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Serva di Dio Luisa Guidotti Mistrali Laica consacrata

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Parma, 17 maggio 1932 - Mutoko, Zimbadwe, 6 luglio 1979


Davvero non è nata con l’aureola: da piccola è capricciosa e dispettosetta come la stragrande maggioranza dei bambini; fa valere la sua primogenitura sui fratellini con tutta una serie di piccoli privilegi; studia e riesce bene a scuola, ma colleziona brutti voti, come tutti, nelle materie che non le piacciono; è disordinata, quasi mai puntuale, anticonformista, esuberante e un po’ “sopra le righe” tanto che da tutti (o quasi) è ritenuta inadatta per la vita missionaria. Tutti questi “difetti” non impediscono a Luisa Guidotti Mistrali di fare della sua vita un capolavoro di carità, a cominciare dalla scelta di rinunciare alla nobiltà ed al patrimonio ingente della sua famiglia (sua madre è una baronessa parmigiana, la famiglia paterna è proprietaria da quattro secoli del castello di Fabbrico, in provincia di Reggio Emilia). Cresce e si forma nell’Azione cattolica, scalando pian piano tutti i gradini della “gerarchia”  associativa della Gieffe, dove rivela le sue doti di leader carismatico. Non è azzardato dire che proprio lì, con la soda preparazione spirituale che riceve, impara a fare della sua vita un dono ed a mettere a disposizione degli altri quello che è e quello che ha. Così, dopo la maturità, tra le varie professionalità che potrebbe acquisire, sceglie di laurerasi in Medicina, ritenendo in tal maniera di poter meglio servire il prossimo. aderisce all’Associazione femminile Medico Missionaria, si laurea nel 1960 e si specializza due anni dopo in radiologia: per poter andare presto in missione ad aiutare i più poveri tra i poveri.  il 10 agosto 1966 parte per la Rhodesia (attuale Zimbawe), dove viene destinata ad un ospedale del Nord.  Tre anni dopo arriva nella povertà estrema di Mutoko, sede di un ospedale ancora costituito da capanne in paglia e fango. Sono gli amici italiani ad aiutarla a trasformare quelle misere costruzioni in più solidi edifici in muratura, che già nel 1971 riescono ad accogliere 5600 malati e registrano 430 nascite. Luisa vive e respira il clima di segregazione razziale in cui il regime ha fatto precipitare il paese, avvertendo i contraccolpi del conflitto armato che contrappone l’esercito regolare ai locali gruppi marxisti. Nel 1976 viene arrestata dalla polizia con l’accusa di aver curato un ragazzo, presunto guerrigliero, rischiando la condanna a morte per impiccagione. Viene assolta per le forti pressioni esercitate dalla Santa Sede e dal governo italiano, ma intanto la sua vicenda ha assunto rilevanza internazionale, anche perché il suo ospedale è rimasto per due mesi senza medico.  Torna al lavoro come se nulla fosse, incurante dei pericoli e rifiutando di prendere ogni precauzione. «Prega perché la Santissima Trinità mi riempia completamente e il rapporto con gli altri sia di continua, umile donazione», chiede agli amici, lasciando trasparire il livello di eroismo e di donazione cui è arrivata. “Mi godo questa vita missionaria per cui il Signore mi ha fatto”, scrive in Italia, dimostrandosi gioiosamente ed umilmente felice della scelta dei poveri che ha compiuto e rivelando: “in missione la vita è semplice e piena di gioia. Il lavoro è molto e qualche volta sono stanca, ma non cambierei questa vita con nessun'altra”.  Sta crescendo in lei un rapporto di fiduciosa confidenza in “Papà-Dio” che “mi ama e mi accetta così come sono, nonostante la mia povertà”, diventando ogni giorno più consapevole che “quello che è importante è vivere in sincerità, nella nostra limitatezza, davanti al Signore e lasciarsi umilmente guidare da Lui che non ha per niente bisogno di grandi mezzi per fare grandi cose. Anche strumenti poveri come Luisa, se docili, sono sufficienti per Lui “. Il 6 luglio 1979 Luisa accompagna con l'ambulanza una partoriente a rischio: da sola, per non mettere a rischio la vita di altri. Sulla via del ritorno, viene fermata ad un posto di blocco dall'esercito governativo. All'improvviso, partono due raffiche di mitra da entrambi i lati della strada e un proiettile colpisce la dottoressa, recidendole l'arteria femorale e provocandone la morte per dissanguamento. Nel 1988 il vescovo di Modena fa traslare i suoi resti in cattedrale e nel 1996 avvia la sua causa di canonizzazione. Se risulterà difficile dimostrare che Luisa è stata uccisa in odium fidei, certamente non lo sarà dimostrare il suo martirio per la carità. Come aveva scritto un giorno: “è bello darsi ogni giorno un po’ di più, essere completamente e con fiducia nelle mani del Padre e chiedere, allo Spirito Santo che è in noi, di insegnarci a fare la volontà del Padre.”

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Luisa nacque a Parma il 17 maggio 1932, da Camillo Guidotti, ingegnere capo dell’Ufficio Erariale e dalla baronessa Anna Mistrali. Da giovane visse anche a Fabbrico e durante la guerra a Cogolonchio, una frazione di Fidenza. Nel 1947 la madre morì stroncata da un male incurabile e la famiglia si trasferì definitivamente a Modena dove la zia materna, Maria, si prese cura dei nipoti. Luisa si formò spiritualmente nell’Azione Cattolica, dirigendo la Gioventù Femminile della propria parrocchia. Si iscrisse alla Facoltà di Medicina, desiderosa di servire il prossimo, specialmente nei paesi poveri. Si laureò nel 1960. Nel 1957 aveva conosciuto l'Associazione Femminile Medico Missionaria fondata tre anni prima, sostenuta da Monsignor Montini, futuro Papa Paolo VI. Il 10 agosto 1966 partì per la Rhodesia (attuale Zimbadwe) con destinazione un ospedale del Nord, nel territorio nell’attuale Zambia. Successivamente fu inviata a Salisbury, fino al 1969, quando venne assegnata definitivamente all'ospedale "All Souls" di Mutoko, una città estremamente povera. Luisa fu medico, ma ebbe anche la preoccupazione di istruire la popolazione all’educazione sanitaria. Periodicamente si recava nel lebbrosario di Mutema. Negli anni, grazie al contributo di amici, riuscì ad ampliare l'ospedale con edifici in muratura al posto delle preesistenti capanne. Avviò una scuola per infermieri ed un orfanotrofio. Nel 1971 l'ospedale accoglieva 5600 malati e registrava 430 nascite. La Rhodesia, a partire dal 1975, dopo la proclamazione della repubblica avvenuta nel 1968, fu retta da un regime che applicò una politica di segregazione razziale, con conseguente conflitto armato tra marxisti ed esercito e isolamento internazionale. La guerra si concluse con la vittoria dello schieramento delle forze antigovernative. Luisa fu arrestata dalla polizia per aver curato un guerrigliero ferito, rischiando la condanna a morte per impiccagione. Rilasciata dopo quattro giorni, fu tenuta per due mesi in libertà provvisoria vicino a Salisbury. Il fatto ebbe risalto internazionale. Il suo ospedale rimase in quel periodo senza un medico. La situazione divenne sempre più pericolosa e molti missionari furono costretti a partire. Luisa subì minacce, ma non volle abbandonare l'ospedale e rimase accanto alle "sue" infermiere africane. Nel luglio 1979, dovendo accompagnare in ambulanza una donna all'ospedale per un parto difficile, volle andare sola perché il viaggio era rischioso. Al ritorno fu fermata dall'esercito governativo nei pressi di Lot. A causa di alcune raffiche di mitra, venne ferita da un colpo che le recise un'arteria femorale. I funerali, celebrati nella cattedrale, videro la commossa partecipazione di tutta la popolazione. Successivamente vennero celebrati a Roma e nel duomo di Modena, quindi fu sepolta nel cimitero di Fabbrico fino al 1988 quando la salma fu traslata nel Duomo modenese.
In alcune lettere Luisa offre pensieri che delineano una missione chiara e l’offerta totale della propria esistenza: “Il lavoro è molto, ma sono veramente contenta, contenta come non lo sono stata mai. La strada per arrivare qua non è stata né facile, né corta, ma in questo angolo d’Africa il Signore mi ricompensa di tutto”. “In questi giorni ho avuto contatti con vecchi amici europei. …. Com’è facile essere accecati dai propri interessi. Come è facile non riuscire a vedere le evidenti sofferenze e i diritti degli altri. Come è difficile specialmente rendersi conto della portata sociale dei propri egoismi e delle corresponsabilità di certe ingiustizie”. “C’era un malato e l’abbiamo curato. È bastato mettere in pratica una volta tanto il Vangelo per far muovere tutto il mondo… dobbiamo imparare a mettere in pratica il Vangelo sempre”.
Dal 1996 è in corso la causa di beatificazione. A Luisa è stato intitolato l’ospedale di All Souls dove, in un cippo, è stato scritto: “Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici” (Gv. 15,13).
Il 23 novembre 2013 l’Arcivescovo Antonio Lanfranchi ha chiuso la fase diocesana per la sua beatificazione.


Autore:
Daniele Bolognini

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Aggiunto/modificato il 2013-09-01

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