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Padre Francesco Bersini Sacerdote gesuita

Testimoni

Brescia, 12 dicembre 1915 - Gallarate, Varese, 12 marzo 2003


Lui non ha mai cessato di puntare il dito, ma in senso contrario a quello contestato dal profeta Isaia (58,9). Il suo puntare il dito non era un atto di accusa, ma il suo modo di stabilire il contatto con chi gli stava davanti, come a dirgli: "Ascoltami, fidati di quanto ti dico. Tu fa’ così!". Un modo di mettere l’interlocutore con le spalle al muro della sua logica implacabile, senza via di scampo né di qua né di là.

"Il Rosario a mezzanotte"

Uno dei suoi più illustri allievi ricorda di averlo conosciuto da giovane nel Seminario dei giovani Gesuiti a Roncovero nel momento di grande entusiasmo dei gesuiti che uscivano dalle aule filosofiche dell’Aloisianum di Gallarate, sotto la guida del P. Dezza. P. Franceso Bersini – questi è l’uomo che cerchiamo di tratteggiare – era arrivato a Roncovero armato di sillogismi e di Fede luminosa e ardente, convinto di convertire tutti stringendoli al bavero dell’evidenza.
Ma il suo ministero piano piano lo convinse che la facoltà di ragionare degli uomini è inceppata spesso da una coltre di sentimentalismi irrazionali, e nel suo "puntare il dito" per fare chiarezza, presto dovette tenere conto della fragilità dei giovani e degli adulti. Ma questo gli fece crescere la fede in Gesù, il suo abbandono a Lui, la certezza che nonostante tutto, Lui conduce le anime alla verità.
A Roncovero gli fu affidata la cura dei "seminaristi apostolici", nell’epoca d’oro della scuola apostolica, con gli indimenticabili Padri Marcolini, Salvestrini e Guaita. P. Bersini con la sua dialettica persuasiva amava molto colloquiare con i suoi giovani più intelligenti, fino a stabilire con loro uno stile "peripatetico" sulla scia dei filosofi dell’agorà di Atene.
Terminata la scuola o il pranzo, li bloccava a ragionare, con San Tommaso alla mano. Anche chi era molto intelligente e dedito con passione agli studi come l’allievo già citato, spesso preferiva svignarsela per giocare a pallone. Ma P. Bersini restava l’immagine della Verità, indagata, professata, annunciata, sempre "raptus amore indagandae Veritatis".
Un giorno, con costui (oggi più che novantenne, per tutta la vita magister Veritatis, come il Bersini), puntò il dito a tu per tu, gli lesse un lungo brano di S. Tommaso. L’altro fiutò la trappola, ma non c’erano vie d’uscita. Alla fine gli chiese: "Hai capito?". Non trovando nelle tasche la risposta. Gli disse: "Ho capito tutto!". Era una bugia per mettersi in salvo, ma occorreva pure riconoscere che il Padre aveva cura della mente e del cuore dei suoi allievi, certo che chi non professa e non conosce abbastanza a fondo la Verità, è destinato al fallimento.
Ma sì, era filosofo e teologo e moralista e giurista, ma soprattutto era figlio di S. Ignazio di Loyola, quindi un grande uomo di fede, capace di farsi piccolo come i bambini, ai quali di preferenza Gesù rivela i misteri del Regno. Così, senza dimenticare i sillogismi, nessuno si stupiva dal sentirlo dire, sempre puntando il dito: "Se a mezzanotte, stanco dalla fatica, ti ricordi di non aver detto il Rosario alla Madonna, tu non coricarti senza averlo detto".
Questi era il P. Bersini, gesuita tutto d’un pezzo, diritto come un fuso, o se più vi piace, come un razzo, senza ripiegamenti né fumo inutile.

Capitano di lungo corso

Era nato a Brescia il 12 dicembre 1915, quando già l’Italia bruciava per la guerra e lui non era molto lontano dalle operazioni di guerra. Giovanissimo, nel 1933, entrò nella Compagnia di Gesù per frequentare il Liceo all’Istituto Arici di Brescia. Nel 1934, iniziò il noviziato a Lonigo. Nel 1937, all’Aloisianum di Gallarate iniziò e completò gli studi filosofici, Lì apparve evidente il suo amore e la sua passione d’amore per Gesù e la sua vocazione agli studi, all’insegnamento, alla guida delle anime.
Nel 1943, come dicevamo, poc’anzi, fu inviato a Roncovero come educatore dei seminaristi apostolici. Quindi fece teologia a Chieri (Torino) e la terza probazione a Triuggio. Nel 1948, a 33 anni, P. Francesco fu ordinato sacerdote e mandato a fare da guida spirituale agli alunni dell’Istituto Leone XIII di Milano. Nel 1952, fu inviato all’Arici di Brescia, sempre come guida spirituale tutto incentrato in Gesù, sulle orme di S. Ignazio, in un momento in cui la Compagnia, ancora lontana dalle ambiguità del modernismo (la "nouvelle theologie!") era fiorente di vita e di speranze.
Ormai noto e stimato in tutta la Compagnia, nel 1955 giunse all’Aloisianum come "padre ministro" di una grande comunità di cento studenti di filosofia sotto la guida di un corpo docente qualificato. Anni d’oro dell’Aloisianum! E lui, davvero diventato "capitano di lungo corso" nella Compagnia, di Gesù per 70 anni, sino alla morte.
A Piacenza, superiore della comunità (1956-1962), si sentì chiamato a occuparsi dei giovani studenti e per loro diresse la Casa dello studente per quelli che confluivano in città per frequentare le scuole. Poi per cinque anni, (1962-67), di nuovo all’Aloisianum, come parroco della chiesa del Sacro Cuore di Gesù. Un’attività da stupire, ma anche una preghiera, una vita interiore da incantare, della quale lascerà traccia nei suoi libri.
Nel 1967, inviato nella casa di esercizi di Reggio Emilia, iniziò l’attività di consulente e poi di avvocato al Tribunale ecclesiastico per le cause matrimoniali. Brillò per la sua mentalità giuridica, di pensatore tomista, lucido e essenziale. Nel 1975, passò, in questa veste, al Tribunale ecclesiastico di Padova, dove fece anche il docente di religione e lo scrittore all’Antonianum. Davvero uomo, sacerdote, maestro, guida dal multiforme ingegno. Vi rimase per 27 anni, fino al 2002.

"La sapienza del Vangelo"

In quell’anno, 87 di età, tornò all’Aloisianum con una tosse terribile; ricoverato in infermeria per l’apostolato più fecondo della vita, quello del soffrire e dell’offrire il soffrire con Gesù sulla croce, i confratelli che con lui condivisero quel tempo, lo ricordano mite, umile, paziente, sempre sereno, cosa forse rara per un bresciano puro sangue, figlio della "Leonessa d’Italia".
In quei mesi si preparò a morire santamente. Celebrò la Messa finché ne ebbe forza, appassionato e affamato e assetato di Gesù. Lo si sentiva pregare così: "Mio Signore Gesù, per quell’amarezza di morte che per me hai sostenuto, soprattutto in quell’ora in cui la tua nobilissima anima uscì dal tuo corpo benedetto, ti supplico: abbi pietà della mia anima e conducimi alla vita eterna".
Per alcuni mesi così, con questo stile nella suprema offerta di sé. Due giorni prima di morire, al P. Lorenzo Giordano che gli aveva chiesto se avesse qualche desiderio o bisogno di qualcosa, rispose: "Ho bisogno solo di tanto amore di Dio!". Insomma, come S. Ignazio: "Amorem Tui solum". Andò a vedere Dio il 12 marzo 2003, ma aveva pure lasciato il suo pensiero e il suo stile di vita nel bellissimo libro "La sapienza del Vangelo" (Ancora, Milano, 1997), un vero inno a Gesù, un cammino per trovare Lui e vivere di Lui, definito "l’Imitazione di Cristo del XX secolo".
Nella presentazione sta scritto:
"Tieni caro questo libro, è stato scritto in ginocchio. Sia per te come un consigliere, un amico, un annunciatore di speranza. Leggilo, meditalo, diventi tua norma di vita. Tra le tenebre del mondo, le sue pagine faranno brillare davanti al tuo spirito la luce della fede, ti indicheranno il sentiero della vita e ti insegneranno la via della Sapienza".
La Sapienza che è Gesù Crocifisso, come scrive P. Francesco Bersini, citando S. Tommaso d’Aquino: "Che gran libro è il Crocifisso. È maestro di tutte le virtù. Il Crocifisso è il libro più sapiente che tu possa leggere. Se tu conoscessi tutti gli altri libri, ma non Gesù Crocifisso, rimarresti nell’ignoranza". Noi vogliamo sapere molte realtà, ma ciò che davvero importa e non viene mai meno è conoscere Gesù e Gesù Crocifisso.

Autore: Paolo Risso

 


 

C'è una frase nella Scrittura che mi inquadra nella memoria il Padre Bersini: Quando cesserai di puntare il dito... (Is 58,9).
Lui non ha mai cessato, ma in senso contrario a quello contestato da Isaia. Il suo puntare il dito non era un atto di accusa. Era un suo modo di stabilire un contatto con l'interlocutore, come per dire Ascoltami, fidati di quanto ti dico. Tu fa' così! Un modo di mettere l'interlocutore con le spalle al muro della sua logica implacabile, senza via di scampo né a destra né a sinistra.
Lo conobbi da giovane apostolico nel nostro seminario di Roncovero, in quel momento di grande entusiasmo dei gesuiti che uscivano dalle armerie filosofiche dell'Aloisianum, sorto da poco sull'altura di Gallarate. Frequentando io stesso l'Aloisianum per la mia decisione vocazionale, sotto la guida del rettore P. Dezza e del F. Arminio, fui preso dall'ondata di entusiasmo dei filosofi che uscivano a passeggio neri e raggianti con il capo ombreggiato dall'immancabile saturno. Padre Bersini arrivò a Roncovero armato di sillogismi e di entimemi, convinto di convertire noi e tanti altri poveri peccatori stringendoli al bavero dell'evidenza. La pratica sacerdotale e di consulente matrimoniale dovette convincerlo a poco a poco che la facoltà di ragionare degli uomini è inceppata da una spessa coltre di sentimentalismi irrazionali, e nel suo puntare il dito dovette tener conto dell'ottavo sacramento, il più frequentato, dato dal Creatore per attenuare molte responsabilità morali.
A Roncovero gli fu affidata la guida dei nostri seminaristi apostolici. Era l'epoca d'oro della scuola apostolica di Roncovero, con gli indimenticabili padri Marcolini, Salvestrin e l'amletico P. Guaita, che alle nostre malefatte minacciava: Vi farò patire caldo e freddo insieme!. E noi, giù la testa dietro i libri dello scrittoio a ridere, ridere!...
P. Bersini con la sua dialettica persuasiva amava molto dialogare con i suoi giovani più intelligenti, tanto da stabilire con loro uno stile peripatetico sullo stampo dei sofisti dell'agorà di Atene. Terminata la scuola o il pranzo, li bloccava a ragionare, San Tommaso alla mano. Io, che non sono mai stato intelligente, preferivo svignarmela per giocare al pallone.
Un giorno mi incastrò in cantina tra le sue forche caudine, e puntandomi il dito a tu per tu, mi lesse un lungo brano latino di San Tommaso. Fiutai la trappola, ma non c'erano vie d'uscita. Alla fine mi chiese: Hai capito?. Io non avevo ancora conosciuto P. Busa e non avevo ancora letto l'intero suo Index Thomisticus: non trovando nelle tasche una risposta, gli dissi: Ho capito tutto!. Una bugia più grossa di me che spero cancellata dal fuoco del purgatorio.
La sua memoria però, in me fu redenta ancora dal suo dito puntato, con un monito che mi fu utile in molte occasioni. Se a mezzanotte, stanco della fatica, ti ricordi di non aver detto il Rosario, tu non coricarti prima di averlo terminato.
Ecco il P. Bersini tutto d'un pezzo, dritto come un razzo, senza ripiegamenti e senza sbavature.
Capitano di lungo corso nella Compagnia di Gesù - ci ha trascorso settant'anni! - ha assolto varie responsabilità. Già ex alunno dell'Istituto Arici di Brescia, entrò nel noviziato a Lonigo nel 1934, e vi fece anche studi di liceo. Nel 1937 venne a Gallarate per il triennio di studi filosofici. Nel 1943 fu inviato a Roncovero come educatore dei seminaristi apostolici. Poi fece teologia a Chieri e la terza probazione a Triuggio.
Nel 1948 iniziò il suo ministero sacerdotale come guida spirituale degli alunni dell'Istituto Leone XIII di Milano. Quattro anni dopo, nel 1952 fu inviato all'Arici di Brescia, sempre come guida spirituale.
Nel 1955 venne all'Aloisianum come padre ministro di una grossa comunità con un centinaio di nostri studenti di filosofia e un corpo docente qualificato. Erano ancora gli anni d'oro dell'Aloisianum.
Dopo la pausa di superiore nella comunità di Piacenza (1956 - 62), dove istituì e diresse la Casa dello Studente per i giovani che confluivano in città per l'insegnamento scolastico, tornò per la terza volta all'Aloisianum come parroco della chiesa del Sacro Cuore (1962-67).
Nel 1967, inviato nella casa di esercizi di Reggio Emilia, iniziò l'attività di consulente e poi avvocato al Tribunale Ecclesiastico per le cause matrimoniali. Fu probabilmente l'attività più congeniale alla sua mentalità giuridica, di pensatore "tomista", lucido ed essenziale, di cui ha lasciato il trattato Il nuovo diritto canonico matrimoniale, Commento giuridico, teologico, pastorale (Ed. Elle Di Ci), tradotto in tre lingue e varie edizioni.
Otto anni dopo, nel 1975, passò come avvocato per le cause matrimoniali al Tribunale Ecclesiastico di Padova, insegnante di religione e scrittore all'Antonianum. Vi rimase per 27 anni, finché l'aggravarsi della salute lo fece trasferire nell'infermeria dell'Aloisianum (2003). Aveva ormai 88 anni.
Vi ritornava per la quarta volta con una tosse che squarciava le pareti. I confratelli che con lui vennero a Gallarate per l'apostolato più impegnativo della vita - F. Bonomo, P. Covi, F. Motta - sono d'accordo nel testimoniare la sua squisitezza di amico.
Sono d'accordo con il fratel Bonomo quando afferma di non averlo mai sentito dir male di alcuno: andava diritto al bene, magari senza sfumature, e per il male applicava il detto di Dante: non ti curar di loro, ma guarda e passa. E sono d'accordo nel non averlo mai visto arrabbiarsi: un vero fenomeno per un bresciano puro sangue, figlio della Leonessa d'Italia.
Anche qui all'Aloisianum, dove per cinque anni è stato parroco della chiesa del Sacro Cuore, sento che lo ricordano come vero signore.
Parlando della misericordia, un confratello gli disse: "Io non temo la morte, perché mi sono messo nel Cuore di Gesù". E padre Bersini di rimando: "In Te Domine speravi: non confundar in aeternum". Ma aggiunse di non fasciarsi la testa prima che sia rotta.
Il fratel Bonomo racconta che un giorno gli capitò di andare da una donna che aveva appena perso il marito: le fece le condoglianze, e vedendola sconsolata le offrì il suo toccasana, la Sapienza del Vangelo. "Io non ci credo" le disse la vedova. E padre Bersini, senza scomporsi per quella scortesia: "Dica allora al Signore: 'Se ci sei, ricordati di me'".
Il fratel Bonomo gli chiese di insegnarli una preghiera. "Tanto volentieri - annuì il Padre -, e gli insegnò: "Signore Gesù Cristo, per quell'amarezza di morte che per me hai sostenuto, soprattutto in quell'ora nella quale la tua mobilissima anima uscì dal tuo corpo benedetto, ti supplico: abbi pietà della mia anima e conducimi alla vita eterna".
Celebrò la messa finché ebbe forza, poi l'influenza lo stroncò. Due giorni prima che morisse, il P. Superiore, Lorenzo Giordano, gli chiese confidenzialmente se avesse qualche desiderio da manifestare, se avesse bisogno di qualche cosa: "Ho bisogno solo di tanto amore di Dio!", rispose. Come Sant'Ignazio: "Amorem Tui solum!".
Non mi sarà facile imitare la sua tenacia nel lavoro, la sua signorilità, la sua convinzione spirituale. Ma lo ripenso al mio arrivo in Paradiso (se non mi illudo) ancora nell'atto di puntarmi il dito: Come, sei qui anche tu?


Autore:
Padre Vittorio De Bernardi


Fonte:
www.gesuiti.it

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Aggiunto/modificato il 2016-12-03

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