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Servo di Dio Enrico Videsott Sacerdote

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San Lorenzo di Sebato, Bolzano, 3 luglio 1912 - 9 dicembre 1999

Don Enrico Videsott nacque il 3 luglio 1912 a Mantana, una piccola frazione del comune di San Lorenzo di Sebato nei dintorni di Brunico (Alto Adige/Südtirol). Fu ordinato sacerdote nel 1937 e di lì svolse il suo ministero, prima come cappellano poi come parroco, in varie sedi della diocesi di Bressanone, per concludere  il suo ufficio a La Valle in Val Badia, dove guidò la sua parrocchia come pastore esemplare, premuroso ed amorevole per 35 anni, fino alla sua morte nel 1999. Don Enrico si distinse sempre per la sua profonda partecipazione ai bisogni della sua gente e per il soccorso ad ogni loro necessità materiale e spirituale. Stimato come un padre buono e giusto, la sua disponibilità era illimitata, la sua profonda fede un potente aiuto, l’assiduità nella preghiera una forza cui tanti, da ogni parte, ricorrevano per riceverne conforto e consiglio; la sua benedizione, infine, fu sempre una fonte a cui ognuno attingeva grazie e favori dal cielo. Tante virtù gli procurarono grande fama e devoto riguardo del suo sacerdozio, che presto valicò i confini della sua parrocchia e si diffuse non solo nelle valli vicine, ma anche in tantissime parti d’Italia ed al di là delle Alpi, da dove tanti fedeli iniziarono a rivolgersi a lui. Tale sua fama andò a diffondersi ancor più dopo la sua morte, specie per le attestazioni di quanti vedevano esaudite le loro suppliche affidate alla preghiera di Don Enrico. Oggi è sempre crescente il numero dei pellegrini che giungono a visitare la sua tomba nel cimitero di La Valle e che chiedono la sua intercessione per la loro preghiera e per tutti i loro bisogni.



Il 2 febbraio 2016, Presentazione di Gesù al tempio e giorno della festa per la "vita consacrata", Mons. Muser, Vescovo di Bolzano, ha iniziato nella sua cattedrale l’inchiesta diocesana per la beatificazione-canonizzazione di don Enrico Videsott, sacerdote diocesano, tornato alla casa del Padre celeste sedici anni fa, alla fine del 1999.
Erano presenti decine e decine di sacerdoti, confratelli di don Enrico, e tanti fedeli, molti dei quali hanno sperimentato l’efficacia delle benedizioni di don Enrico, in vita, e della sua intercessione presso Dio, post mortem. Chi scrive, potrebbe raccontare quanto senta vicino don Enrico, invocato in diverse circostanze, così da poter dire: "Pregatelo, vi aiuterà".
La sua prima biografia l’ha scritta Cristina Siccardi, "Don Enrico, vita e testimonianze", (Comitato Amici don Enrico, 39030 La Valle – Bolzano).

Sacerdote per la Messa


Enrico Videsott nasce a S. Lorenzo di Sebato (BZ) il 3 luglio 1912 da umile famiglia, e ama subito e fortemente Gesù, come unico Amore. È ancora ragazzo e già lavora per arrotondare le entrate in casa. Tra i lavori che compie, quello di accudire le capre al pascolo, le quali, essendo pressoché autosufficienti, gli permettono di pregare – Rosari su Rosari alla Madonna – e di contemplare Dio..
Assistendo alla prima Messa di un sacerdote appena ordinato, comincia a desiderare di consacrarsi a Dio sulla stessa via. Un cappuccino lo aiuta a intraprendere il cammino, alla Scuola Media di Bressanone, al Liceo presso i Padri Agostiniani, infine in Seminario per gli studi di teologia. È latinista e grecista perfetto, tanto che dopo un anno di seminario, già legge il Nuovo Testamento non solo in latino, ma anche in greco.
Al centro di tutto: Gesù Cristo da conoscere, amare, adorare, imitare e vivere, annunciare ai fratelli. La sua unica passione: il Santo Sacrificio della Messa. Il 29 giugno 1937, solennità dei SS. Pietro e Paolo, è ordinato sacerdote. Ha 25 anni, quando sale l’altare per la prima Messa: da quel giorno, il più bello della sua vita, nessuno lo distoglierà più dall’altare ben sapendo che senza l’altare e senza la Messa il prete è un disoccupato e un fallito e diventa un intrallazzatore e un gaudente, come desidera e ha scritto la massoneria nei suoi piani (ora non più tanto) segreti.
Quel giorno, chiede una grazia alla Madonna: il dono della parola giusta e conquidente, per parlare di Gesù e portare le anime a Lui, strappandole alla dannazione eterna dell’inferno: questa è la vera misericordia, predicare, convertire, conquistare anime a Gesù. Ora don Enrico non fa che obbedire al suo Vescovo che lo manda là dove c’è bisogno di un sacerdote tutto di Dio. Lui non cerca la carriera e neppure il primo posto, anzi si direbbe che gli piace stare all’ultimo posto, ma sempre in prima linea per essere e fare il prete, all’altare con la S. Messa, al confessionale per donare il perdono e la luce di Dio, sul pulpito a predica il Vangelo e l’amore a Gesù, la conversione delle anime; nelle case e per le vie, dovunque si vive e si soffre, a portare la luce e la consolazione della Fede.
Sa che solo il sacerdote – lui stesso – può donare a piene mani Gesù, unico Salvatore. Don Enrico lo fa nelle diverse sedi dove è inviato: cappellano per un anno, nel 1937/38 a Vallarga (dove conosce la nobile figura di S. Giuseppe Freinademetz (1852-1908), nativo della Val Badia e missionario in Cina); nel 1938 a Malles, nel 1939 a Weitental, poi a Pieve di Marebbe; dal 1941 al 1943 a Brunico. Pare debba avere sempre la valigia in mano, ma lui è lieto perché ovunque ci sono l’altare e il Tabernacolo e ciò deve bastare per essere felici.
Durante la 2ª guerra mondiale, a causa di franchezza e carità, rischia di finire deportato al lager di Dachau in Germania, ma il suo Vescovo lo mette al sicuro fuori, ma non lontano dalla sua diocesi di Bressanone, a Cortina d’Ampezzo, dove ancora come cappellano rimane fino al 1947. A dieci anni dalla sua ordinazione a prima vista appare un povero prete senza incarico stabile, ma lui è pienamente soddisfatto per il suo sacerdozio santo.
Il suo primo modello, per essere conforme a Gesù, è san Giovanni M. Vianney, il santo Curato d’Ars, quindi S. Giuseppe Cafasso, P. Pio da Pietrelcina ancora vivo e operoso al massimo a S. Giovanni Rotondo, tutti sacerdoti che vivono soltanto per Dio e per le anime da salvare e condurre in Paradiso: questa è la vera misericordia, anche oggi.
Il suo libro più caro, dopo il Vangelo, è "La Passione di Gesù" della Beata Caterina Emmerich, consapevole che, per portare le anime a Dio, il sacerdote deve vivere di Gesù Crocifisso che offre al Padre nel Santo Sacrificio della Messa.
Capita così che l’ancora giovane don Enrico ha già tanti "figli spirituali". Si narra già di conversioni e di guarigioni a dir poco singolari, operate da lui che, sempre più appare avere "il filo diretto" con Dio: Gesù vivo opera prodigi per mezzo suo. Dal 1948 è a Pieve di Livinallongo, in seguito a Mezza-selva. Infine, a 52 anni, la prima sistemazione definitiva: parroco a La Valle in Val Badia, dove rimarrà 35 anni, sino all’ultimo, come padre, guida, maestro, intercessore saggio e santo presso Dio per i suoi parrocchiani e per lo stuolo sconfinato di anime che verranno anche da lontano.

Sacerdote, soltanto sacerdote

Non prende iniziative eclatanti, non compie grandi imprese agli occhi del mondo, ma è sacerdote, solo e sempre sacerdote, cioè alter Chistus che adora Dio e si immola per la sua gloria, che si dedica giorno e notte alla salvezza delle anime. Questo deve fare il sacerdote. Come già altrove è passato, diventano famose e ricercate le sue "benedizioni": quando don Enrico benedice, le cose cambiano: lontani da Dio ritornano a Lui, malati guariscono, ragazzi sbandati trovano la retta via, bambini nascono da genitori prima impossibilitati ad averne, soluzioni si prospettano per problemi insolubili.
Una folla di anime senza confini va a farsi benedire da don Enrico, a consigliarsi con lui, a confessarsi da Lui, a partecipare alla sua Messa. La sua "benedizione" come egli spiega, è solo Gesù Cristo, la "benedizione per eccellenza", per cui, citando S. Paolo, "siamo stati benedetti da Dio in Cristo" (Ef 1,3).
Scrive Cristina Siccardi nel libro citato: "Don Enrico era sacerdote da capo a piedi. Celebrava la S. Messa con tutto l’ardore di un prete che ha compreso che cosa significa essere ministri di Dio. Confessava, amministrava i Sacramenti, predicava, pregava e benediceva. Tutto il resto era per lui perdita di tempo e, soprattutto, perdita di Dio. La gente, d’altro canto, da lui non cercava altro, se non che continuasse a essere don Enrico, colui che con i suoi occhi imbevuti di tenerezza e di trasparenze ultra-terrene sapeva ascoltare e guidare secondo un unico metro di misura, la Verità portata da Cristo, trasmessa alla Chiesa dalla Tradizione. Finivano gli incontri, ma proseguiva il legame d’anima attraverso lo strumento principale di collegamento tra le creature e il Padre, la preghiera. Si interessava di tutti e di ciascuno. Don Enrico era un sacerdote realizzato e felice di essere sacerdote" (pp. 19-20).
Già prima ma ancora di più quando don Enrico arriva come parroco a La-Valle (1964, gli anni del Concilio Vaticano II e del post-concilio) soffia una vento infido che qualcuno molto in alto, come il Card. Charles Journet, definisce "un vento di follia", e pare he anche là dove dovrebbero ardere e brillare i fari, venga a mancare la luce. Che fa don Enrico? Egli rimane legato alla Fede e alla Tradizione cattolica e non si fa influenzare dal vento rivoluzionario del modernismo entrato nella Chiesa. Fede e sacrificio, rinuncia e abbandono alla volontà di Dio sono le sue linee e al centro della sua vita intera ci sono solo il Sacrificio della Messa e la preghiera; non ha altri interessi al di fuori di Dio, di Gesù Cristo, della Madonna e dei suoi "figli spirituali" che accorrono non solo dalla sua parrocchia e dintorni, ma da tutto il Tirolo, dal Nord Italia, dall’Austria, dalla Svizzera, dalla Germania e dall’Europa orientale; a volte vengono anche dall’Africa e dal Messico.
Tutti alla ricerca in lui non dell’uomo brillante, non di un cattolicesimo diventato solo umanitarismo senza il soprannaturale – come dilaga in gran parte oggi, con danno immane per le anime, ma della Vita divina, della Grazia santificante e della salvezza eterna: proprio il contrario di quanto propala il razionalismo del XIX e del XX secolo; o quella strana "religione dimezzata" della misericordia senza la Verità.
Quando è ancora in vita, don Enrico è chiamato "il Padre Pio delle Dolomiti", il "Segenspfarrer" (il parroco delle benedizioni) perché sino all’ultimo, nessuno e nulla – neppure la modernità – riesce a distoglierlo dall’altare e dal confessionale (ci ripetiamo, ma è troppo importante!), dalla sua vita di unione e di intimità con Gesù, di identificazione con Lui, in crescita sino all’ultima ora. La quale viene, per lui, il giorno dell’Immacolata, 8 dicembre 1999, quando all’improvviso il suo cuore si ferma. Riprende dopo alcuni minuti a pulsare, e lui, lucido e consapevole, riceve l’Estrema Unzione e il suo Gesù, ancora una volta, nella S.ma Eucaristia, prima di vederlo per sempre nella gioia eterna all’una e trenta del 9 dicembre 1999, nella notte gremita di stelle sulle sue Dolomiti innevate. Gli viene ancora chiesta, sul letto di morte, la benedizione. Alza la mano a benedire, quindi dice: "La benedizione di Dio è irradiazione della sua santità. Quando benedice il sacerdote, è Gesù che benedice".
La sua fama di santità è già dilagata, i può dire, nel mondo intero.
Ora il suo Vescovo ha avviato ufficialmente la sua causa di beatificazione e noi preghiamo, per intercessione di don Enrico, le grazie di cui abbiamo bisogno. Lui risponde, così vicino a Dio così com’era già su questa terra, tanto più lo è ora in Paradiso. O Gesù, al mondo smarrito, a preti che a volte non sanno più chi sono né che cosa fare, distratti da Te, dona al più presto, anzi subito, numerosi e santi preti come don Enrico: e null’altro.

Autore: Paolo Risso

 


 

È chiamato il «Padre Pio delle Dolomiti», la sua fama di santità fra le maestose montagne dell’Alto Adige è impressionante. Bisogna andare sul luogo per misurare concretamente la devozione che la gente nutre per Don Enrico Videsott (1912-1999), sacerdote che rimase legato alla Tradizione della Chiesa e non si fece influenzare dai venti rivoluzionari del modernismo entrati nella Chiesa. Un sacerdote che fece solo e sempre il sacerdote e i suoi parrocchiani e figli spirituali, quando hanno la grazia di incontrare un ministro di Dio che pensa al Cielo e non al mondo, accorre. Così è sempre accaduto: il santo Curato d’Ars (1786-1859), san Giuseppe Cafasso (1811-1860), padre Pio da Pietrelcina (1887-1968), don Enrico Videsott… furono, soprattutto, confessori, ovvero hanno curato le anime e le hanno rapite al Signore.
Fede, sacrificio, rinuncia, abbandono alla volontà di Dio erano le sue linee guida e al centro di tutta la sua vita e di ogni suo giorno c’erano il Santo Sacrificio e la preghiera. Non aveva altri interessi all’infuori della Trinità, della Madonna e della “famiglia terrena”, i suoi tanti figli spirituali per i quali usava una smisurata carità.
Perfetto l’equilibrio, diurno e notturno, che riusciva a mantenere fra contemplazione e azione. La sua è stata un’esistenza calibrata sulla dimensione soprannaturale. Attraverso le celebri benedizioni di don Enrico Videsott si ottenevano spesso mutamenti nel corso degli eventi naturali: malati risanati, incidenti sventati, anime recuperate…
Il razionalismo del XIX e XX secolo ha minato la Fede; ma all’orgoglio del liberalismo, Dio oppone anime sante che conquistano le coscienze delle persone con armi in antitesi stretta ai sofismi dei sedicenti liberi pensatori. Ed ecco che don Enrico leniva dolori, scongiurava pericoli, comandava agli agenti atmosferici. La sua fama si è estesa anche oltre i confini del Tirolo, tanto che giungevano a La Valle persone da tutto il nord Italia, dall’Austria, dalla Svizzera, dalla Germania e dall’Europa orientale, ma anche in alcune zone dell’Africa e del Messico.
Don Enrico era un mistico e viveva da mistico. Sacrifici, privazioni, offerta di se stesso per la salvezza delle anime, unione profonda con Dio, Aveva un libro che teneva molto caro: La passione di Gesù Cristo di Caterina Emmerich.
Henrich Ulrich Videsott nasce a Mantana-San Lorenzo di Sebato (BZ) il 3 luglio 1912. Un giorno, assistendo alla Santa Messa di un novello sacerdote proprio a San Lorenzo, inizia a desiderare di consacrarsi a Cristo. Dopo la maturità, nel 1932, fa il suo ingresso nel Seminario di Bressanone e intraprende gli studi di teologia.
È ordinato sacerdote a 24 anni, il 29 giugno 1937. Considererà sempre il giorno della sua ordinazione quello più bello della sua vita e proprio allora decide di fare un’esplicita richiesta alla Madonna: il dono della parola, una parola giusta per tutti coloro che a lui si sarebbero rivolti.
Nello stesso 1937 viene inviato come cappellano, per un anno, nella parrocchia di Vallarga (Vandoies); qui conosce in maniera approfondita la figura di san Giuseppe Freinademetz di San Leonardo (1852-1908), nativo della Val Badia e missionario in Cina, legato a don Enrico come parente di quarto grado. Sarà proprio a reperire la documentazione necessaria ai fini di avviare il processo di beatificazione, che avrà il suo felice epilogo con la beatificazione del 1975 e la canonizzazione del 2003.
Il primo incarico di don Videsott fu la parrocchia di Weitental, in seguito, nel 1939, dopo un anno a Malles in Val Venosta, fu trasferito come cappellano a Pieve di Marebbe in Val Badia e dal 1941 al 1943 a Brunico. Con la seconda Guerra mondiale, però, la sua voce venne silenziata. Ci fu il pericolo che venisse arrestato e deportato in Germania. Ma  la Curia lo trasferì a Cortina d’Ampezzo, in una parrocchia ai margini della  Diocesi di Bressanone, dove rimase, come cappellano, fino al 1947. 
Per don Enrico non esisteva nulla all’infuori di Dio: tutto era inutile e privo di significato senza la Fede. Le anime non soccorse erano il suo tormento maggiore, mentre ricondurre un’anima al suo Creatore era la sua felicità, la sua ricompensa. Ai mendicanti di amore, ai peccatori, ai malati di anima e di corpo, don Enrico sapeva elargire doni celesti, quietando gli animi e dipingendo di bene i giorni dei penitenti, anche gli ultimi istanti delle loro vite.
Dopo quattro anni, venne trasferito a Pieve di Livinallongo, in seguito a Mezzaselva, un piccolo paese tra Fortezza e Vipiteno ed infine, nel 1964, a La Valle in Val Badia, come parroco, e qui resterà per  il resto della sua vita: in quei trentacinque anni di permanenza si offrì ai suoi parrocchiani con paternità e santità.
Don Enrico, il «Segenspfarrer» (il parroco delle benedizioni), era sacerdote, da capo a piedi. Confessava, amministrava i sacramenti, predicava, pregava e benediva. Tutto il resto era per lui perdita di tempo e, soprattutto, perdita di Dio: le occupazioni, secondo la sua cattolica impostazione, distoglievano dalla vita di unione a Cristo, perno sul quale ruota l’esistenza del sacerdote.
Era l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata e il suo cuore si fermò. Riprese, dopo alcuni secondi, a ribattere. Chiamarono d’urgenza Aurora Ambrosino, la fedele perpetua che vive ancora oggi nella casa di don Enrico e che ebbe la consolazione di vederlo ancora vivo. Si spense all’1,30 del 9 dicembre. Aveva detto: «La benedizione di Dio è una irradiazione della santità di Dio. Quando benedice il sacerdote, benedice Gesù».
Dalla morte di don Enrico la sua fama di santità non soltanto non è andata spegnendosi, ma anzi è aumentata: testimonianze di gratitudine a lui e richieste di intercessione giungono da ovunque e la tomba è meta di continui pellegrinaggi. Ciò ha spinto a costituire il Comitato «Amici di don Enrico» al fine di approfondire lo studio della sua eredità spirituale, di raccogliere notizie, di diffondere la sua conoscenza.


Autore:
Cristina Siccardi

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Aggiunto/modificato il 2016-04-05

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