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Beato Nicola Rusca Sacerdote e martire

4 settembre

Bedano, Svizzera, 20 aprile 1563 - Thusis, Svizzera, 4 settembre 1618

Nicolò Rusca, nato a Bedano (Canton Ticino) nel 1563, venne eletto arciprete di Sondrio nel 1590, in tempi assai travagliati, sia per il contrasto tra cattolici e riformati - a seguito della diffusione delle riforme zwingliane e calviniste tra i Grigioni ai quali erano soggette Valtellina, Chiavenna e Bormio -, sia per la forte decadenza delle stesse istituzioni ecclesiastiche tradizionali.  Rusca, formatosi al Collegio Elvetico di Milano, sotto l'ala del grande Carlo Borromeo, fu prete di profonda cultura e di generosa dedizione pastorale: guidò con grande equilibrio e moderazione la comunità cattolica di Sondrio e della Valtellina intera. Ciò non gli impedì, tuttavia, di cadere vittima innocente dei contrasti crescenti, soprattutto all'interno delle Tre Leghe, tra le varie fazioni politico-religiose. Arrestato nell'estate del 1618 e condotto prigioniero a Thusis, venne processato da un tribunale fazioso, espressione di un particolare gruppo politico-religioso di carattere radicale. Avendo respinto tutte le infondate accuse a suo carico, fu sottoposto a tortura e ne morì il 4 settembre dello stesso anno.

 



Nasce nel villaggio ticinese di Bedano, all'epoca sotto dominio milanese, da Giovanni Antonio Rusca e da Daria Quadrio, entrambi appartenenti a nobili famiglie dell’area lariana e ticinese.
Studia a Pavia poi a Roma per poi trasferirsi al Collegio Elvetico di Milano sotto l’ala di Carlo Borromeo.
Si racconta che il Borromeo, positivamente colpito dal giovane seminarista, gli abbia detto: «Figliuol mio, combatti buona guerra, compi tua carriera. Per te è riposta una corona di giustizia, che ti renderà in quel giorno il giudice giusto».
Ordinato sacerdote il 23 Maggio 1587 il vescovo di Como Gianantonio Volpi lo colloca dapprima nel borgo di Sessa per poi eleggerlo arciprete a Sondrio.
Siamo nel 1590, in tempi assai travagliati, sia per il contrasto tra cattolici e riformati - a seguito della diffusione delle riforme zwingliane e calviniste tra i Grigioni ai quali erano soggette Valtellina, Chiavenna e Bormio -, sia per la forte decadenza delle stesse istituzioni ecclesiastiche tradizionali.
Rusca, fu prete di profonda cultura e di generosa dedizione pastorale: guidò con grande equilibrio e moderazione la comunità cattolica di Sondrio, influendo sulla Valtellina intera.
Ciò non gli impedì, tuttavia, di cadere vittima innocente dei contrasti crescenti, soprattutto all'interno della Repubblica delle Tre Leghe, tra le varie fazioni politico-religiose.
Nicolò Rusca venne arrestato nel 1618 e incarcerato a Thusis, dove finivano regolarmente tutti i cattolici accusati di qualche reato politico.
Venne processato da un tribunale fazioso, espressione di un particolare gruppo politico-religioso .
Il processo comprendeva, a quei tempi, anche una ragguardevole dose di torture, e Rusca ne subì tante da non sopravvivere al trattamento.
Di lui si rammenta una celebre frase: “Odiate l’errore, non l’errante” e il soprannome con il quale adesso è ricordato “pastor bonus”, cioè il “buon pastore” che morì per la salvezza del proprio gregge.
Essendo morto sotto le torture del boia quando nella sua terra la religione cattolica era minoritaria, è naturale che venga ora considerato degno di beatificazione: ed infatti la prima proposta in tal senso data addirittura 8 Novembre 1927.
Il percorso canonico ha subito però lunghe soste, per poi riprendere con più vigore nel 1996, quando in Sondrio si è concluso un nuovo processo diocesano in proposito.
Quando Nicolò Rusca era in vita, la regione politica nella quale viveva era la Rezia: un bel nome latino, che si rammenta insieme ad altri toponimi dell’Impero Romano e,
soprattutto, che si ritrova nella dizione “Alpi Retiche”3: e infatti la Rezia è tutt’ora
riconoscibile nella fusione della svizzera Engadina e dell’italiana Valtellina, due valli
alpine insolitamente orientate da est a ovest, “orizzontali”, in una orografia che è invece abituata a vedere le valli correre in direzione nord-sud4.
Le unisce la stretta Val Poschiavo e il passo del Muretto in Valmalenco; all’inizio del Seicento erano quasi un laboratorio politico, poiché rappresentavano una sola unità politica abitata da due diverse confessioni: maggioranza evangelica in Engadina e maggioranza cattolica nella Valtellina.
Maggioranze, però: non totalità; in entrambe le valli v’erano minoranze della confessione non predominante, e l’Europa tutta – allora assai sensibile al terremoto geopolitico della Riforma - osservava con curiosità quella convivenza di fedi diverse. La già citata morte per torture dell’arciprete di Sondrio preannuncia che tale convivenza non fu certo serena e tranquilla.
Anzi, a voler dare ascolto a tutte le parti, si scopre che ancora oggi Nicolò Rusca, quasi santo per i fedeli cattolici, è visto sotto una luce ben diversa dagli occhi protestanti:
La morte per tortura nel carcere di Thusis sembra essere l’unico punto sul quale
concordano sia la versione cattolica che quella protestante.
Tolto questo, i ritratti che abbiamo di Nicolò Rusca non potrebbero essere più diversi: santo e martire per una parte, fanatico fomentatore di omicidi per l’altra.
Purtroppo però ci sono altri punti nei quali le cronache coincidono, ed è nel raccontare cosa accadde nei mesi successivi alla morte del Rusca.
Nel processo di Thusis per il tentato omicidio di pastori protestanti vennero condannati, oltre a Rusca, anche i fratelli Planta e Giacomo Robustelli.
Quest’ultimo riuscì, due anni più tardi, a ritornare in Valtellina e ad organizzare quello che, con termini crudeli ma assai appropriati, fu chiamato poi il “Sacro Macello della Valtellina”
I resti di Rusca rimasero a Pfäfers dal 1619 al 1838.
Nell’estate del 1619, nel corso di una notte le ossa del parroco sondriese vengono dissotterrate e segretamente trasportate all’abbazia di Pfäfers, a nord di Coira, dove giacciono fino al 1838 quando l'abbazia viene soppressa.
I resti del Rusca finiscono quindi nella biblioteca cittadina dove rimangono fino al 1845, quando il vescovo di Como, Carlo Romanò, ottiene l'autorizzazione a trasferirli in Valtellina, presso il Santuario della Sassella, alle porte di Sondrio.
Grazie al nulla hosta nel frattempo giunto dalla Santa Sede, nel 1852 le reliquie vengono infine trasportate da Antonio Maffei, arciprete di Sondrio, presso la Collegiata dei Santi Gervasio e Protasio in Sondrio dove ancora oggi sono oggetto del culto popolare.
Il rito di beatificazione si è celebrato a Sondrio il 21 aprile 2013.

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Aggiunto/modificato il 2011-12-20

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