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> Home > Sezione Servi di Dio > Serva di Dio Carolina Mancinelli Scampone Condividi su Facebook Twitter

Serva di Dio Carolina Mancinelli Scampone Terziari carmelitana

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Ausonia, Frosinone, 18 novembre 1877 - Roma, 5 febbraio 1951


Potrebbero cercarli con il lanternino, ma sarebbe più facile trovare un ago in un pagliaio. Perché nella vita di Carolina Mancinelli Scampone non ci sono davvero gesta eclatanti, azioni portentose e comportamenti eroici. Sempre che, per eroismo, si intenda qualcosa al di fuori del normale e non, piuttosto, la capacità di vivere straordinariamente bene un’ordinaria e semplice vita di moglie e di mamma. Nasce nel 1877, figlia di un impresario edile, a Selvacava (frazione di Ausonia) e cresce in un clima di religiosità semplice e genuina: non si può dire che pensi alla vocazione religiosa, ma certamente non fa progetti di matrimonio. È suo padre a decidere per lei, facendole sposare a 20 anni un proprio operaio di cui ha grande stima e che gode della sua fiducia, nella speranza che, entrando a far parte della famiglia, condivida anche la responsabilità dell’azienda. Come gran parte dei matrimoni combinati, non è però una scelta felice, perché quel papà, forse, più che un genero sta cercando un socio: gran lavoratore, onesto e diligente, ha però un carattere difficile ed irascibile e vivergli insieme è uno straordinario esercizio di pazienza e di sopportazione. Anche perché Carolina non vuole che i genitori se ne accorgano, e così ingoia lacrime e distribuisce sorrisi, come nei giorni del suo primo parto, quando lui si rifiuta di entrare in camera, e per anni non prenderà in braccio la creatura, semplicemente perché è una femminuccia e non un maschio, come lui avrebbe desiderato. Potrebbe rifarsi con i quattro maschietti che nascono in seguito, ma purtroppo si ammala e muore dopo appena otto anni di matrimonio, lasciando quattro orfani e una moglie incinta. Carolina si rimbocca le maniche e tiene duro, aiutata dai genitori. Che però muoiono nell’arco di qualche anno e Carolina passa da uno stato di discreto benessere alla vera indigenza. Si fa allora manovale per la raccolta delle olive presso i vicini,  oppure va per i monti a raccoglier legna, per guadagnare quanto basta a comprar la farina per il giorno dopo. Una vita di stenti, con i bimbi piccoli da accudire, affidati alla figlia maggiore, ammalata di spagnola. È proprio in questa dolorosa ed umiliante situazione che affiorano le sue doti di donna forte, paziente e tenace, che non si ripiega sulle sue necessità ma si apre alle sofferenze degli altri. In paese cominciano ad ammirarla per la sua umiltà di donna, già un tempo agiata e che ora sa adattarsi alla povertà più nera, e per la sua generosità che la porta sull’uscio di chi ha bisogno prima ancora di venir chiamata. E pensare che a lei i guai non mancano, come pure i lutti: prima le muore un figlioletto, poi il primo maschio, che era entrato nei Carabinieri e che muore per un gioco tra amici durante una licenza; poi diventa cieca dall’occhio sinistro, per un’infiammazione che non ha potuto far curare per mancanza di mezzi; la primogenita va a farsi suora mentre un altro figlio parte per l’America, da dove non dà quasi più notizie di sé; il più piccolo, invece, dopo diverse traversie, entra nei Paolini di Alba, da dove però viene rimandato a casa per problemi di salute, morendo tra le sue braccia a 24 anni. Chi conosce Carolina e sa dell’impressionante catena di lutti e disgrazie che si sono abbattuti su di lei non si stupisce della sua resistenza: è chiaro a tutti che solo in Dio trova la sua forza, perché la sentono pregare di continuo e a volte anche cantare. È per questo che sopporta anche il rastrellamento dei tedeschi e l’internamento nel campo di concentramento alla Breda di Roma. Dopo la guerra, però, le sue condizioni peggiorano: tormentata dall’epilessia, da ascessi e crisi febbrili, viene ricoverata a Roma: dovunque passa tutti si accorgono di questa donna speciale, che soffre tanto, non si lamenta mai, aiuta tutti e prega di continuo. Bloccata a dicembre 1950 da una paralisi, aderisce al Terz’Ordine carmelitano e muore il 5 febbraio 1951 con una fama di santità che nel 1981 induce i Carmelitani ad iniziare il processo per la sua beatificazione.
L’inchiesta diocesana, avviata nel 1981, si è conclusa a luglio 1989.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto/modificato il 2011-01-28

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