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Beato Miguel Beato Sánchez Sacerdote e martire

10 settembre

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La Villa de Don Fadrique, Toledo, 10 aprile 1911 - 10 settembre 1936

Miguel Beato Sánchez, sacerdote della Diocesi di Toledo, fu vicario presso la parrocchia dell’Assunzione della Vergine Maria a La Villa de Don Fadrique. Fedele braccio destro del parroco don Francisco López-Gasco Fernández-Largo, si spese accanto a lui per i giovani, i contadini e gli ammalati. Catturato dai miliziani comunisti, dopo quattro giorni di torture venne ucciso a colpi di bastone il 10 settembre 1936, mentre professava la sua fede in Cristo Re. È stato beatificato a Roma il 28 ottobre 2007, insieme al suo parroco e ad altri quattrocentonovantasei martiri della guerra civile.



Il 10 aprile 1911 a La Villa de Don Fadrique, precisamente in Calle Toledo 3, nacquero due gemelli: Miguel e Domingo, figli di Miguel Beato López e Andrea Sánchez Villanueva. I coniugi, cristiani devoti ed abili lavoratori, ebbero in tutto sette figli: Juan, Maria Esperanza (morti giovani), Miguel, Domingo (morto a tre anni d’età), Maria Teresa, Maria Dolores e Jesús.
Due giorni dopo la nascita, Miguel venne battezzato nella chiesa parrocchiale del paese, dedicata all’Assunzione della Vergine Maria. Lì completò la sua iniziazione cristiana ricevendo, come d’uso all’epoca, prima la Cresima, per mano del Vescovo ausiliare di Toledo monsignor Juan Bautista Luís Pérez, il 14 giugno 1916, poi, nella primavera de 1917, l’Eucaristia.
A casa era sempre pronto ad ubbidire ai genitori e ad accollarsi i favori che venivano chiesti ai suoi fratelli, quando questi si rifiutavano di compierli.
La religiosità della famiglia fu terreno fertile per numerose vocazioni: le tre figlie femmine entrarono nell’Istituto Secolare “Alleanza in Gesù per Maria”, fondato da padre Antonio Amundarain, mentre Miguel sentiva da tempo l’attrazione verso il sacerdozio. Sua sorella Maria Teresa ha raccontato che lo vedeva giocare a celebrare la Messa, usando due bavaglini a mo’ di casula, presso gli altarini che costruiva in giro per casa. I nonni e gli zii speravano che Juan, il primogenito, entrasse in Seminario, ma quando costui dichiarò di non averne l’intenzione, Miguelillo, come lo chiamavano i suoi cari, intervenne: «Io, nonna, io sarò prete!».
Nel 1923 giunse a La Villa un giovane e zelante sacerdote, che si accorse subito delle inclinazioni di Miguel, all’epoca dodicenne; dopo averlo preparato con cura, lo condusse presso il Seminario Minore di Toledo, intitolato a san Tommaso di Villanova. Il ragazzo si fece notare subito per la sua religiosità, ma anche per il suo buon carattere, che l’aiutò a farsi molti amici. Inoltre, se vedeva qualche compagno in difficoltà, era subito pronto ad aiutarlo. Per quanto riguarda il suo percorso di studi, frequentò lodevolmente quattro anni di Latino e Umanità, tre di Filosofia e cinque di Teologia.
Venne poi il momento di ricevere i vari gradi dell’Ordine Sacro: il 20, 21 e 22 dicembre 1934 la Tonsura e gli Ordini Minori, mentre il 16 giugno 1935 fu la volta del Suddiaconato. Tutti gli furono impartiti dal cardinal Isidro Gomá y Tomás, Arcivescovo di Toledo e Primate di Spagna. Benché avesse completato gli studi per tempo, non poté ricevere gli Ordini Maggiori nel 1935 perché avrebbe dovuto compiere il servizio militare, ma venne riformato alla visita medica. Trascorse il periodo d’attesa forzata dedicandosi a risistemare la biblioteca dell’Arcivescovo, che lo ringraziò omaggiandolo di alcune sue opere letterarie.
Finalmente venne il momento giusto: l’8 marzo 1936 Miguel divenne diacono e l’11 aprile, un giorno dopo il suo compleanno, sacerdote. Fra i suoi compagni d’ordinazione ce ne furono due, suoi compaesani, che come lui incontrarono il martirio: don Ambenio Diaz-Maroto e don Telesforo Hidalgo.
Don Miguel celebrò la sua Prima Messa il 21 aprile, all’altar maggiore della sua parrocchia nativa. Nonostante concelebrassero una ventina di sacerdoti, non poté fare la Messa cantata, dato che in paese tirava già aria di rivoluzione. La sua gioia, però, era ugualmente immensa. Tre giorni prima, il 18, aveva ricevuto la sua prima destinazione: vicario nella medesima chiesa, per assistere il parroco, don Francisco López-Gasco Fernández-Largo.
Iniziò subito il suo ministero, con l’unico scopo di portare a salvezza le anime che gli erano state affidate. Lavorò instancabilmente con i giovani della locale Azione Cattolica ed organizzò spettacoli teatrali, conferenze religiose e ritiri spirituali solo per far sì che i suoi fedeli avessero la vita in abbondanza. Era anche molto attento alla catechesi e trascorreva lunghe ore nel confessionale. Per aiutare i lavoratori nei campi, andava personalmente a portare loro l’Eucaristia e visitava frequentemente gli ammalati.
Con lo scoppio della guerra civile, il 18 luglio, la chiesa venne chiusa. Il parroco affidò a don Miguel il compito di custodire in casa propria le Sacre Specie, in modo tale da poter continuare a comunicare i fedeli e ad assistere i bisognosi. Il 3 agosto, però, don Francisco venne catturato e, sei giorni più tardi, ucciso. Il giovane vicario avvertì che presto sarebbe giunta la sua ora: celebrò la sua ultima Messa proprio nel giorno in cui il suo confratello otteneva il martirio.
Ogni giorno, ha dichiarato la sorella Maria Teresa, lo vedeva pregare in ginocchio, prima con un Padre nostro, poi con queste parole: «Signore, se hai bisogno della mia vita per salvare la Spagna, eccola. Che io sia vittima, mai traditore».
A chi l’invitava a smettere la talare e nascondersi in abiti civili fra i contadini, rispose: «Non me la toglierò finché non si tingerà di sangue». Quando seppe che quella di don Francisco era stata oltraggiata dai miliziani, accettò di togliersela a malincuore, indossando però un grembiule per non andare vestito come la gente comune.
Quando seppe che il Santissimo Cristo del Consuelo, patrono di La Villa, fu tra le prime immagini ad essere profanate, commentò amaramente: «Il meglio da farsi è radunare tutto e bruciarlo per evitare una simile profanazione».
Al mattino del 5 settembre 1936, i miliziani vennero a cercarlo in casa sua: si presentò loro spontaneamente. A mezzogiorno tornò a casa per mangiare, come pure l’indomani, ma dopo il 6 i suoi familiari non lo rividero più: era iniziata la sua Passione. Don Miguel fu sottoposto ad un interrogatorio, ma le sue uniche risposte erano: «Sì, Dio c’è, credo in Dio» e «Viva Cristo Re». Venne poi rivestito come ad impersonare Gesù in una rappresentazione della Via Crucis e schernito dai suoi persecutori.
Costretto ad un nuovo interrogatorio, non si comportò diversamente, perciò fu gettato in un porcile e gli venne tagliata la lingua, dato che si rifiutava di pronunciare bestemmie. Quelli che gli portarono da mangiare l’insultarono: «Su, chiama il tuo Dio, che tanto ami e che ti è vicino. Perché non viene ad aiutarti?».
L’8 settembre fu condotto presso un’altra abitazione, dove si oppose a chi voleva fargli oltraggiare il Crocifisso. Due giorni più tardi, riferisce una testimone oculare, gli esecutori lo stavano dando per morto, ma, quando l’udirono sospirare: «Ah, Dio mio!» lo riempirono di bastonate, finché ebbe appena la forza di pronunciare: «Ah, madre mia!».
Venne seppellito in un campo detto “La Veguilla”, vicino alla città, con una mano stretta a pugno lasciata scoperta. Un pastore lo ritrovò grazie a quel segno, divorato probabilmente dai cani.
Nel 1939 i suoi resti mortali furono esumati e traslati nel presbiterio della chiesa dell’Assunzione a La Villa de Don Fadrique.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto il 2012-10-02

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