giorni più tristi. Vorrei non essere inutile ad alcuno, non essere di peso alla mia povera mamma che dalla vita ha trovato solo sofferenze. Questo è tutto. Papà Giaccone tante e tante volte ha sentito i miei sfoghi, a lui ho aperto il mio animo e appoggiata alla sua spalla ho pianto il mio dolore. Ora non mi rimane neanche più questa speranza, non ho nessuno, lo posso dire veramente; ma lui mi voleva bene e forse me ne vorrà ancora e dal cielo penserà alla sua figliola che spesso quasi soccombe sotto il peso della sua debolezza. Che lui mi aiuti e mi sorregga proprio come ha fatto quaggiù per tanti e lunghi anni di bufera. Questi giorni il mio padre spirituale celebrerà una S. Messa in suo suffragio; a me non rimane che pregare. A lei dott. Zaccaria il mio grazie più sentito, non ho parole per ringraziarlo della sua comprensione al mio caso mi commuove il suo gesto disinteressato e generoso proprio per avermi teso la mano pur non conoscendomi. Qui sta l’atto di solidarietà cristiana. Io non so dirle niente; grazie, grazie di cuore, il Signore ricompensi largamente il suo buon cuore e le faccia gustare la gioia pura di chi da senza ricevere, in questa vita s’intende, per accumulare meriti nell’aldilà. Quando vuole e può mi dica chi è lei: un parente, oppure chi ha preso il posto di Papà Giaccone quale Presidente dell’Enaoli. Ancora grazie di cuore e un saluto affettuoso. ……. “ . Segue la firma.(²).
Una seconda lettera, inviata da una signora di Parma, in data 19 dicembre 1972, così scrive: “Carissimo Ingegnere (si riferisce a Negroni), mi scusi se la appello così, ma ho l’impressione di rivolgermi ancora a Lui, al mio caro papà- lo chiamo così, perché avevo undici anni quando rimasi orfana e messa in collegio mi sono ritrovata un padre che ne valeva mille. Da allora papà Giaccone è rimasto sempre tale per me, anche se ora ho trentacinque anni. Ho passato dieci anni a Roma, lavorando come infermiera, e molto vicino a Lui, che mi chiamava “figliolina” e che sempre mi ha indirizzata, guidata e sostenuta. Sono stata vicino a Lui nel primo intervento che ha fatto, mi ha portato con se in Val di Susa a cogliere i funghi, prendevamo tante volte il the assieme parlando di S. Francesco, di vita spirituale e di cose belle che non si dimenticano. Sono poi tornata a Parma, mia città natale, ma spesso sono venuta a Roma a trovarlo e l’ultima volta è stato a metà giugno in viaggio di nozze dove ha conosciuto mio marito e abbiamo pranzato fuori assieme per l’ultima volta. Abbiamo parlato del suo recente intervento del quale era entusiasta, perché le aveva dato la possibilità di constatare la bontà di coloro che l’attorniavano e di riposare un po’ nel silenzio e nel raccoglimento della sua cameretta. Ed ora è in cielo. Assieme a tutti gli altri papà degli Enaolini coi quali da anni aveva fatto lega per allevarne i figli. Io benedico Dio di averci dato un tanto Santo e lo prego che suo tramite ci dia la forza di imitarne la bontà, la serena cordialità e il grande amore che l’animava. Desidero tanto avere le “note biografiche” ed ogni pubblicazione fatta su di lui, mi direte quello che devo fare per averle e farò qualsiasi cosa. Anche a Lei auguro nello spirito di papà Giaccone Buon Natale, Buon Anno e tutta una vita di santità”. Segue l’indirizzo e la firma. (²)
Una terza, molto più concisa, ma dello stesso tenore è di un’altra sua collegiale di Potenza: “….che desidera esprimere il proprio dolore e sentito cordoglio per la scomparsa della cara persona del Prof. Giaccone, figura per me molto paterna, da cui ho ricevuto veramente tanto aiuto e conforto nei momenti di bisogno. Desidero ripetere che sarà un ricordo costante e duraturo carico di riconoscenza…”. Segue la firma.(²)
A testimoniare la sua grande generosità e umiltà in un’altra, proveniente da Rieti, si legge: “..Io poi gli devo riconoscenza, perché mi è stato sempre di aiuto, si a Campobasso che qui a Rieti, aiuto fraterno materiale e morale. ..Scrivendo ricordo, o meglio mi ritornano alla mente, qualcuno degli episodi che mostravano la sua grande umiltà. Si chiamava: figlio di un boscaiolo….” Segue la firma (11)
Un suo collaboratore ricorda che, alla domenica, lo invitava ad accompagnarlo nei vari Istituti di proprietà dell’Enaoli sparsi nel Lazio e, in compatibilità alla distanza, in Toscana e Abruzzo e lì rimaneva tutta la giornata con questi ragazzi; non andava mai “a mani vuote”, ma gli comperava delle caramelle a sacchi e, certamente, a proprie spese.(4)
Alla presidenza del Consiglio dei Ministri apparve opportuno che si promovesse un incontro straordinario di quanti, nelle Amministrazioni pubbliche e private, negli istituti tradizionali e i quelli di nuovo tipo come gli improvvisati «Villaggi per fanciulli», nelle scuole e centri di addestramento al lavoro, nelle case di rieducazione, nei consultori, nei servizi sociali in genere, si occupavano dei giovani e dei loro bisogni come amministratori, educatori, assistenti. Fu così bandita, nel 1951, la “Conferenza nazionale sui problemi dell’assistenza pubblica all’infanzia e all’adolescenza”; e per realizzarla si fece perno proprio sulla persona di Emilio Giaccone, formalmente perché responsabile dell’Ente Nazionale per la Protezione Morale del Fanciullo, che ebbe l’incarico “ufficiale” della organizzazione della conferenza, ma sostanzialmente per la sua posizione e competenza di aperto, generoso sostenitore e collaboratore di ogni valida iniziativa che potesse contribuire alla promozione morale e sociale della gioventù.
La grande assise dell’assistenza minorile in Italia registrò un afflusso eccezionale e attraverso le conclusioni con cui essa giunse si poterono affermare, finalmente, concetti quasi sconosciuti per certe strutture dell’amministrazione assistenziale; ad esempio: di non ricorrere indiscriminatamente ai ricoveri in istituto per ogni caso di minore orfano, povero e comunque bisognoso, ma di fare l’assistenza finché possibile in famiglia ; la necessità di effettuare sempre una obiettiva diagnosi dei singoli casi prima di decidere interventi assistenziali, avendo riguardo all’anamnesi personale, famigliare, ambientale. Il dovere di ricorrere, per le diagnosi e per i relativi trattamenti, a specialisti e a studiare strumenti idonei come i consultori, medico-psico-pedagogici, ecc. realizzando, al posto di grandi opere di massa, piccole comunità, case-famiglia e così via. È ancora difficile valutare gli effetti della conferenza per quello che riuscì a smuovere nel grande e complesso mondo dell’assistenza minorile.
Queste trattazioni, oltre ad essere divulgate su varie riviste specializzate dell’epoca, sono state raccolte e pubblicate in un’Antologia dei saggi pedagogici; opere destinate alle meditazioni di quanti, nello spirito di solidarietà che ha sempre animato il Professore, si sentano moralmente impegnati a diffondere e seguirne l’esempio (8).
Con tali istituzioni il prof. Giaccone, che si era personalmente votato ad un ideale e ad un preciso programma di apostolato cattolico, trovava possibilità immediate di sintonia e raccoglieva generosa corrispondenza ai suggerimenti, alle indicazioni tecniche, alle concrete impostazioni di rinnovamento e di qualificazione, che egli elargiva sia per mezzo delle organizzazioni che a lui facevano capo e sia con intenso rapporto personale. Significativa la sua partecipazione a nuove iniziative, finalizzate al miglioramento delle attività e delle istituzioni assistenziali educative, come le “Scuole di Servizio Sociale” e la “Scuola per Religiose Educatrici” organizzata dalla FIRAS (Federazione Italiana Religiose Assistenti Sociali). Significativa infine la realizzazione, da lui tenacemente voluta, della prima e più valida Scuola residenziale per educatori di collegio, sorta presso il Centro Pedagogico, che il Consiglio di Amministrazione dell’ENAOLI volle dedicare alla memoria dei Genitori Agostina e Silvino Giaccone (22 giugno 1959).
Un riconoscimento, ma soprattutto un ringraziamento, a questo operato lo si trova in una delle tante lettere di condoglianze inviata, il 15 settembre del 1972, da una responsabile dell’Ente Nazionale per la Protezione Morale del Fanciullo di Pescara ove, tra il resto, scrive: ”….. e le esprimo il mio profondo dolore per la sua tragica scomparsa perché il Prof. Giaccone mi è stato Maestro nei primi anni della mia professione all’ENPMF di Roma. Da lui ho imparato quella linea di morale professionale al servizio dei minore che tuttora ispira il mio lavoro di Assistente Sociale. ….” (²). Segue la firma.
Nell’ambito di questa funzione, la sua mente sempre attiva e protesa verso l’arricchimento dei giovani, al fine di consolidare amicizie o gettarne i semi per delle nuove e dare così un volto ai nomi tramite relazioni, incontri, che scaldano la nostra vita, inventò verso la metà del 1960 i “Giochi della Gioventù”.(6)
Rifuggendo costantemente da incarichi figurativi, onorificenze e riconoscimenti ufficiali, accettò nel 1967 la carica onorifica e la presidenza della “Fondazione Livio Tempesta per il premio della Bontà”, posta sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica. Si trattava infatti, di impegnarsi a portare avanti una istituzione destinata ad incidere nell’azione educativa della gioventù. Con la sua caratteristica ricerca di quanto potesse dare vitalità, dinamismo, funzionalità concreta alle opere, seppe imprimere alla benemerita istituzione un più vivo slancio facendole anche assumere, senza dimenticare anzi esaltandone, l’origine e gli altri scopi. La nuova denominazione: “Centro per l’Apostolato della Bontà nella Scuola” (CABS), significativa della funzione di promozione morale ed educativa. Il convegno dei Rappresentanti Provinciali del CABS, svolto per suo impulso e con la sua guida nel giugno del 1972, ha costituito la riprova dei frutti conseguiti in cinque anni di tenace lavoro, e quelli ancor più diffusi e penetranti, che si prospettavano per l’avvenire. Si era parlato della estensione dell’Apostolato della Bontà a tutta, o almeno, la scuola dell’obbligo, e in tutte le province.
In vista del termine del suo mandato nell’ENAOLI, avvenuto nel gennaio del 1972, cedette al pressante invito di assumere la Presidenza del “Centro Nazionale Economi di Comunità” (CNEC), una organizzazione che realizza importanti servizi di consulenza, promozione, e di collegamento per le innumerevoli istituzioni che, con formule comunitarie, provvedono alle necessità dei cittadini e della società: collegi, ospedali, scuole, pensionati, colonie estive, studentati, ecc. La sua presenza al vertice del CNEC caratterizzò lo svolgimento della “Settimana della vita collettiva”, che si è tenuta nel maggio del ’72 al Palazzo dei Congressi in Roma. I convegni di studio, che in tale occasione si sono realizzati, hanno affrontato temi di grande importanza per la presenza e la funzione delle istituzioni sociali e comunitarie, nella fase di evoluzione della vita pubblica in Italia. Basterà ricordare il Convegno su “Le Regioni e i servizi socio-assistenziali” e gli echi che esso ha avuto. Si può dunque affermare, che se i problemi dell’assistenza dell’infanzia e dei servizi sociali in genere sono stati, a partire da quegli anni, sentiti ed affrontati con nuovo impegno e nuova sensibilità, e se per la loro soluzione si sono individuate formule più funzionali e più rispondenti alle esigenze di oggi e alle prospettive per il domani, molto si deve a quanto è stato sentito e realizzato da Emilio Giaccone.
La sua esistenza è stata un darsi con umile impegno di servizio ai più piccoli e ai più poveri, nei quali vedeva la figura dolorante del Cristo, con sincero spirito di partecipazione alle esigenze dello sviluppo sociale, con sempre lineare consapevolezza di figlio della Chiesa e di strumento della sua missione apostolica.
Quando lasciò la presidenza dell’ENAOLI, non gli mancarono proposte per altri incarichi, qualcuno anche tale da offrire sicurezza per l’avvenire; lui che dopo quasi trent’anni di presidenza in Amministrazioni pubbliche, si era serenamente ritrovato al punto di partenza, senza un soldo di liquidazione e senza un minimo di pensione. Preoccupandosi sempre degli altri, mai di sé, era solito intervenire usando i suoi pur modesti mezzi personali per soccorrere tanti che a lui si rivolgevano, e che non avrebbe potuto sovvenire con i fondi degli organismi di cui era a capo.
La retribuzione, tolte le spese per lo stretto necessario al vivere quotidiani, veniva data ai poveri, mantenere nello studio ragazzi meno abbienti. Ricordiamo, in proposito, il fatto riguardante don Giovanni Medico, diventato parroco della Parrocchia di S. Anna di Drubiaglio ad Avigliana, poiché il religioso stesso l’ha reso noto. Il sacerdote raccontò che, Emilio, durante la visita ad un collegio, in un colloquio con i ragazzi, venne a sapere che uno di questi aveva l’intenzione di farsi sacerdote ma non aveva i mezzi necessari. Con la consueta discrezione, lo fece studiare, provvedendo lui stesso a sostenere gli studi.
Le vacanze di Pasqua e Natale le trascorreva tra i detenuti, tra i sofferenti, o con i “suoi” bambini; mentre nel mese di agosto, passava qualche settimana nella casa paterna, con il fratello e i famigliari, a Vaie. Era comunque un periodo che non tral


Autore:
Adriano Tonda

______________________________
Aggiunto/modificato il 2011-01-01

___________________________________________
Translate this page (italian > english) with Google


L'Album delle Immagini
è temporaneamente
disattivato




CD immagini

Sostienici e avrai TUTTE le immagini di Santiebeati
Clicca qui per richiederlo

Home . Onomastico . Emerologico . Patronati . Diz.Nomi . Ricerca . Ultimi . Più visitati