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Servo di Dio Jérôme Lejeune Laico

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Montrouge, Francia, 26 giugno 1926 – Parigi, Francia, 3 aprile 1994


Jérôme Lejeune per alcuni è stato prima di tutto il medico che ha salvato la loro vita, la vita delle loro famiglie, la loro dignità umana. Per la comunità scientifica internazionale è stato un ricercatore fantastico, ricompensato con le più alte benemerenze. Per altri è stato il nemico da neutralizzare, perché la sua parola ha sconvolto quel conformismo sociale e scientifico, che mette in pericolo la vita dei suoi pazienti.
Per tutti è stato il grande studioso cristiano, che ha testimoniato con la sua vita e con le sue opere come la Fede e la Scienza non siano contrapposte, bensì complementari. Chi l’ha avvicinato, ha notato il tono della sua voce inimitabile, dolce e tranquillo, ed il suo sguardo limpido, capace di dar coraggio e di guardare lontano. Quest’uomo aveva una marcia in più rispetto alla sua generazione.

Un “medico di campagna”, pioniere della citogenetica
Nato nel 1926 alle porte di Parigi, ha sperimentato, dopo la spensieratezza dell’infanzia, la lunga serie di privazioni e paure provocate dalla seconda guerra mondiale. Rifugiatosi a Etampes (a 50 chilometri dalla Capitale) nella casa di famiglia, con i genitori ed i suoi due fratelli, Philippe e Rémy, ha colto in quegli anni l’occasione per uno studio appassionato.
Grazie alla cultura raffinata del padre, ha scoperto i grandi classici greci e latini, la letteratura e la filosofia, per dedicarsi con entusiasmo al teatro. Dalla lettura di Balzac e dall’esempio di suo nonno veterinario è sbocciato in lui il desiderio d’essere medico di campagna.
Finiti gli studi di medicina, ha compiuto il servizio militare in Germania col cuore rivolto verso la Danimarca, patria di una bella ragazza, incontrata alla biblioteca universitaria. Si chiamava Birthe. Si sono sposati nel 1954 e sono andati ad abitare a due passi da Notre-Dame, a Parigi, in un piccolo appartamento, minacciato d’esser abbattuto, perché insalubre. Sarà dunque qui, al numero 31 di via Galande, ch’egli abiterà per tutta la vita con sua moglie ed i loro 5 bambini.
Al suo ritorno dal servizio militare, si è visto proporre un posto come giovane ricercatore dal prof. Turpin, gran patron della pediatria francese presso l’ospedale Trosseau di Parigi. Una proposta inaspettata per questo giovane medico, ma il prof. Turpin aveva notato le sue capacità ed aveva deciso di affidargli la casistica dei “mongoloidi” – come venivano definiti allora –, cui ben presto si affezionò.
Dopo il 1953, il prof. Turpin e lui posero in evidenza le relazioni dei dermatoglifi (linee della mano) con le caratteristiche dei pazienti affetti dalla sindrome di Down; poi, a seguito di numerose altre osservazioni, scoprirono, con l’aiuto del dottor Gautier che importava dagli Stati Uniti una nuova tecnica di coltura tissutale, il cromosoma supplementare.
Dopo questa prima scoperta e poi con la propria équipe all’Ospedale infantile “Necker”, ha identificato altre patologie cromosomiche ed acquisito un ruolo sempre più importante nella citogenetica mondiale. Ha rapidamente scalato tutti i gradini verso il successo: da assegnista presso il Consiglio Nazionale della Ricerca Scientifica nel ’56 a professore di genetica fondamentale nel 1964, esperto di radiazioni atomiche all’Onu e di genetica umana presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel ’62, eletto membro del Comitato consultivo della ricerca scientifica nel 1965, dell’Istituto Pasteur nel 1967, dell’Inserm nel 1969.
Membro di numerose accademie in tutto il mondo – come l’Accademia dei Lincei –, i suoi titoli internazionali ed i suoi riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio Kennedy nel 1962, riempirono i giornali ed evidenziarono l’ampiezza dei suoi lavori e la riconoscenza nutrita nei suoi confronti dalla comunità mondiale.
La sua originalità consisteva nel saper passare dall’ambito clinico a quello della ricerca. Per lui, questo, è stato un equilibrio da trovare permanentemente: da una parte la cura dei suoi 9 mila pazienti, giuntigli dal mondo intero, e dall’altra l’urgenza di trovare un trattamento per guarirli. Il suo modo eccezionale di trattare i malati lo ha reso ben presto «una leggenda».

L’apostolo della Vita
Quando vedeva i suoi pazienti minacciati dalla diagnostica prenatale e dall’aborto, presumendo come pochi potessero scampare a questa strage degli innocenti, prendeva pubblicamente la parola per difenderli. Quando ricevette a San Francisco nel 1969 il prestigioso premio di genetica, l’Allen Memorial Award, osò addirittura denunciare una medicina snaturata che conduce alla morte, ciò ch’egli descriverà talvolta, col suo senso innato della formula, come una «medicina alla Molière, che invece di sopprimere la malattia, sopprime il malato».
Instancabilmente egli fa appello alla retta ragione dei medici, affinché rispettino il giuramento di Ippocrate, che dal IV sec. a.C. impedisce loro di uccidere. Tanta fermezza gli varrà delle inimicizie e dei problemi, ma rappresenterà la speranza per una moltitudine di famiglie e di malati, che hanno visto in lui il loro miglior avvocato e la loro forza. Chiamato a testimoniare presso i tribunali americani circa l’umanità propria ed intrinseca all’embrione, specialmente nel famoso processo di Maryville, egli ricordava semplicemente come «il piccolo d’uomo sia un uomo piccolo» e lo dimostrava scientificamente.
Benché cattolico fervente, Jérôme Lejeune non ricorreva ad argomenti di Fede, si appoggiava sulla scienza per mostrare l’evidenza e, ciò facendo, mostrava come la scienza e la Fede non fossero tra loro in contraddizione, bensì si completassero.
Medico dei corpi, egli vedeva in ciascuno dei suoi malati, talvolta pesantemente provato e deformato, il volto di Cristo sofferente. La sua vita era guidata da questa chiamata del Vangelo: «Una frase, una sola, detterà la nostra condotta, la stessa parola di Gesù: “Ciò che avete fatto al più piccolo tra i miei, lo avete fatto a me”». Papa Paolo VI lo nominò membro dell’Accademia Pontificia delle Scienze, a Roma e Giovanni Paolo II gli propose di costituire l’Accademia Pontificia per la Vita.
Ne ha gettate le fondamenta, mentre si trovava già in ospedale, minato da un cancro ai polmoni, e l’ha presieduta solamente per qualche settimana, prima di ricongiungersi al Padre, il 3 aprile 1994.
Dopo la sua “nascita al Cielo”, una petizione è stata firmata in America Latina per chiedere l’apertura del suo processo di canonizzazione.

Autore: Aude Dugast

Fonte: Radici Cristiane

 


 

Da ragazzo si è lasciato talmente “prendere” dal “Medico di campagna” di  Honoré de Balzac, da voler diventare pure lui medico condotto, a qualunque costo. Per questo si iscrive a Medicina, anche se nel 1951, il giorno stesso della laurea, le difficoltà economiche lo costringono ad accettare la proposta di un suo insegnante, il prof. Turpin, a collaborare ad una ricerca in grande stile che questi sta conducendo sul «mongolismo». Da quel preciso istante il suo futuro è segnato: la Francia avrà un medico condotto in meno, ma il mondo un grande genetista in più.  Nato nel 1926, Jérôme Lejeune, inizia la sua ricerca scientifica partendo dalle conclusioni cui era arrivato circa 90 anni prima il professor Down: una teoria che lui reputa scientificamente improvvisata e fondamentalmente razzista. Fino a quel periodo, infatti, il «mongolismo» è ancora considerato una tara razziale, oppure da addebitare a genitori alcolisti o sifilitici. A Lejeune bastano appena otto anni per arrivare ad affermare che la causa di una malattia genetica non è determinata dal cambiamento della qualità del messaggio ereditario, bensì ad una mutazione di ordine quantitativo, cioè da un eccesso o  da un difetto di alcune proporzioni del codice genetico. In particolare, nel caso del «mongolismo», scopre l’esistenza di un quarantasettesimo cromosoma, morfologicamente identico agli elementi del ventunesimo paio: ecco perché chiamerà la sindrome di Down “trisomia 21”. Nulla di disdicevole, dunque, nei genitori di quei bambini, nessuna degenerazione razziale, nessuna contagiosità come si credeva. Mentre sta tentando di individuare anche la terapia per una possibile prevenzione della sindrome, si accorge che i risultati dei suoi studi sono utilizzati dagli abortisti, con la proposta di legge “Peyret”, per promuovere la soppressione in utero dei feti diagnosticati come “malformati”. Convinto antiabortista, comincia a sostenere senza mezzi termini che “da sempre la medicina si batte per la salute e per la vita, contro la malattia e contro la morte, e non può cambiare schieramento!” Lo fa in ogni occasione, anche in una conferenza pubblica dell’ONU, addirittura definendo quest’ultima “una istituzione per la salute che si trasforma in istituzione di morte”. “Oggi mi sono giocato il Nobel”, scrive alla moglie: da quel giorno, infatti, la scienza ufficiale non lo chiama più; i finanziamenti per le sue ricerche vengono ritirati; in qualche modo è costretto a mendicare per continuare i suoi studi; talvolta, anche con minacce, gli viene impedito di prendere la parola; sul muro della facoltà di medicina compaiono scritte come 'Lejeune trema... Lejeune assassino. A morte Lejeune' e anche 'A morte Lejeune e i suoi mostriciattoli'.... E’ convinto che “la genetica moderna si riassume in questo credo elementare: all’inizio è dato un messaggio, questo messaggio è nella vita, questo messaggio è la vita”: dunque, non una battaglia su basi teologiche, ma scientifiche, fino ad affermare che “se, Dio non voglia, la Chiesa arrivasse ad ammettere l’aborto, allora io non sarei più cattolico”. Marito premuroso, padre di cinque figli, cristiano dalla fede adamantina, continua ad opporsi ad una cultura di morte, chiamando l’aborto dei bambini down una “selezione della specie”, la Ru486 “il primo pesticida umano”, “la contraccezione, che è fare l’amore senza fare il figlio, la fecondazione extracorporea, che è fare il figlio senza fare l’amore, la pornografia, che è distruggere l’amore, l’aborto, che è distruggere il figlio, tutte cose contrarie alla dignità dell’amore umano”. Nell’ottobre 1993 gli diagnosticano un cancro polmonare in stadio ormai avanzato. “Non dovete preoccuparvi fino a Pasqua: vivrò almeno fino ad allora”, dice alla moglie ed ai figli, aggiungendo: “E a Pasqua, non può avvenire nulla che non sia meraviglioso!”. Nel febbraio successivo Giovanni Paolo II lo nomina presidente della neocostituita Pontificia Accademia per la Vita. Muore il 3 aprile 1994, mattino di Pasqua, come aveva preannunciato. Nel 1997 il papa va a pregare sulla sua tomba e nel 2007 si apre il processo per la sua beatificazione, terminato ad aprile 2012 nella fase diocesana. Jérôme Lejeune sembra ripetere anche oggi: “Voi che siete a favore della famiglia sarete presi in giro, si dirà che siete fuori moda, si dirà che impedite il progresso scientifico, si dirà che cercate di mettere il bavaglio alla scienza attraverso una morale superata. Ebbene, vorrei dire proprio a voi di non aver paura: voi trasmettete le parole della vita”.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto/modificato il 2018-10-10

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