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Origene

Testimoni

185 - 253

Nella Alessandria d’Egitto del II-III secolo d.C., un centro davvero unico nell’impero romano dove convivevano ricchezza e cultura, una biblioteca giustamente famosa e le più diffuse correnti gnostiche e filosofiche dell’epoca, dove la presenza giudaica consegnò pochi secoli prima la LXX, solo una Chiesa Cristiana con caratteristiche e uomini particolari poteva testimoniare la fede in Gesù Cristo senza esserne travolti. Il vescovo Demetrio e la Scuola di Alessandria d’Egitto con Panteno, Clemente di Alessandria e Origene seppero assolvere questo compito.



Nel IV secolo, Eusebio di Cesarea, nella sua Storia ecclesiastica, dedica uno spazio abnorme ad Origene, nato intorno al 185 e morto nel 253: quasi un secolo dopo la morte dell’Adamantino (=uomo di ferro), la sua fama non era ancora venuta meno.
Del resto fin dai primi anni del III secolo il vescovo Demetrio ne riconobbe le indiscusse qualità, assegnandogli la responsabilità della didaskaleion. La morte del padre Leonida (martire) e la scelta di automutilarsi per porre fine ad insinuazioni (Eusebio di Cesarea, St. eccl. VI, 8, 1-4) non gli impedirono di condurre la Scuola strutturandola in modo che potremmo definire “moderno”. Le discipline propedeutiche (dialettica, fisica, matematica, geometria, astronomia) impartite nei primi anni erano seguite dalle discipline sacre (filosofia, teologia e Sacra Scrittura) tenute direttamente dall’Alessandrino, la cui notorietà superò ben presto i confini della città del nord mediterraneo.

Origene visitò e fu chiamato continuamente da moltissime Chiese. Nel 212 incontrò papa Zefirino e Ippolito a Roma; raggiunse i confini orientali dell’impero romano e più volte fu invitato dai vescovi di Antiochia, Aelia Capitolina e Cesarea. In una di queste occasioni, nel 231, fu ordinato presbitero, perché potesse predicare durante la celebrazione eucaristica, senza alcuna autorizzazione da parte del suo vescovo Demetrio.
Pur in assenza di disposizioni che obbligavano l’ordinazione presbiterale da parte del vescovo diocesano, Origene condusse gli ultimi venti anni della sua vita lontano da Alessandria d’Egitto, anche perché l’amico e responsabile dei corsi di propedeutica, Eracla, divenuto vescovo alla morte di Demetrio, confermò le decisioni del suo predecessore.

Origene fu scrittore prolifico, brillante, capace delle imprese più innovative e prima impensabili. Nella didaskaleion alessandrina e nel ventennio trascorso in Cesarea di Palestina scrisse opere che ancora oggi sono lette, studiate e che trovano spazio ovunque..
Amante della Parola di Dio, dando veste cristiana al metodo rabbinico che Filone diffuse nella città egiziana, sostenne nelle omelie e negli scritti la necessità di indagare il testo ricorrendo ad una triplice esegesi: letterale, morale e spirituale. L’interpretazione allegorica, cui ricorreva, partiva dall’analisi testuale (Hexapla rimane un’opera ancora oggi fondamentale) per giungere alla lettura spirituale della Parola, l’unica capace di irrobustire la fede cristiana.

Grande interprete della Parola, lasciò moltissimi scritti e commentari sui libri della Bibbia che, contro le dottrine gnostiche, difendeva nella sua interezza: Antico e Nuovo non vanno disgiunti né il secondo sostituisce il primo.

Ma Origene seppe portare un contributo importante anche in altri campi. L’Adamantino fu, effettivamente, il primo vero teologo della Chiesa. Egli si occupò, infatti, di strutturare il pensiero cristiano raccogliendolo e riportandolo in un testo dove collocava i frutti maturati dalla teologia espressa nei primi secoli di vita della Chiesa e precisava i campi ancora da arare, compito che riservava a sé stesso e ai pensatori del III secolo.

Perî archôn è il testo che consegna il profilo di un Origene teologo più che presbitero, di una mente che indaga il mistero divino più che il ministro che dal pulpito difende l’ortodossia. Il suo è un esercizio e quindi lontano dall’affermazione d fede: le conclusioni cui giunge (se e quando le fornisce) non conoscono il timbro della certezza, piuttosto sono caratterizzate dalla provvisorietà perché oggetto di un cantiere ancora aperto.

Egli afferma con forza una visione antropologica che ruota sulla capacità umana di esercitare il libero arbitrio. Contro la predestinazione (sostenuta dallo gnosticismo), il fatalismo (spesso invocato dalle correnti filosofiche), il manicheismo religioso (che affermava il male come principio ontologico causa del peccato dell’uomo e ragione unica della sua dannazione) Origene, servendosi della Parola di Dio, difendeva il principio secondo il quale la libertà di scelta della creatura costituisce uno dei doni più preziosi del Creatore, una prerogativa che, ipotizza, verrebbe mai meno.
In questo esercizio, l’ottimismo di fondo che pervade la tesi del teologo non si ferma all’uomo. La prospettiva antropologica si dilata ed investe il creato e tutte le creature: il libero arbitrio è una dote che Dio ha concesso senza limiti, anche a quanti, in un determinato momento, se ne servono per rifiutare la chiamata alla santità, vero traguardo finale. Non è possibile per l’Alessandrino escludere nessuno a priori dalla salvezza; tanto meno sulla base di una condotta, che pur peccaminosa, risulta momentanea e passibile di cambiamento.

La dottrina della apokatastasis non afferma che tutti, angeli, angeli ribelli e uomini, si salveranno comunque e necessariamente. Non è una professione di fede, nessun dogma. Sostiene (ma non sempre) la speranza che l’inferno, che esiste, non sia abitato perché chiunque (in quanto creature di Dio e quindi creati con il marchio della bontà) per lo stesso libero arbitrio possano scegliere il bene anziché il male.

L’ipotesi di più mondi successivi (dove la creatura può esercitare il libero arbitrio prima ancora di trovarsi nel kosmos) permette, poi, all’Alessandrino di spingere ulteriormente la sua indagine teologica superando i confini della fede: quest’ultima è una ricerca sempre più sganciata dalla Parola di Dio e troppo ancorata alle dottrine filosofiche.

La terribile persecuzione di Decio (249-251) colpì anche Origene che morì nel 253 a seguito delle prove subite, lasciando alla Chiesa un patrimonio di sapere mai prima posseduto.
Per i contemporanei e per almeno tre secoli dopo la morte di Origene, il grande scrittore alessandrino insieme al corpo delle sue indagini con il dibattito che ne seguì, l’origenismo, costituiranno una figura ed un insieme di proposte teologiche sempre più scomode.
Il quinto Concilio Ecumenico, il secondo tenutosi a Costantinopoli, del 553, voluto dall’imperatore Giustiniano I (quindi, celebratosi trecento anni dopo la sua morte!) segnerà la fine della discussione intorno alle sue conclusioni da teologo, dimenticando la sua produzione da presbitero. Entrambe, tuttavia, a partire dal XIX secolo torneranno all’attenzione della Chiesa e giunte a noi, oggi, corredate anche dagli strumenti adeguati per distinguere le prime dalla seconda.
Questa, invece, è ben presente e conservata sia oggi in ambito liturgico (la Liturgia delle Ore propone brani tratti dall’Omelia su Genesi, Omelia su Levitico, Omelia su Giosuè, Esortazione al Martirio), in ambito catechistico (il Catechismo della Chiesa Cattolica cita una decina di volte Origene, in particolare La preghiera e Contro Celso), in ambito dogmatico (il Concilio Vaticano II cita l’Alessandrino nella Costituzione Dogmatica Lumen gentium ed anche in Ad gentes). Non solo, le Udienze dei Sommi Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI più volte hanno proposto il ricordo e la lettura di questo grande scrittore ecclesiastico del III secolo.


Autore:
Massimo Salani

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Aggiunto/modificato il 2011-06-09

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