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Don Oreste Paviotti Salesiano

Testimoni

30 gennaio 1911 - 11 ottobre 1991


Oreste Paviotti nasce il 30 gennaio 1911 a  Bicinicco, Udine. I suoi genitori, Luigi e Anna Maria Di Tommaso, l’hanno “tirato su” come si deve: timorato di Dio e caritatevole con il prossimo. Dopo le elementari al suo paese natio, nel 1928 fu accettato a Ivrea, presso il collegio dei salesiani, dove si preparavano i futuri missionari. In questo ambiente, proiettato verso terre e popoli lontani, Oreste frequentò le medie e parte delle superiori. Qui ebbe la fortuna di entrare in contatto e amicizia con splendide figure di religiosi che lo affascinarono e lo spronarono a fare la scelta della vita missionaria. A soli 17 anni, nel 1929, chiese infatti di partire per le missioni e i superiori furono lieti di accontentarlo, inviandolo nella lontana India. Fece il suo noviziato a Shillong e il 9 gennaio 1930 emise i voti religiosi e divenne salesiano. Il chierico Paviotti fece il suo tirocinio tra Shillong eGuwahati dal 1932 al 1934. Durante questo periodo approfondì gli studi della lingua assamese e in poco tempo riuscì a padroneggiarla a tal punto da pubblicarne più tardi un libro di grammatica. Cominciò gli studi di teologia a Shillong, e fu ordinato prete a Mawlai il 5 novembre 1938.

L’apostolato

Dal 1939  al 1941 stette al College “Sacro Cuore” di Mawlai come catechista e docente di teologia, materia che insegnò per 40 anni, formando centinaia di salesiani indiani. Ma era ferratissimo anche in missionologia e in indologia e poliglotta, oltre al sanscrito e all’assamese, infatti, aveva approfondito l’hindi e il khasi, tanto che gli studenti gli misero il soprannome di “Enciclopedia Ambulante”. “Tanto colto quanto buono, di una bontà che quasi ti umiliava”, dice uno dei suoi exallievi. La disponibilità pronta e sorridente lo faceva stimare da tutti. E la sua vivacità condita di umorismo attirava come una calamita. Spesso portava esempi di solidarietà “cristiana” presenti nelle tribù del nord: se uno faceva un buon raccolto, offriva un pranzo a tutti e la gente gli addobbava la casa. Era la filosofia della reciprocità: oggi ti aiuto io, domani mi aiuti tu. Raccontava: “Le case erano sempre aperte, la legna non custodita, eppure nessuno rubava”. Le cose mutarono con il progresso. Quando arrivò la strada, le jeep americane e un po’ di benestare, tutto cambiò. In peggio. “Bel progresso neh!!!”, commentava un po’ sconsolato. Nel 1942, fu internato in campo di concentramento, con molti altri missionari. Dopo la guerra, fu nominato superiore. Non gli piaceva l’incarico, ma accettò e portò avanti la fatica per otto anni, prima a Calcutta poi a Guwahati. Poi fu direttore della scuola superiore “S. Antonio” a Shillong e successivamente fu rettore al college “Kristu Jyoti” di Bangalore.

Una vita donata


La sua totale disponibilità e dedizione era esemplare. Lavorò come pochi, e come pochi ebbe straordinari risultati, ma mai si vantò dei successi. Nel 1976 tornò ancora a Shillong come direttore del teologato e, dopo il triennio, venne invitato a prendere le redini della scuola tecnica “Don Bosco” a Shillong. Un altro campo di lavoro, un’altra prospettiva didattica e apostolica e… un’altra serie di successi: divenne l’amico fedele e la guida sempre disponibile di numerosi ragazzi appartenenti a varie tribù del Nordest. Dotato com’era di una intelligenza viva e lucida, non poté sottrarsi del tutto alla docenza, così continuò i corsi di “Missionologia” in vari istituti di diverse congregazioni. Era di animo delicato, ma talmente schivo di onori, festeggiamenti, lodi, battimani, ecc. che fuggiva se anche solo aveva il sospetto che qualcuno volesse metterlo… in vetrina. “Di don Paviotti si può dire sempre e solo bene”, scrive un suo allievo. Magistrale nella didattica, era chiarissimo nelle spiegazioni e semplice anche nei ragionamenti complicati. Ma la vera sua forza fu la direzione spirituale: sacerdoti diocesani e religiosi, suore e mamme di famiglia, vecchi e giovani lo cercavano, poiché aveva la rara capacità di penetrare nell’animo umano e di dare consigli stillanti saggezza e giusti orientamenti; un buon samaritano dell’anima, insomma. A detta di tutti coloro che lo conobbero, la sua fu una vita irreprensibile, anzi, santa. Personalmente fu povero, distaccato dalle cose, semplice nel vestire, frugale nel vitto: poche e di poco valore le cose che possedeva. Era un uomo di profonda spiritualità, di continua e autentica preghiera, devotissimo a Maria Ausiliatrice. Aveva paura di essere di disturbo e sempre dimostrava gratitudine anche per il più piccolo favore. Perennemente gentile e pronto all’accoglienza, possedeva una straordinaria serenità d’animo.

La conclusione

Nel maggio 1991, don Oreste tornò in Italia per un periodo di riposo. Ma già dopo qualche giorno, fremeva nell’attesa del ritorno nella sua patria elettiva. Nei quattro mesi della sua permanenza al Bearzi di Udine, fu subito stimato ed amato. Conquistava quella sua bontà dolce e sorridente, capace di disarmare e sciogliere anche i caratteri più chiusi e diffidenti. Furono quattro mesi di testimonianza umile e silenziosa, ma quanto mai efficace ed eloquente; mesi in cui il nostro remissivo “don” si era lasciato curare la salute ormai precaria. Tutto era pronto per la partenza verso la sua India con le sue modeste valigie di cartone pressato. Gli amici lo sconsigliavano, un po’ per la salute un po’ per l’età ma un po’ anche per arricchirsi con la sua presenza. “Ormai è anziano, di salute fragile… resti con noi, don Oreste!”. “Oh no!”, prontamente rispondeva con il suo sorriso disarmante.  Per 63 anni l’India fu la sua patria, il luogo amato e benedetto dalla sua missione di evangelizzatore, del suo lavoro infaticabile di salesiano, quella terra dunque avrebbe dovuto accogliere anche le sue spoglie mortali. Così aveva deciso: missionario a vita!  Ma Dio aveva altri piani. Lo chiamò a sé l’11 ottobre alle ore 16.  Quella mattina si era sentito male, il pomeriggio, nella sua camera al Bearzi aveva accolto gli infermieri venuti a portarlo all’ospedale con un largo, dolce sorriso colmo di gratitudine. Dio era la sua forza.
I funerali si svolsero a Bicinicco, presieduti dall’ispettore salesiano, con grande partecipazione di gente, di molti sacerdoti, suore, confratelli salesiani dell’India, presenti in Italia. Come ultimo atto della sua vita don Oreste donò alla sua Biciniccio la propria casa (ora sede di incontri della comunità parrocchiale e del gruppo degli alpini). Grandi furono la sua generosità e bontà d’animo ovunque egli sia stato presente.


Autore:
Giorgia Frisina


Fonte:
www.sdb.org

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Aggiunto/modificato il 2011-05-12

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