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Beato Giovanni (Kolė) Shllaku Sacerdote francescano, martire

4 marzo

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Scutari, Albania, 27 luglio 1907 – 4 marzo 1946

Nikollë o Kolë Shllaku, entrato giovanissimo nel collegio dei francescani a Scutari, divenne membro dell’Ordine dei Frati Minori, assumendo il nome di fra Gjon (ovvero Giovanni). Ordinato sacerdote nel 1931 in Belgio, rientrò in Albania e si dedicò all’insegnamento, all’attività accademica e alla lotta dialettica contro le ideologie del marxismo e del fascismo. Venne arrestato durante l’inverno del 1945 e sottoposto a un processo-farsa. Venne quindi condannato a morte per fucilazione insieme ai padri gesuiti Giovanni Fausti e Daniel Dajani, al seminarista Mark Çuni e ai laici Gjelosh Lulashi, Qerim Sadiku: la sentenza fu eseguita il 4 marzo 1946 presso il cimitero cattolico di Scutari. Insieme ai suoi compagni di martirio, è stato incluso nell’elenco dei 38 martiri albanesi beatificati il 5 novembre 2016 a Scutari.



Francescano di nazionalità albanese
Nikollë o Kolë (albanese per Nicola) Shllaku nacque a Scutari in Albania il 27 luglio 1907. Sin dalla scuola elementare frequentò il collegio tenuto dai Frati Minori nella sua città. Entrò come postulante del medesimo Ordine nel convento di Troshan, a quindici anni; con la professione religiosa assunse il nome di fra Gjon (in italiano Giovanni).
Venne mandato per gli studi teologici in Olanda, dove venne ordinato sacerdote nel 1931. In seguito, dal 1932 al 1936, frequentò la facoltà teologica di Lovanio, conseguendo il dottorato in Teologia.

Patriota e accademico
Rientrato a Scutari, insegnò Filosofia e Francese al liceo Illyrikum, del quale tempo prima era stato allievo a sua volta. La sua caratura intellettuale e spirituale lo rese ben presto noto tra i suoi studenti e non solo.
Con l’occupazione italiana dell’Albania, scelse la via dell’esilio in Jugoslavia. Un anno dopo rientrò in patria, assumendo la direzione della rivista «Hylli i Drites» («Stella del Mattino»). Nei suoi articoli, apertamente polemici, segnalava i rischi delle ideologie marxiste e fasciste. Ciò nonostante, invitava i suoi giovani studenti alla resistenza non violenta e a non cedere alla vendetta.
Alla morte, nel 1940, di padre Gjergj Fishta, esponente di spicco del francescanesimo albanese, padre Gjon prese il suo posto come capo morale della comunità religiosa. Organizzò quindi un ciclo di conferenze sul materialismo marxista, dove rispondeva punto per punto alle controversie, restando fedele all’insegnamento della Chiesa.

Gli inizi della persecuzione
La situazione politica albanese, intanto, cominciava a mutare con la presa del potere da parte di Enver Hoxha e con la persecuzione, sempre più palese, verso i credenti di tutte le fedi. L’accanimento era particolarmente feroce, tra i cattolici, verso i gesuiti e i francescani; questi ultimi erano tenuti di mira per i loro tentativi di consolidare l’anima popolare albanese.
Padre Gjon aveva subito intuito le mire del nuovo regime ed era stato avvisato da alcuni cattolici, aggregati ai comunisti per paura o ambizione, che il suo nome era nella lista dei sacerdoti da uccidere. Ai giovani che lo circondavano in cerca di consigli poté quindi rispondere: «Ora questo sarà il mio cammino e non sarò né il primo né l’ultimo, sfortunatamente. Preghiamo affinché Dio ci dia la forza e il coraggio per affrontare il martirio».

L’arresto e il processo
Il pretesto per metterlo a tacere si verificò quando venne scoperta l’Unione Albanese, che altro non era se non lo pseudonimo con cui due studenti del Seminario di Scutari, Mark Çuni e Gjergj Bici, avevano firmato alcuni volantini con cui avevano cercato di contrastare la propaganda comunista. Inizialmente stampati in proprio di nascosto col ciclostile del Seminario, vennero poi emessi dalla tipografia dei frati; tuttavia, nessuno dei superiori, sia gesuiti sia francescani, ne era al corrente.
Padre Gjon venne quindi arrestato durante l’inverno del 1945. Dopo settimane di torture, nel gennaio 1946, insieme ad altri prigionieri, venne sottoposto a un processo che, in realtà, aveva la conclusione già scritta.
Le accuse che gli vennero rivolte erano quella di essere a capo dell’Unione Albanese, di collaborare con la resistenza degli abitanti delle montagne a nord del Paese e di pianificare la fondazione della Democrazia Cristiana albanese. In più, si aggiungeva la presunta organizzazione del “Complotto Nero” ai danni del governo, in complicità col Vaticano, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti.

Il martirio
Il 22 febbraio 1946 vennero lette le sentenze. Otto furono i condannati a morte per fucilazione: padre Gjon Shllaku, padre Giovanni Fausti, padre Daniel Dajani, i seminaristi Mark Çuni e Gjergj Bici, i laici Gjelosh Lulashi, Fran Mirakaj e Qerim Sadiku. Gli altri furono invece destinati al carcere, per un periodo che poteva andare dai cinque anni all’intera vita, di fatto, se avessero anche minimamente trasgredito. Per Gjergj Bici la sentenza venne poi cambiata in anni di lavori forzati, mentre Fran Mirakaj risulta che sia morto nel settembre 1946.
All’alba del 4 marzo, i sei rimasti furono trasportati al cimitero cattolico di Scutari, luogo della loro esecuzione. Alle 6 in punto venne dato l’ordine di fare fuoco agli otto soldati del plotone, armati di mitragliatrici.
Padre Gjon pronunciò quindi le sue ultime parole: «Date il mio addio ai miei fratelli francescani e a tutti coloro che conosco e che mi conoscono». Il grido comune dei condannati fu: «Viva Cristo Re! Viva l’Albania!».

La fama di santità e la beatificazione
Con il crollo del regime e la ripresa delle attività religiose alla luce del sole, nel corso di una cerimonia organizzata il 28 febbraio 1993 dal governo democratico albanese, gli venne conferito il titolo di «martire della democrazia».
Nell’elenco di 38 martiri uccisi sotto il regime comunista in Albania e capeggiati dal vescovo Vincenç Prennushi, anche lui francescano, figurano pure padre Gjon Shllaku e i suoi compagni. Sono stati tutti beatificati il 5 novembre 2016 nella piazza davanti alla cattedrale di Santo Stefano a Scutari.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto il 2016-10-20

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