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Venerabile Giuseppe Ambrosini Sacerdote

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Soave, Verona, 4 febbraio 1889 San Bonifacio, Verona, 31 marzo 1913

Don Giuseppe Ambrosini fu un sacerdote della diocesi di Vicenza. Ultimo di tredici figli, venne educato dai suoi genitori in un ambiente contadino ma agiato, all’ombra della chiesa abbaziale di San Pietro Apostolo a Villanova, frazione di San Bonifacio. Tenace nel perseguire la via verso il sacerdozio, accettò di abbandonare temporaneamente il Seminario per ubbidire al padre, ma una volta tornato procedette speditamente fino all’ordinazione sacerdotale, avvenuta il 30 luglio 1911. Nominato vicario parrocchiale ad Arzignano, si distinse per la devozione all’Eucaristia e alla Madonna, nonché per la vicinanza a giovani, malati e poveri. Colpito da tubercolosi dopo circa sette mesi, dovette far ritorno a casa, dove morì, dopo un breve periodo in sanatorio, il 31 marzo 1913. Il suo processo di beatificazione, avviato quarantacinque anni dopo la sua morte a causa delle due guerre mondiali, benché la sua buona fama avesse perdurato, ha portato al decreto del 10 luglio 1990, con il quale è stato dichiarato Venerabile. I suoi resti mortali riposano nella cripta della chiesa dell’abbazia di Villanova.



Nascita e primi anni
Il 4 febbraio 1889, alle 19, venne alla luce l’ultimogenito di Paolo Luigi Ambrosini, falegname agricolo, e di Maria Anna Verzini, casalinga. Gli altri dodici figli erano morti in tenera età e nemmeno il neonato sembrava fare eccezione: perciò venne immediatamente battezzato dalla levatrice, Luigia Brusco. Il rito venne completato nella parrocchiale di Soave il 12 febbraio, da parte del vicario cooperatore don Anacleto Provoli: il piccolo ricevette i nomi di Giuseppe Angelo. Cresciuto secondo i semplici valori trasmessi dalla fede contadina dei suoi, a poco meno di sei anni Giuseppe venne ammesso alla Cresima, ricevuta nella sua parrocchia il 13 dicembre 1894 dalle mani di monsignor Giuseppe Bacilieri, all’epoca vicario del vescovo di Verona. Cominciata la frequenza alle scuole elementari, prima di entrare in classe compiva una piccola visita in chiesa. Questo suo amore per l’Eucaristia, manifestato anche nella sua presenza tra i chierichetti parrocchiali, gli valse l’ammissione alla Prima Comunione a nove anni, in anticipo rispetto agli usi dell’epoca.

Da Soave a Villanova
L’anno successivo, gli Ambrosini si trasferirono da Soave a Villanova, frazione del comune di San Bonifacio, per coltivare come fittavoli i vasti campi adiacenti all’ex monastero benedettino adiacente alla chiesa parrocchiale, un tempo abbazia.
Nonostante la lontananza, Giuseppe compiva ogni giorno a piedi il tragitto per andare a scuola, in modo da completare il corso delle elementari. Una volta concluso, prese a frequentare la scuola parrocchiale istituita dal parroco, don Gaetano Martinelli, per i ragazzi che avvertivano i primi segnali di una vocazione al sacerdozio.

Un cammino interrotto
Dopo tre anni, il ragazzo sostenne e superò gli esami per essere ammesso alla quinta ginnasio presso il Seminario vescovile di Vicenza. Entrato nel novembre 1903, prese subito sul serio la vita comune, lo studio, la preghiera, certo che il Signore lo voleva sacerdote. Non dello stesso parere era suo padre: non voleva essere privato dell’unico figlio che gli rimaneva.
Così Giuseppe, per obbedirgli, lasciò il Seminario e superò gli esami di licenza ginnasiale presso il liceo Scipione Maffei, a Verona. Ogni giorno compiva un tragitto di oltre quaranta chilometri in treno, tra andata e ritorno, e si svegliava presto per non rimanere senza la Comunione. Anche durante il liceo, a detta di chi lo conobbe, si comportava “da seminarista”, in maniera educata e dignitosa ma non rigida, con un pizzico di umorismo, che gli meritò la stima dei compagni. Nonostante a scuola l’insegnamento della filosofia avesse una netta impronta materialistica, rimase fermo nelle sue posizioni. Non era tra gli studenti migliori, ma riuscì sempre a passare alle classi successive senza dover riparare.

Di nuovo in Seminario per “miracolo”
Nel luglio 1907, ormai diciottenne, il giovane concluse il liceo, determinato a tornare in Seminario per gli studi teologici. In famiglia era sostenuto dalla mamma, dal nonno e dagli altri familiari, eccetto il padre, che avrebbe preferito che s’iscrivesse a Ingegneria. Il 4 novembre, giorno fissato per il ritorno, irruppe nello studio del vicerettore, don Ettore Zanuso, che ormai era certo di non rivederlo più, gridando: «Miracolo, miracolo della Madonna!». A lei, infatti, aveva attribuito il repentino cambiamento di parere da parte del suo genitore, che si era offerto perfino di accompagnarlo personalmente.
Negli anni della Teologia Giuseppe affinò il suo carattere, che da tenace ed irrequieto divenne calmo e cordiale, pur senza smarrire il suo senso dell’umorismo; in particolare, diede battaglia al suo amor proprio. Nel periodo in cui san Pio X, con l’enciclica Pascendi, condannava gli errori del modernismo, lui rispettò quelle consegne, a differenza di altri chierici che si erano lasciati influenzare dalle dottrine avverse a quella ufficiale.
Il 26 luglio 1908 ricevette la tonsura, mentre il 29 giugno 1909 fu il turno degli Ordini minori. Alla fine della II Teologia, inoltre, conseguì l’abilitazione magistrale, seguendo così le direttive del Vescovo, che voleva che i suoi sacerdoti fossero anche maestri di scuola. Durante le vacanze, s’impegnava a insegnare la dottrina cristiana e il canto, ma anche a visitare gli ammalati, ai quali lasciava, a volte di nascosto, del denaro o qualche altro oggetto utile. Trascorreva, poi, il tempo libero a leggere e meditare, specialmente nella chiesa dell’abbazia di Villanova.

L’amicizia con san Giovanni Calabria
Nell’autunno 1910 dovette nuovamente interrompere gli studi, per assolvere agli obblighi del servizio militare, prestato nel III reggimento di fanteria alla caserma di Castel San Pietro a Verona.
Fu in quel periodo che, per non venir meno alla Comunione quotidiana, prese a frequentare la Casa Buoni Fanciulli di don Giovanni Calabria, che all’epoca aveva sede in via San Zeno al Monte. Il futuro santo riconobbe presto il valore di quel giovane chierico soldato: fu l’inizio di un lungo rapporto di amicizia. Tuttavia, le fatiche a cui il giovane si sottoponeva peggiorarono il suo stato di salute: si ammalò di pleurite e, dopo tre mesi d’ospedale, venne rimandato a casa.

Verso il sacerdozio
Il 7 marzo 1911, ormai ristabilito, tornò in Seminario per prepararsi al suddiaconato, che gli venne conferito il 1° aprile dal Vescovo di Padova Luigi Pellizzo (la diocesi di Vicenza era vacante). Nonostante fosse preoccupato per le proprie condizioni, cercava di consolarsi pensando al diaconato ormai prossimo.
Il 29 aprile 1911, vigilia di quel giorno solenne, confidò in una lettera a don Calabria i suoi propositi, tra i quali spicca il primo. «Voglio farmi santo», scrisse, con termini tanto simili a quelli di molti altri futuri sacerdoti e non solo, ma da lui integrati così: «e tanto santo da santificare anche gli altri».

«Con la vita comoda non si va in paradiso»
Il 30, quindi, divenne diacono per l’imposizione delle mani del vescovo di Treviso, Andrea Giacinto Longhin (Beato dal 2002). Infine, con dispensa di diciotto mesi sull’età canonica, fu consacrato sacerdote dal nuovo Vescovo vicentino, Ferdinando Rodolfi, il 30 luglio 1911. Celebrò per la prima volta nel Santuario della Madonna di Monte Berico il 5 agosto, mentre l’indomani, circondato dai suoi compaesani, cantò Messa nella sua parrocchia.
Alla proposta, da parte del padre, di trasferirsi accanto alla sua nuova tenuta (anche per esercitare il ministero senza strapazzi di salute), oppose il suo diniego: «No, papà, devo andare dove il vescovo mi manda, per obbedienza e per salvare le anime». E aggiunse: «Con la vita comoda non si va in paradiso».

Cappellano ad Arzignano, con un desiderio nel cuore
La sua prima nomina fu come cappellano (ossia vicario parrocchiale) ad Arzignano. L’11 settembre, prima di andarvi ad abitare, fece visita a don Calabria. Da quell’incontro con lui gli sorse in cuore un nuovo desiderio: associarsi a lui e vivere alla Casa Buoni Fanciulli. Per il momento, tuttavia, decise di non farne parola con nessuno.
Nella nuova destinazione diede immediatamente un’ottima impressione agli altri sacerdoti. Cercava davvero di esserci per tutti i parrocchiani, ma era particolarmente vicino ai ragazzi, che raccoglieva in un centro giovanile, per i malati, che assisteva come quando era chierico, e per i più abbandonati della società rurale.

I primi sintomi della tubercolosi
Nel pieno della sua attività, purtroppo, la salute volse al peggio. Nella notte tra il Venerdì e il Sabato Santo 1912, don Giuseppe ebbe uno sbocco di sangue. L’indomani, ossia il 6 aprile, ne parlò con don Luigi Peloso, suo amico e confratello, che gl’impose di tornare a casa: era rimasto ad Arzignano solo sette mesi.
La malattia fu per lui l’occasione per cercare di concretizzare la sua adesione all’apostolato di don Calabria. Appena si riprese, ottenne da monsignor Rodolfi di poter trascorrere due mesi di convalescenza proprio a San Zeno al Monte, dove fu d’esempio sia nella preghiera sia nell’assistenza ai ragazzi.

Buio, luce, speranza in Dio
Dal 19 al 26 settembre 1912 fu pellegrino a Lourdes, ma non domandò di poter guarire: «Ho chiesto la grazia di andare in paradiso!» rispose al padre che l’interrogò sul motivo per cui avesse pregato la Madonna.
Nel mese di ottobre, dopo un malore durante la Messa, venne rimandato a Villanova e da lì destinato al sanatorio di Sondalo, in provincia di Sondrio. Le cure non sembravano giovargli, tanto che le sue lettere alternano espressioni ironiche a momenti in cui gli sembrava di vedere solo buio attorno a sé. La vicinanza epistolare degli amici e dei parenti l’invitava però a rivolgere lo sguardo verso il cielo: «Unica mia speranza è Dio, nel quale sempre confidai e confido fortemente», scrisse al cugino Ettore.

«L’ho offerta a Dio la mia vita...»
Dato che non progrediva affatto, fu ricondotto a casa. Assistito dai familiari e da due religiosi Camilliani, che si diedero il cambio al suo capezzale, si raccomandava alle preghiere di quanti venivano a trovarlo, per poter acquistare meriti per il Paradiso.
Il 29 marzo ricevette la visita dell’amico don Serafino Pavan, che l’esortò a offrire la sua vita. Interrompendolo, dichiarò: «L’ho offerta, l’ho offerta a Dio la mia vita...» e si raccomandò al suo ricordo in particolare nella Messa. L’indomani arrivò don Giovanni Calabria, a cui il giovane confratello chiese “l’obbedienza di morire”: gliela concesse, a patto che non si dimenticasse di lui. La sua risposta fu che dal Cielo gli avrebbe mandato qualcuno che lo avrebbe sostituito.

La morte e la fama di santità
La mattina del 31 marzo, prima che si potesse celebrare la Messa nella stanza vicino alla sua, don Giuseppe morì. Aveva ventiquattro anni ed era sacerdote da due. Il 1° aprile vennero celebrati i funerali, al termine dei quali venne sepolto nel cimitero di Villanova di San Bonifacio, nella tomba di famiglia.
La sua fama di santità venne tenuta in vita da don Calabria, che fece stampare delle immagini con i propositi da lui scritti nella lettera alla vigilia del diaconato e ordinò a don Luigi Peloso di scriverne la biografia.

Il processo di beatificazione
Per indagare l’effettiva pratica delle virtù cristiane in grado eroico da parte sua, la diocesi di Vicenza istituì il Processo informativo, dal 31 marzo 1958 (a quarantacinque anni esatti dalla sua morte) al 16 marzo 1960. Ottenuta l’approvazione degli scritti nel 1965, tre anni dopo fu pronta la “Positio super virtutibus”. Dall’11 giugno 1963 i suoi resti mortali riposano in un sepolcro nella cripta della chiesa abbaziale di Villanova.
Il 15 dicembre 1977 venne introdotta la Causa e venne richiesto il Processo apostolico, durato dal 17 giugno 1979 al 26 febbraio 1980, integrato dal processo suppletivo diocesano svolto dal 28 ottobre al 5 novembre 1981.
Ottenuto parere favorevole da parte dei membri della Congregazione vaticana per le Cause dei Santi, il 10 luglio 1990 è stato reso pubblico il decreto con cui san Giovanni Paolo II dichiarava Venerabile don Giuseppe Ambrosini.
I suoi devoti, che da sempre lo chiamano “il Santo dell’Abbazia”, attendono solo un miracolo che confermi la sua effettiva intercessione presso Dio.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto il 2016-09-27

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