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Card. Giuseppe Gamba Arcivescovo di Torino

Testimoni

San Damiano d’Asti, Asti, 25 aprile 1857 - Torino, 26 dicembre 1929


Nella borgata S. Giulio di S. Damiano d’Asti, il 25 aprile 1857 nacque Giuseppe Gamba, figlio di mezzadri che lavoravano la terra dei conti Nuvoli. A sette anni, con due sorelline più piccole di lui, perse il papà. La mamma, con un gruzzolo di risparmi, comperò una casetta al bricco Scapparino e vi si trasferì, vedova con tre bambini, a provvedere pane e educazione a ciascuno di loro.
Giuseppino cresceva buono e sempre più intraprendente. Amava studiare e portava i libri seco, pascolando la mucca nel prato. In casa, faceva le tagliatelle, spaccava la legna e accendeva il fuoco nel camino. Stava in campagna a lavorare con la mamma, ma lo affascinava la chiesetta del suo borgo con la Presenza di Gesù e il cappellano che gli parlava di Lui e della vita spesa per Lui solo.

"Il bersagliere"

"Mamma, voglio farmi prete", disse un giorno alla mamma, al termine delle elementari. Si sentì rispondere: "E dove trovo i soldi per gli studi?". Ma capitò don Bosco a S. Damiano, ospite dei conti Nuvoli, e il ragazzo seguì "l’apostolo dei giovani", per un anno a Torino, imparando da Lui lo stile di dedizione a Gesù e ai giovani, per condurli a Gesù. Nel 1871, entrò nel Seminario di Asti, dove un giovane sacerdote, don Giuseppe Marello, segretario del Vescovo Mons. Carlo Savio, si sobbarcò con generosità a pagargli la retta e a stargli vicino, come un padre.
Giuseppe si distinse per intelligenza, sano equilibrio, impegno negli studi, per la sua affezione a Gesù Eucaristico e alla Madonna, per il cuore grande e buono, in primo luogo verso i più piccoli cui faceva da assistente, aiutandoli in ogni modo. Quando vestì l’abito talare, subito soprannominato "il pretino", era un incanto da parte di ragazzi e di adulti, seguire le sue lezioni di catechismo nelle parrocchie di S. Secondo e della Cattedrale. Don Giuseppe Marello, che intanto dava vita alla sua Congregazione degli Oblati di S. Giuseppe, era la sua guida verso l’altare.
Il 18 settembre 1880, il Vescovo Mons. Savio, in duomo, ordinava Giuseppe Gamba, sacerdote di Gesù in eterno. Il "don Giuseppino", perfeziona gli studi e il 1° novembre 1881, è assegnato come vice-parroco in Cattedrale. Da quel giorno, nessuno lo fermò più, anzi qualcuno, pensando al suo impegno di farsi tutto a tutti e al suo cognome, prese a chiamarlo "il bersagliere", come si usa spesso tra i preti: darsi un "nomignolo", più o meno amabilmente! Prima di tutto, il catechismo ai ragazzi e la formazione dei giovani, quindi le visite ai malati, ai poveri, ai carcerati; predicatore di missioni al popolo, collaboratore di don Marello, nella sua "scuola di catechismo". Il 7 novembre 1884, 27 anni, ma stimatissimo dal nuovo Vescovo, Mons. Ronco, un tipaccio rude e facile a "scaldarsi", don Giuseppe è nominato parroco della Cattedrale.
Organizza subito, stile Marello, una scuola di catechismo, frequentatissima da bambini e ragazzi, presto conosciuta in tutta Italia e additata a modello al 1° Congresso catechistico nel 1889 a Piacenza, davanti a Vescovi e Cardinali. Per lui, il catechismo è la via regale per condurre le anime, fin dalla più tenera età, a contatto con Gesù vivo, nella Confessione e nella Comunione frequente, segreto di vera santità, Lui, don Gamba, è un vero "catecheta" e la sua istruzione domenicale ai fedeli, è seguita anche dai Canonici del duomo, in cappa magna, i quali, dopo, commentano: "Ah, l’è prope brav!" (è proprio bravo, detto dai canonici, è il massimo).
Sempre disponibile alle confessioni e alla direzione spirituale in duomo, e dovunque è chiamato, si prende cura degli Oblati di S. Giuseppe nascenti, dell’Opera Pia Caisotti, del "Michelerio", vera cittadella dei giovani più poveri, del suo seminario. Raccoglie le ragazze migliori di Asti nella "Compagnia dell’Immacolata" e ne fa un vivaio di vocazioni religiose, di consacrate nel mondo, di ottime mamme di famiglia. Insegna "pastorale" in Seminario, meritandosi l’elogio dai chierici e dai colleghi: "Gamba è dolce come S. Francesco di Sales e zelante come S. Carlo Borromeo". Aiuta molti giovani ad arrivare al sacerdozio, innamorandoli di Gesù, Eterno Sacerdote.
Nel 1899, il Vescovo diocesano di Asti, Mons. Giacinto Arcangeli, lo nomina Vicario generale: lui si prefigge di creare in diocesi un clima di bontà e di collaborazione, al servizio delle anime.

Nel paese dei "brucia-Cristi"

La sera dell’11 agosto 1901, tutte le campane di Asti suonano a festa e il cielo si illumina di fuochi d’artificio. E’ giunta la notizia che Don Giuseppe Gamba, parroco del duomo e Vicario generale, è stato nominato Vescovo di Biella. Lui, nella sua cameretta, piange e lungo, poi scappa dalla sua mamma a farsi consolare. Consacrato da Mons. Arcangeli, il 25 maggio 1902 entra a Biella. Si affida alla Madonna, andando a venerarla nel suo Santuario di Oropa, quindi intraprende la visita pastorale, in tempi difficili, tra gli errori e le tensioni seminate dal socialismo e dal laicismo liberale.
In un paese, per impedire il suo arrivo, bloccano la strada con filo spinato. Un vecchietto con le forbici lo recide e il Vescovo passa. In un altro paese, fischiano il corteo del Vescovo. Lui dice a voce alta: "Ebbene io fischierò i fischiatori". A Cossato Biellese, gli abitanti erano detti i "brucia cristi" per l’avversione di molti alla fede. Il sindaco invita la gente a disertare la visita pastorale. Ma monsignore arriva a Cossato con la vettura scoperta: "Nessuno penserà che io abbia paura". In chiesa, i ragazzi lo attendevano per la Cresima, e c’erano pure le loro mamme. Uomini pochi, quasi nessuno. Alla fine della Messa, si rivolse alle donne: "Andate a casa e chiamate i vostri uomini e dite che ho tanto piacere di parlare con loro".
Alla Messa delle undici, la chiesa si riempie di uomini. Dopo il Vangelo, il Vescovo sale sul pulpito e sorridendo domanda: "Chi di oi non si è mai chiesto: Chi sono io? Da dove vengo, dove vado? Perché vivere un po’ di anni, poi morire? E’ un uomo chi non si domanda mai queste cose?. Nessuno risponde. "Ebbene, continua il "bersagliere", parlerò io e alla fine mi direte se ho ragione o torto". Con linguaggio facile e suadente, parla di Dio come unico senso della vita, dell’eternità che ci aspetta, di Gesù e della gioia di seguirlo, come l’unico Salvatore. "Che ve ne pare? Ho detto bene?". Gli rispondono: "Ha detto bene. E’ così!". "Dunque, conclude, fate quello che avete riconosciuto vero e giusto".
Tornerà a Cossato 25 anni dopo, come Cardinale al Congresso eucaristico. All’ingresso del paese, un ragazzo gli dirà: "Noi di Cossato ci chiamano i brucia-Cristi. Ma ora vogliamo bruciare di amore per Lui, Gesù Cristo!".
A Biella, alla cima dei suoi pensieri, c’è la gioventù da strappare al socialismo dilagante, al vizio che acceca e dispera. Rimedio: il catechismo, la preghiera, la Confessione e la Comunione frequenti, secondo lo stile di S. Pio X, allora regnante.
Il quale, stimandolo molto, il 16 dicembre 1906, lo manda Vescovo a Novara.

"Con Cristo, non si muore"


Nella feste centenarie di S. Gaudenzio, patrono di Novara, lancia la sua parola d’ordine: "Salviamo la gioventù". Mentre dilaga il modernismo, vigila, come maestro e padre, affinché in primo luogo i preti rimangano fedeli alla santa Tradizione Cattolica, al Credo professato che non si può mai aggiornate né modernizzare. Chiese obbedienza e concordia, ma offre sempre amore e coraggio. Vuole che la Chiesa sia vicina a chi lavora e a chi soffre, lui che era cresciuto nutrito di polenta e di lavoro duro nella campagna di S. Damiano d’Asti. A Gozzano, dove tieni i ritiri per gli operai, capitano per la sua opera, veri miracoli della Grazia di Dio.
Durante la 1ª guerra mondiale, Mons. Gamba non si allinea alla gazzarre interventiste che ritengono la guerra un gioco da bambini. In prima persona lavora per la pace, sulla scia di Benedetto XV, considerando in accordo con il Papa, quella guerra tra le genti d’Europa, soltanto "un’inutile strage". Per questo tutte le volte che sale sul pulpito, uomini della polizia sono mandati a controllare quel che dice: "E’ un disfattista, è anti-patriota", lo beffeggiano, ma lui è soltanto un uomo di Dio. Tutto mette a disposizione – e vuole che i suoi parroci facciano altrettanto – denaro, tempo, energie, case, per sollevare soldati, feriti, famiglie, orfani. Ai parroci grida in nome di Gesù: "Non abbandoniamo i bambini, gli orfani. Vedete, fratelli, è sempre stato così: i potenti rompono e distruggono; la Chiesa ricostruisce!".
Nello stesso tempo, promuove un nuovo impegno nella società da parte del laicato: l’Azione Cattolica, come l’hanno pensata il B. Pio IX e Pio XI, in prima linea per portare Gesù nella società, per educare i giovani, gli operai, per costruire un mondo cristiano. Per i giovani vuole oratori e circoli giovanili, come ha imparato da don Bosco. Nel 1920, ha tenuto all’isola di S. Giulio sul lago d’Orta la prima "Settimana sociale" dei cattolici, nel dopo-guerra.
Nel 1921, i socialisti, nei comuni dove sono risultati vincitori alle elezioni, stabiliscono che il Crocifisso sia tolto dalle scuole. Al richiamo autorevole di Mons. Gamba, parroci, giovani, ragazzi si mobilitano in chiesa, per le strade, sulle piazze, nei luoghi di lavoro, con la preghiera, la protesta, la propaganda. Trentamila copie di un foglio battagliero con il titolo "Cristo deve restare nelle scuole", vengono diffusi per tutta la diocesi. La 1ª domenica di gennaio 1921, nel freddo e nella nebbia, Novara è invasa dai giovani cattolici. Partecipano alla Messa con la Comunione, celebrata dal loro Vescovo, poi si spargono nei sobborghi più "rossi" della città, entrano nelle osterie, affrontano a viso aperto propagandisti rossi e assessori del comune. Quello che si fa a Novara, si fa altresì in altri centri. I milanesi telegrafano congratulandosi. I ragazzi di Novara, guidati da Mons. Gamba, rispondono loro: "Con Cristo non si muore, si vive".

Sulla cattedra di S. Massimo


Il Papa Pio XI che lo conosce e lo stima, il 4 maggio 1924 lo nomina Arcivescovo di Torino. Ha 67 anni, ma ricomincia da capo un’altra volta. Dal pulpito del duomo di Torino – la cattedra di S. Massimo – dice al suo popolo: "Vengo tra voi non per riposare, ma per faticare. Io mi abbraccio alla Croce di Gesù: ecco tutto il mio programma. Gesù Cristo e Lui crocifisso! Io mi stringerò a questo nostro Dio crocifisso e voi lasciatevi condurre tutti ai suoi piedi. Egli è la via, la verità e la vita. Seguendo Lui, non si sbaglia strada, ascoltando Lui, non si cammina nelle tenebre, possedendo Lui, si ha vera pace, che ci consola in vita, ci conforta in morte, ci fa eternamente beati in Cielo".
A Torino, tra le molteplici opere intraprese, dal restauro del duomo alla celebrazione del 1° Sinodo dei Vescovi piemontesi, dalla cura del Seminario e alle parrocchie, l’Arcivescovo, presto insignito della porpora da Pio XI, mette davanti a tutto l’educazione cristiana della gioventù, così da meritarsi, sia per i suoi trascorsi che per l’opera presente, il titolo bello di "Cardinale dei giovani". Nel suo cuore che tutto aveva provato e sofferto, i giovani, operai, studenti, universitari, lavoratori di ogni categoria, hanno la parte migliore. Ogni volta, che può, si reca volentieri in mezzo a loro, in città e nella diocesi. In mezzo a loro ha un amico stimato come un santo: PierGiorgio Frassati (1901-1925) oggi "beato". Sono suoi amici i sacerdoti esemplari quali don Allamano, don Luigi Boccardo, don Rinaldi, salesiano, don Paleari, oggi tutti "beati".
Uno dei suoi dolori più grandi, lo soffre il 4 luglio 1925, quando apprende che Pier Giorgio Frassati è morto a 24 anni, e ripete: "Potevo morire io al suo posto. Faceva tanto bene!". Nel 1927, inaugurando al "Cottolengo", voluto dal pade di PierGiorgio, in memori del figlio, il Cardinale afferma davanti a centinaia di uditori: "Verrà il giorno in cui la Chiesa, di questo giovane, dirà: ‘Osservatelo, imitatelo, invocatelo’. Io già lo prego, come intercessore". E’ lui stesso a chiedere a don Cojazzi, salesiano, maestro di PierGiorgio, di scrivere la prima biografia del giovane santo. Lui stesso diffonderà il libro, scrivendo: "PierGiorgio è un nuovo miracolo cristiano".
Nel 1929, il Cardinale dei giovani è stanco e sofferente. Nel tardo autunno sale a Oropa a pregare ‘la sua Madonna’ e passa a inginocchiarsi sulla tomba di PierGiorgio Frassati nel cimitero di Pollone, nonostante il diluvio d’acqua che cadde. Celebra con solennità il Natale in duomo, pensando ai giovani e ai poveri. All’alba del 26 dicembre 1929, in un attimo, va incontro a Gesù, che dalla sua nascita, sempre umile e povero e ardente, era stato l’unico Amore della sua vita.


Autore:
Paolo Risso

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Aggiunto/modificato il 2012-11-27

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