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Servo di Dio Antonio Ferrer Rodrigo Martire

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Alfafar, Spagna, 19 febbraio 1921 - 2 dicembre 1936

Il 2 dicembre 1936, a Alfafar (Valencia, Spagna), muore a 15 anni Antonio Ferrer Rodrigo nel professare la sua fede cattolica. Il ragazzo preferì sacrificare la sua vita per salvare quella del fratello e della madre. Nel 2004 ha avuto inizio la sua causa di beatificazione, nel gruppo Miguel Payà Alonso de Medina e 249 compagni.



Antonio, da tutti chiamato Tonin, nacque ad Alfafar (Valencia, Spagna) il 19 Febbraio 1921 da Eliseo Ferrer Ferrer e Milagros Rodrigo Olmos, primo di 4 fratelli: Milagros, Eliseo e Josefa. A sei giorni fu battezzato nella Chiesa di Nostra Signora del Don. Il 16 Marzo 1922 ricevette la cresima, insieme ad altri bambini del paese, per mano dall’Arcivescovo di Valencia, Mons. Enrique Reig y Casanova.
Nella sua infanzia Antonio conquistò il cuore di tutti i suoi familiari, specialmente del nonno materno Antonio, un lavoratore di età avanzata e di profonda fede, che ogni giorno partecipava alla Santa Messa e recitava il rosario in famiglia. Al nonno Antonio piaceva molto andare a Messa con il nipote Tonin, e, a poco a poco, gli insegnava le principali preghiere liturgiche, fu così che Tonin iniziò a vivere la sua fede in maniera piena. Tonin passava anche molto tempo con le prozie Maria e Leonor, che avevano cresciuto suo padre, e che lo iniziarono nell’esercizio della carità, era solite, infatti, soccorrere molti poveri che si radunavano attorno alla loro casa e incaricavano Tonin di distribuire loro le elemosine.
Si raccontano molti aneddoti sull’infanzia di Tonin: una volte, a sei anni, propose ad altri bambini della sua età di andare a raccogliere i fichi in una proprietà privata, ma li sorprese lo sceriffo e, per dissuaderli, li minaccio dicendo che, se non fossero andati via, li avrebbe rinchiusi in prigione. I bambini fuggirono tutti via terrorizzati, ma Tonin andò a casa di don Francisco Baixauli Perellò, Tenente Colonnello Medico del Corpo di Sanità, che era cugino di suo nonno; entrando, interruppe una riunione abbastanza importante di politici venuti dalla capitale e chiese a don Paco, davanti ai presenti, se potesse prestargli la spada per sconfiggere lo sceriffo, che aveva minacciato di rinchiuderlo in prigione insieme ai suoi amici. I presenti ricordarono sempre quell’episodio con un sorriso. Donna Francisca Romeu Baixauli ricordava, anche, che il bambino era solito giocare di quei giochi infantili che si facevano nella fossa della Mola, o alla Fila, dove si riunivano molti bambini. Già da piccolo Tonin era un bambino vivace, inquieto e con un’immaginazione creativa.
Suo nonno Antonio lavorava i campi dei Padri Cappuccini del Convento della Maddalena di Massamagrell, ed era solito portare con sé il piccolo per fargli compagnia; Tonin correva per tutto il campo fin nella clausura, e, per la sua simpatia e la sua devozione, si era guadagnato l’affetto dei frati.
Tonin frequentò la scuola per i piccoli di donna Rosa Serra Lanau, che portava spesso i bambini in chiesa, e successivamente il gruppo scolare “La Torre” del maestro Manuel Paredes, che era molto credente e pregava il rosario con i ragazzi tutti i giorni. Maturando nella pietà religiosa, Tonin partecipava anche al catechismo di don Eliseo Oriola, e in quel periodo entrò a far parte dei chierichetti della parrocchia. A 9 anni, il 25 Maggio 1930, ricevette la Prima Comunione.
Tonin era un ragazzino simpatico e di bell’aspetto, e, per i suoi capelli rossi, veniva talvolta preso in giro con il nomignolo di “ovelleta-pecorella”. Egli prese sul serio il suo impegno di chierichetto e, nonostante alla sua età di solito i ragazzini lasciano la parrocchia, lui, al contrario intensificò la sua presenza in chiesa, dimostrando un grande amore per le cose di Dio. Non era raro vederlo andare in chiesa con il suo messalino, servire la messa, passare con il cestino per la colletta, portare la croce durante le sepolture e le processioni… Si ricorderanno, soprattutto, i momenti di preghiera silenziosa davanti al Santissimo e il rosario alla Vergine Santa. Gli piaceva leggere libri spirituali e religiosi, fra gli altri la famiglia conserva ancora il libro di devozioni di José March, Ancora de Salvacion, cosiccome la novella di Domingo Arrese Hasta, ambientata all’epoca del cristianesimo primitivo, attorno alla figura di S. Agostino.
Il parroco aveva piena fiducia in Tonin, gli diede l’organizzazione del coro e l’insegnamento agli altri chierichetti. Gli amici lo ricordano come un ragazzino le cui parole erano un costante riferimento al Signore. Nel 1930, quando divenne parroco don Fermin, Tonin si rivelò un ottimo aiutante, tanto che molti atti di battesimo, matrimonio e morte, celebrati da don Fermin, furono scritti dallo stesso Tonin.
Apparteneva alla Confraternita del Rosario, alle cui iniziative partecipava attivamente, come recitare il rosario le domeniche di Ottobre per le strade del paese. Era anche affiliato alla Confraternita del Sacro Cuore di Gesù, per cui aveva tanta devozione, era questo, infatti, il centro della sua vita spirituale.
Ammirava e riveriva molto i sacerdoti, tanto che “obbligava” la mamma a invitare a pranzo tutti i predicatori che passavano per Alfafar per qualche novena. Alcune volte confidò al suo amico José Lacreu che sentiva la vocazione al sacerdozio e, quando questi gli ricordava che il padre avrebbe voluto che gli succedesse nel lavoro di carpentiere, rispondeva: “Lasciami stare con questa carpenteria!”. Racconta ancora Lacreu che, una volta che rimproverò Tonin per il suo esagerato fervore religioso, questi gli rispose che con le cose di Dio non si può giocare, perché si tratta di cose serie e non di frivolezze. Tonin amava molto la Chiesa e cercava in tutti i modi di interessare i ragazzini, ideando sempre qualcosa di nuovo. La sua immaginazione e la sua inquietudine le metteva sempre a disposizione degli altri.
Tonin era un bambino normale, come la maggioranza dei giovani della sua età. Amava gli animali, aveva un gatto che coccolava molto. Gli piaceva il cinema e riempiva le pareti della carpenteria di suo padre con i manifesti di pellicole famose, come King Kong. Gli piaceva molto la filatelia, la sua collezione si conserva ancora intatta come lui la lasciò. Organizzava spesso, nella carpenteria di suo padre, cene con gli amici e offriva la cioccolata ai più piccoli in una casa della piazza. Amava la natura e, ancora piccolo, piantò due palme, una in casa della nonna materna e l’altra in casa sua, quest’ultima si conserva ancora. Amava il disegno e partecipò alle lezioni di disegno nella scuola di San Carlos di Valencia. Quando serviva aiutava suo padre nella carpenteria o in campagna. La domenica era solito passeggiare con un gruppo di amici della parrocchia, riunendosi con ragazzi di paesi vicini.
Nel 1931, con l’avvento della II Repubblica, la Chiesa visse momenti tristi, Tonin, che si considerava un attivista cristiano, iniziò a manifestare pubblicamente la propria fede, non permettendo a niente e a nessuno di fermarlo. Nasceva, nel frattempo, l’Azione Cattolica, don Fermin, entusiasta per l’idea, cercò subito dei collaboratori per piantare quel nuovo seme nella propria parrocchia, e scelse Tonin come presidente.
Uno dei pochi scritti di Tonin è proprio una lettere scritta in qualità di presidente dell’Azione Cattolica a don Juan Puertes:
“Illustre signor Juan, la Gioventù Cattolica di Alfafar sta scrivendo il suo degno Regolamento. Ha più di 30 associati. I giovani cattolici hanno molta che venga, ogni giorno sembra un anno.
Siamo molto contenti che il Signor Vescovo sta in buona saluta. Noi preghiamo molto per la salvezza della Spagna.
Adesso siamo in vacanza […]”
Lo scritto si interrompe così. Tonin aveva una corrispondenza con il vicario generale di Oviedo, ma molti documenti, fra cui sicuramente anche le lettere di Tonin, andarono perduti nell’incendio del Palazzo Vescovile nel 1934. Sappiamo che don Juan, durante le vacanze, si recava ad Alfafar e, riuniti i ragazzini nella piazza, impartiva loro le lezioni di catechismo, aiutato dall’infaticabile Tonin. Alla sua morte, Tonin soffrirà molto, e, il 19 Dicembre 1934, assisterà come accolito, portando la croce alzata, alla sepoltura del martire delle Asturie. Fra le poche cose, appartenenti a don Juan, che don Fermin portò ad Alfafar vi erano un crocifisso e due medaglie della Virgen de los Desamparados e del Santo Volto di Cristo di Roma, che donò a Tonin. Il giovane tenne i primi due sul capo del suo letto e la medaglia del Volto Santo al collo, considerandole reliquie di un vero martire di Cristo, senza sapere che presto egli stesso avrebbe dato la vita per la fede.
Il 23 Novembre del 1933 fu scelto come padrino del piccolo Manuel, figlio di Vicente Royo Chirivella, l’anno successivo fece da padrino a Josefa, la sua sorella più piccola. Altre volte fu scelto come padrino, perché la gente lo stimava santo già in vita.
Arrivò il 1936 e la vita del giovane Tonin cambiò radicalmente, in seguito alle persecuzioni scatenate contro la Chiesa da parte dei gruppi anarchici e dei partiti politici di ideologia marxista. Donna Amparo Martì Vazquez testimonierà che suo suocero don José Maria Rodrigo Olmos, zio di Tonin, spesso diceva che una delle cause della persecuzione e morte del ragazzo fu il fatto che i rivoluzionari non sopportavano la sua efficacia come militante dell’Azione Cattolica. Racconta Maria Ferrandis Blanch che una sera, trovandosi a casa di Tonin, questi le fece vedere un pezzo di carta con una minaccia anonima di morte se non cessava le sue attività e pratiche religiose. Ella le chiese se avesse fatto presente la cosa ai suoi genitori, ma il giovane rispose che non aveva detto nulla per non farli preoccupare. Tonin, non temendo la morte, invece di smettere, intensificò la sua azione, distribuendo clandestinamente note informative presso le varie case del paese.
I miliziani iniziarono a pedinarlo, a cercarlo per minacciarlo e molestarlo, una volta fu costretto a nascondersi sotto i sedili del cinema, dove stava assistendo alla proiezione di un film; un’altra volta, trovandosi a casa della nonna di Carmen Perez Ruiz (come lei stessa racconta) vennero i miliziani a cercarlo, Carmen gli disse di saltare al di là del recinto e andare a nascondersi in casa della madre, il ragazzo, prima di fuggire, chiese se era sicura che sua madre volesse compromettersi aiutandolo.
Sua sorella Milagros raccontò che nei primi di Luglio del 1936 dall’arcivescovado giunse l’avvertimento del pericolo che si correva per i membri dell’Azione Cattolica, per cui si ordinava la distruzione di tutta la documentazione presente in parrocchia. Tonin andò a prendere l’intero archivio e lo sotterrò in un luogo sconosciuto.
Fra il 19 e il 20 Luglio 1936 i miliziani saccheggiarono e incendiarono la parrocchia di Alfafar. Poco prima del saccheggio Tonin, a capo di un gruppo di pie persone, si recò presso la casa del sindaco, per chiedere la protezione della chiesa, e questi assicurò tutti che il sacro tempio non sarebbe stato toccato. Non fu così. Tonin era presente all’assalto e alla distruzione delle immagini sacre, che venivano bruciate in mezzo alla strada, ogni vuolta che un’immagine veniva buttata nel fuoco Tonin cambiava in volto e si angustiava. Arrivato il turno dell’immagine del Sacro Cuore, che tanto amava, non potendosi contenere, si avvicinò ai miliziani, rimproverandoli per tale atto. Essi gli dissero: “Ricordati di queste parole: ti uccideremo”.
I genitori, venuti a sapere della pubblica minaccia, decisero di allontanare Tonin da Alfafar e, il 21 Luglio, lo portarono in casa di sua zia Consuelo, sorella di sua madre, che viveva a Sollana.
Il 22 Luglio i miliziani giunsero a Sollana e incendiarono la chiesa di Santa Maria Maddalena, le immagini e i retablos, mentre passava la sacrilega compagnia la gente, attonita, restava sulla soglia di casa senza parole, Tonin li consolava dicendo: non piangete per le cose materiali, accadranno cose peggiori a Sollana a causa della fede. E così fu, quel giorno furono uccisi a Sollana più di 30 cristiani. A Sollana Tonin contrasse il tifo e, per salvare dal contagio i parenti, il padre lo riportò ad Alfafar. Con molta cautela trascorse in casa la convalescenza. Nessuno sapeva che Tonin era tornato, eccetto alcune vicine di casa, di cui la madre si fidava molto, che andavano spesso a visitarlo. In quei giorni iniziò a crescergli la barba, ma, per paura, non potevano neanche chiamare il barbiere.
Il 2 Dicembre 1936 alcuni miliziani si presentarono alla carpenteria, dove Tonin stava lavorando con suo padre, erano circa le 11 del mattino. Era la terza volta che cercavano il giovane e gli dissero di seguirli in Municipio perché dovevano interrogarlo. Suo padre disse che non avrebbe lasciato solo suo figlio e dove andava il giovane sarebbe andato anche lui. Le parole di Eliseo rimasero proverbiali presso il popolo: “dove andrà mio figlio lì andrò anche io”. Anche il piccolo fratello Eliseo, di 7 anni, li seguiva ma fu cacciato dai miliziani e tornò a casa.
Amadeo Saez ricorda quella mattina, egli era seduto su un sedile della piazza, e vide passargli accanto Tonin, che era molto sereno, e, vedendolo, lo saluto, lasciandogli intendere con un gesto di addio che la sua morte era vicina. Furono condotti al Municipio e detenuti per sette ore nei servizi della sala dove i musicisti della banda del paese facevano le prove.
Una delle cause determinanti della sua detenzione, secondo i testimoni, fu la spontaneità di Tonin. Secondo Amadeo Saez, il giovane non nascondeva di fronte a niente e a nessuno la propria fede, manifestando chiaramente la sua indignazione e affrontando a tu per tu chi commetteva azioni sacrileghe e riprorevoli. I miliziani lo odiavano sia per la sua fede profonda sia perché risultava a loro incomodo, a causa del suo attivismo. I genitori spesso gli avevano consigliato di essere prudente, ma sulle cose di Dio Tonin non ammetteva indulgenze.
Al far della notte di quello stesso giorno, padre e figlio furono condotti in automobile alla torre di Espioca, ai confini di Picassent. Giunti lì, furono fatti scendere dall’auto, Tonin pregava mormorando le sue preghiere. Secondo i testimoni gli fu chiesto dove aveva nascosto certi oggetti della chiesa, il ragazzo non rispose, continuando a pregare e a parlare di Dio, le sue ultime parole furono “Viva Cristo Re”, dopo ciò, con un rasoio, gli tagliarono la lingua. Subito dopo gli spararono alla tempia, davanti suo padre, e così posero fine alla vita di questo giovane di 15 anni, la cui unica colpa fu quella di aver creduto nel Signore.
Il padre di Tonin, Eliseo, fu castrato, per aver generato e difeso suo figlio, e ucciso con un colpo di pistola. I corpi furono abbandonati in quel luogo, e solo il giorno dopo alcuni impiegati del municipio di Picassent li portarono al cimitero di quel paese. Eliseo fu sepolto in una fossa comune. Il becchino, vedendo il corpo di un ragazzo tanto giovane, non volle seppellire Tonin nella fossa comune, ma lo pose a parte, in un loculo vuoto di una cappella.
La notizia dell’esecuzione di entrambi non raggiunse la famiglia subito. Milagros, la mamma di Tonin, aveva chiesto al nipote José Baldueza Rodrigo, che occupava un posto impotante nel comitato rivoluzionario di Valencia, di informarsi sulla sorte dei suoi cari, ma, quando questi seppe che erano stati assassinati, non ebbe il coraggio di dirlo a sua zia. Così Milagros, ogni giorno, andava al municipio per portare il cibo al marito e al figlio, con tanto dolore e pianto che, come raccontò il piccolo Eliseo, che la accompagnava sempre, le vennero degli ascessi alle palpebre. Dopo vari giorni, in cui aveva visitato tutti i carceri di Valencia per cercarli, comprese che erano stati uccisi e si mise a girare di cimitero in cimitero senza riuscire ad avere notizia alcuna.
Alcuni mesi più tardi, dei miliziani si presentarono in casa di Tonin, con l’obiettivo di trovare gli oggetti religiosi che il giovane aveva nascosto, non trovarono nulla, perché nulla aveva tenuto in casa. In cambio presero quei pochi gioielli che possedeva sua madre, tutta la legna e persino il riso, e, quando Milagros chiese che le lasciassero almeno il riso per sfamare i suoi tre figli, le risposero che mangiassero la ghiaia della strada.
Alla fine della guerra si seppe, finalmente, che Tonin ed Eliseo erano stati uccisi alla torre di Espioca e che erano stati sepolti nel cimitero di Picassent. Milagron, quando fu estumulato Tonin, trovò nella tasca della sua giacca una piccola medaglia della Virgen de los Desamparados, che non era stata vista dai torturatori. Fu l’unica consolazione spirituale che potè avere. Era la stessa medaglia che don Juan Puertes Ramon portava al collo mentre veniva ucciso.
La sorella di Tonin, Milagros, rircordava che, quando andarono a riscattare i corpi al cimitero, trovarono quello di Eliseo nella fossa comune, ma che, non trovando quello del giovane, la madre aveva gran pena, per cui si chiese al becchino che, ricordando ciò che era successo anni prima, disse che il ragazzo era sepolto in una cappella privata, perché aveva avuto pietà di un così giovane ragazzo ucciso. Dopo aver ottenuto il permesso di aprire la sepoltura dai proprietari, il corpo di Tonin fu trovato intatto, fra le grida e il pianto di tutti i presenti, specialmente di sua madre e di sua zia.
Il 6 Settembre 1939 fu concessa la licenza per il trasferimento al cimitero di Alfafar. Il 7 si tenne una veglia da parte dei familiari. L’8 Settembre ebbe luogo il seppellimento delle 24 vittime di Alfafar, uccise negli anni 1936-1937. Ai funerali solenni partecipò una moltitudine di fedeli provenienti da tutti i paesi vicini ad Alfafar. Tonin, portato dagli amici Eugenio, Tomas, Amadeo e dal cugino José, fu sepolto nel loculo 560 e anni dopo trasferito nel 556.
Nel Luglio del 1997 su richiesta del parroco di Alfafar furono raccolte le testimonianze sulla vita di Tonin, a Novembre fu presentata, dalla parrocchia e dalla famiglia, la richiesta per aprire il processo di beatificazione. Il 23 Giugno 2004 fu solennemente aperto il processo diocesano nella cattedrale di Valencia di Tonin insieme ad altri martiri valenciani, in tutti 250.


Fonte:
www.giovanisanti.wordpress.com

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Aggiunto/modificato il 2019-03-25

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