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Luigi XVI Re di Francia, martire

Testimoni

Versailles, 23 agosto 1754 Parigi, 21 gennaio 1793


“Oh giorno trionfale per Luigi! Dio gli ha dato la pazienza nella persecuzione, la vittoria nel supplizio! Noi abbiamo la ferma fiducia che tu hai felicemente cambiato una caduca corona regale e i gigli, che in breve sfioriscono, con un’altra corona perenne, intessuta dagli Angeli con gigli immortali”.

Con queste parole Papa Pio VI rendeva omaggio a Luigi XVI, giustiziato dalla Rivoluzione per il solo fatto di essere Re. Nell’opinione di non pochi storici, con cui concordo pienamente, questa esecuzione fu un gravissimo errore strategico. Se mai vi era stato un Re pacioccone e mansueto fino all’abulia, quello era Luigi XVI. Eppure, la Rivoluzione non poteva perdonargli la corona che portava sulla testa. Non poteva perdonargli il suo titolo di Rex Christianissimus. Non poteva perdonargli di essere stato unto con l’olio sacro nella cattedrale di Reims.
Doveva ammazzarlo. Ma così ha dimostrato come il suo motore non fosse l’anelito di libertà bensì l’odio. L’odio contro ogni superiorità, l’odio contro ogni principio di bellezza, l’odio insomma contro ogni riflesso di Dio nella creazione.
Il giudizio che condannò a morte Luigi XVI fu così iniquo che, quando fu riproposto via televisione al pubblico francese nel 1989, in occasione del bicentenario della Rivoluzione, questi assolse l’infortunato monarca per larga maggioranza.
Ma allora dominavano i giacobini. E l’unica giustizia che funzionava era quella della ghigliottina.

Un tratto di somiglianza con Gesù

La mattina del 21 gennaio 1793 faceva molto freddo. Con passo lugubre, il corteo che portava il Re dalla Torre del Tempio alla Place de la Révolution (oggi Concorde), avanzava fra due linee di guardie armate di fucili e di picche. Dietro, come iene pronte al festino sanguinolento, i sanculotti ubriachi urlavano insulti e parolacce contro il Figlio di san Luigi. Il sordo rullio dei tamburi aggiungeva una nota ferale a quella mattinata grigia e uggiosa.
Salito sul patibolo, gli assistenti del boia Sanson si avvicinarono a Luigi XVI per legargli le mani per l’esecuzione.
“Legarmi le mani? Mai! – rispose sdegnato il monarca, respingendo con forza i carnefici – Mai acconsentirò a un tale oltraggio!”.
Il sacerdote che lo accudiva, l’irlandese P. Edgeworth de Firmont, gli sussurrò all’orecchio: “Sire, in questo supremo oltraggio io non vedo altro che un ulteriore tratto di somiglianza fra Voi e Nostro Signore Gesù Cristo, che sarà la vostra ricompensa”.
Queste parole sublimi del sacerdote riscaldarono la pietà di Re Luigi XVI. Presentandosi al boia che poco prima aveva respinto con violenza, egli sporse le mani e disse pieno di dignità: “Fate ciò che volete!”.
Gli sbirri di Sanson, degni figli della Rivoluzione, legarono le mani del Re. E fu così che, con l’esplicita intenzione di assomigliare a Nostro Signore, le cui divine mani furono legate durante la Passione, Luigi XVI salì i gradini del patibolo con passo fermo, e andò deciso verso la ghigliottina.

“Perdono gli autori della mia morte…”


Allora successe un fatto inatteso. Il Re fece un gesto di autorità e i tamburi smisero di suonare. Impressionati, gli stessi boia si fecero da parte. Il Re avanzando fino al bordo del patibolo e, con una voce che si udiva in tutta l’enorme piazza, lanciò un proclama: “Figli di Francia! Io muoio innocente! Perdono gli autori della mia morte, e chiedo a Dio che il sangue oggi versato non ricada mai sulla Francia. Quanto a voi, o popolo sfortunato…”.
Il Re ovviamente voleva proseguire, ma il generale Santerre, comandante della truppa schierata sulla piazza, levò la spada e ordinò di riprendere il rullio per coprire la voce del monarca. “Se quel Capeto avesse continuato non so cosa sarebbe successo in quella piazza!”, dichiarerà egli più tardi.
In quel momento supremo, col Re sotto la ghigliottina e la Rivoluzione in sostanza trionfante, i rivoluzionari avevano ancora paura dell’effetto delle parole del Re sulla folla!

Il martirio del “Figlio di san Luigi”

I carnefici portarono il Re sulla piattaforma. La lama della ghigliottina ricadde pesantemente sul collo del Re, la sua testa mozzata rotolò via sul pavimento. Sanson la prese per i capelli e, ancora gocciolante sangue da tutte le parti, la mostrò al popolo stranamente silenzioso. Il sole risplenderà ancora per Luigi XVI solo il giorno della risurrezione.
Nel momento in cui il Re stava per ricevere il colpo fatale, secondo quanto raccontano vari testimoni, Padre Edgeworth de Firmont esclamò ad alta voce: “Vola in Cielo, figlio di san Luigi!”.
Curiosamente, e nonostante diverse persone attestino l’autenticità dell’episodio, il sacerdote irlandese negherà sempre di aver pronunciato queste parole. Può darsi che egli abbia fatto questa esclamazione mosso da un’ispirazione divina, e l’abbia in seguito dimenticata.
Chi può davvero dubitare che, dopo una morte consumata in queste circostanze, le porte del Cielo non si siano spalancate per accogliere l’anima di questo figlio di san Luigi? Lo stesso Papa Pio VI, qualche mese dopo, parlerà di “martirio” inflitto in odio alla religione cattolica.

La morte del giusto

Sono certo che, dal Cielo, Luigi XVI contempla – con quell’affabilità che egli avrebbe dovuto tante volte completare con la forza – la Francia di oggi. E, dal momento che nel Cielo non si soffrono i tormenti del pentimento, perché tutti i peccati sono stati già rimessi, egli non deve più chiedere perdono a nessuno. E guarda la Francia, questa amata Francia, la grande Francia, una Francia che la Madonna non smette di amare e di favorire e che, tuttavia, come la maggior parte delle nazioni moderne, non smette di offenderLa e di rinnegarLa.
Di fronte a questo rifiuto, Luigi XVI certamente prega la Vergine Madre per la Francia, affinché Ella la scuota con vigore ed essa possa scrollarsi di dosso il giogo della Rivoluzione. Tale è il perdono del Re Cattolico, del figlio di San Luigi!
Intanto, nella prigione della Torre del Tempio, la Regina Maria Antonietta sentiva il rullio dei tamburi provenire da Piazza della Rivoluzione. Sotto le sue finestre, le guardie cominciarono a urlare: “Vive la République! A mort les tyrans!”
Ella capì tutto… schiacciata e annientata dal dolore. Il piccolo Delfino si sciolse in lacrime, mentre la figlia, Madame Royale, singhiozzava disperatamente. Lei stessa, stremata dalla prigionia, ebbe un crollo e si accasciò sul letto, il suo corpo, percorso da piccole convulsioni.
Improvvisamente riprese animo, si alzò e, con gesto deciso, si inginocchiò davanti al figlio baciandogli le mani. Era lui il nuovo Re di Francia!


Autore:
Raffaele Citterio


Fonte:
Radici Cristiane, n.63 - aprile 2011

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Aggiunto/modificato il 2012-07-20

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