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Servo di Dio Vitale Gonçalves De Oliveira Vescovo

.

1844 - 1878


La canonizzazione del primo santo brasiliano, Frei Galvão, fa ricordare l'o­pera e il calvario di un altro esempio di santità della stessa nazione vittima della massoneria alla metà dell'800, Mons. Vi­tale Gonçalves de Oliveira, cappuccino, Vescovo di Olinda-Recife, la diocesi che dopo poco più di un secolo dalla sua morte fu affidata a Mons. Helder Cama­ra (…).
Nato nel 1844 a Itambé (Pernambuco) da nobile famiglia di origine portoghese, il futuro Vescovo visse nel periodo più burrascoso per la Chiesa cattolica, quando si preannunciava la lotta tra il bene e male che Eugène Delacroix raffigurò dieci anni dopo nel Combattimento di Giacobbe, dipinto nella chiesa di S. Sulpizio a Parigi.
Erano gli anni in cui si sviluppò l'offensiva dell'irreligione. Gli avversari della fede andarono molto più avanti dei loro antenati illuministi perché presero in mira non solo la Chiesa e Gesù Cristo, la sua figura storica, il suo messaggio, ma l'idea stessa di un mistero da cedere e l'esigenza della fede. Nel turbinio delle offese non fu semplice distinguere nettamente ciò che apparteneva al'uno all'altro movimento di pensiero e si intrecciavano e interferivano tra loro. Li accomunava un unico scopo: la vittoria dell'incredulità sulla fede.
I cattolici stentarono a capire il pericolo che minacciava la loro fede: aprirono gli occhi solo quando gli attacchi contro la Sacra Scrittura e la persona di Cristo con saggi e libri facilmente accessibili al grande pubblico sembrarono dar ragione a Victor Hugo, il quale aveva detto che la stampa avrebbe ucciso la Chiesa.
Il futuro Vescovo di Olinda, nonostante fosse di un'intelligenza precoce (sua madre lo chiamava o homem de espanto, l'uomo che fa stupire) non se ne rese subito conto: lo  intuì mentre era nel colleggio di Bemfica e lo capì quando entrò nel seminario di S. Sulpizio, in Francia. Forse per questo, essendo molto pio, intensificò lo studio e le mortificazioni, aspirando a un sistema di vita più duro e più austero: solo così si spiega la richiesta di entrare tra i Cappuccini che in Pernambuco (la sua terra) stupivano per la loro vita austera, operavano meraviglie dissodando terre che mettevano nelle mani degli indios, aprivano strade e costruivano città.
Vestì l'abito religioso a Versailles il 15 agosto 1863, edificando tutti per la serenità con cui affrontò l'anno di formazione (quando da António divenne Frei Vitale) e gli studi in cui brillò a Perpignano e a Tolosa, dove fu ordinato sacerdote il 2 agosto 1868.
Il clima freddo dell'Europa gli stava compromettendo la salute e fu rimandato in Brasile, a S. Paulo, come professo­re di filosofia. Il mondo ecclesiastico ne notò subito la preparazione culturale e ne parlò con ammirazione, tanto che il suo nome finì subito sulla bocca di tutti. Il fatto di essere cappuccino lo impose all’attenzione dell’imperatore Dom Pedro, figlio di Giovanni VI di Braganza, uomo che si era rifugiato in Brasile durante l'invasione francese del Portogallo, proclamandosi re. Quando egli tornò in patria il Brasile insorse, proclamandosi impero indipendente (1822).
Se politicamente il Paese si rialzò, re­ligiosamente andò in rovina: il cattolice­simo fu preso di mira con lo stesso odio dimostrato dai governanti olandesi che avevano proibito l'amministrazione dei sacramenti, costringendo la Chiesa ad aprire luoghi di culto sotterranei.
Fu proprio durante questo periodo, intristito anche dall'insorgere della mas­soneria, che P. Vitale fu proposto come. Vescovo di Olinda-Recife. Fu un fulmine che cercò di evitare, non perché i due immediati predecessori erano morti appena eletti, uno avvelenato dalla massoneria e l’altro mentre partecipava al Va­ticano I, ma perché sicuro di non avere le doti necessarie. Amici zelanti del Re­gno di Dio gli consigliarono però di «ac­cettare la croce». Accettò e fu consacrato nella Cattedrale di S. Paulo il 17 marzo 1872. Aveva 28 anni. Il 24 agosto prese possesso  della sede, deciso a difendere il prestigio della Chiesa e disposto a ogni sacrificio pur di riuscirci.
Convinto dell'importanza e dell'effica­cia della stampa fondò subito il periodi­co União e l'Associazione cattolica Orto­doxa, in cui arruolò centinaia di giovani pronti a qualunque sacrificio. Il clero, ridotto nel numero e culturalmente insi­gnificante, si chiese dove volesse arriva­re, mentre la loggia massonica locale — una potenza protetta dal Presidente [di Pernambuco], pa­drona delle confraternite e di varie chie­se — si allarmò. C'era da aspettarsi di tutto da quel Vescovo molto giovane, e quindi bisognava fermarlo con gli stessi mezzi con cui egli era partito.
Per questo alla sua União oppose due giornali, A Verdade e A Familia Univer­sal, dalle cui colonne sferrava attacchi velenosi contro la Chiesa e diffondeva eresie con stile accattivante e convincen­te. Un giorno A Verdade uscì con l'an­nuncio di una Messa per l'anniversario della fondazione della Loggia e la cele­brazione di funerali religiosi per un «fra­tello» morto impenitente. Anzi, giunse alla sfrontatezza di imporre l'assistenza in cappa e torcia alla Messa di un altro «fratello», peggiore del primo.
Per qualche tempo il Vescovo tacque, temendo di essere accusato di intempe­stività, dovuta alla sua giovinezza: ma fu accusato di debolezza, soprattutto quan­do non rispose neppure allorché il solito giornale vomitò bestemmie contro l'Eu­caristia e la Madonna, che scandalizza­rono perfino alcuni «fratelli». Finalmente rispose demolendo le accuse, protestan­do energicamente per le bestemmie e in­vitando i fedeli a una pubblica riparazio­ne nelle chiese.
A Verdade replicò pubblicando i nomi dei sacerdoti iscritti alla massoneria, co­sa che permise al Vescovo di invitarli uno a uno, esortandoli a una pubblica abiura che fece infuriare la loggia. Da quei giorni il Vescovo avvertì uno strano malessere che gli toglieva le forze e che impensierì i medici, incapaci a indivi­duarne le cause. La spiegazione venne da una persona amica che, ottenuta un'udienza dal Vescovo, lo invitò a la­sciare la stanza in cui dormiva perché era stata cosparsa di veleno. Dom Vita­le non voleva crederci, ma alcune prove rivelarono che la cosa era tristemente vera.
All'abiura dei sacerdoti non aderirono i responsabili delle confraternite, così il Vescovo dovette ricorrere all'interdetto che provocò una dichiarazione di guer­ra. Esaurite le minacce, la massoneria assoldò infatti un manipolo di scalmana­ti che il 14 agosto del 1873 saccheggiò la chiesa dei Gesuiti, percosse i religiosi, distrusse la tipografia, frantumò una sta­tua della Madonna e tentò di assalire il vescovado.
Dom Vitale protestò vigorosamente e scrisse una Lettera pastorale per spiegare con parole semplici i principi della fe­de cattolica, stimmatizzare l'aggressione e supplicare la gente a non lasciarsi sedurre dalle parole e dalle promesse della loggia che reagì pretendendo che fosse tolto l'interdetto. Non ottenendo nulla, ricorse alla Corona (ma il ricorso era giuridicamente nullo) e poi alle autorità dello Stato, a cui il Vescovo scrisse una nobilissima lettera, dicendo di essere di­sposto a dare la vita per l'imperatore, ma non a rinunciare alla fede.
«Che pretende il governo? — scrisse — che un Vescovo accetti la massoneria come una società riconosciuta dalla Chiesa? No, mille volte no. La massone­ria potrà avere il piacere di insultare i Vescovi, di farli gemere in prigione; mai, però, avrà la soddisfazione di ve­dersi davanti un Vescovo in ginocchio per adorarla... Un Vescovo potrà essere ucciso, ma non vinto. Ho in una mano l'avviso dell'imperatore che mi dice: er­rasti, retrocedi; e nel’altra l'autografo del Papa che mi dice: hai agito bene, continua, e non posso dare altra risposta che quella data dagli apostoli: si de­ve ubbidire a Dio e non agli uomini».
Era troppo, e l'imperatore ordinò l'ar­resto del Vescovo che accolse i soldati davanti alla cappella privata, vestito del­le insegne pontificali. Gliele tolsero con la forza e in una carrozza chiusa fu por­tato nella prigione dell'arsenale della marina di Recife, circondata da una fol­la tumultuante contro il governo. Mentre entrava in carcere, Dom Vitale ebbe il conforto di accogliere l’abiura di trenta massoni.
Inutile dire che l'intero mondo cattoli­co protestò fermamente, a partire da Pio IX, ma inutilmente. Invitato a ri­spondere al suo atto di accusa, il Vesco­vo scrisse su un foglio tre parole: Iesus autem tacebat.
Per evitare una sommossa popolare fu accompagnato in nave a Rio de Janeiro, dove fu chiuso in un carcere alle pendici del Pão de Açúcar, di fronte al Corcova­do, certi di averlo privato per sempre della giurisdizione sulla diocesi alla qua­le egli scrisse, invece, di essere e restare fino alla morte l'unico Vescovo legittimo. Episcopus vester sum. Tra la folla che andava a visitarlo si mischiò un giorno la principessa Isabella, dalla quale ottenne che gli fossero portati da Olinda i seminaristi che ordinò sacerdoti in carcere.
Con le mani ancora profumate di cri­sma servì i carcerieri colpiti dalla febbre gialla; fu ripagato con la condanna a quattro anni di lavori forzati, nonostante le proteste di principi e reggenti dei maggiori Paesi del mondo. L'imperatore tenne duro e in risposta fece imprigiona­re tutti i Gesuiti e li fece caricare su una nave che avrebbe dovuto riportarli in Europa, ammassati come sardine. Il Paese si indignò e centinaia di massoni uscirono dalle logge, abiurando sulle piazze e di fronte alle chiese.
Quando il governo credeva di aver vinto la battaglia contro un Vescovo che si difendeva pregando, fu abbattuto da una crisi da cui cercò di riprendersi affi­dando i poteri al Duca di Caxias, il qua­le accettò a condizione che fosse liberato il Vescovo. Pedro II strinse i denti, ma dovette cedere. Così, dopo 18 mesi di prigione, il 25 luglio 1875 Dom Vitale tornò in libertà.
Nonostante il calo delle forze, corse a Roma da Pio IX che lo accolse a braccia aperte dicendogli: «O mio caro Olinda!» e facendogli vedere le prime cartelle del­la Exortae, l'Enciclica che stava scriven­do per smascherare la perfidia della massoneria. Gli restituì poi la visita mandando un prelato al convento dei Cappuccini, con due medaglie. Com­mosso, Dom Vitale mandò al Papa la sua croce petorale e l’anello che, non si sa come, finirono anni dopo nella mani di Clemens August von Galen, intrepido oppositore del nazismo.
Rientrato in Brasile con la salute sem­pre più minacciata dalla misteriosa ma­lattia, il Vescovo fece la visita pastorale a dorso di cavallo, estenuandosi. Chiese allora di poter tornare in Francia per curarsi nelle terme di Bourbulet, nei pressi di Aix-les-Bains, da dove si recò nel convento della Santé di Lione. En­trando disse a tutti che non ne sarebbe uscito vivo. Morì infatti il 4 luglio 1878, a 34 anni.
Si racconta che nel sitio Buritis, vici­no a Pernambuco, un bambino di 11 an­ni la notte in cui egli morì chiamò la madre dicendole di aver visto salire ver­so le stelle un Vescovo con un bastone in mano. «Era Dom Vitale che andava in paradiso», disse la madre.
Nel 1882 i confratelli portarono i suoi resti mortali nel santuario di Nossa Senhora da Penha, a Recife, dove gli è stato eretto un mausoleo e dove furono ascoltati i primi testimoni per avviare il processo di beatificazione tuttora aperto.


Autore:
Egidio Picucci


Fonte:
Osservatore Romano

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Aggiunto/modificato il 2012-06-28

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