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Padre Pietro (Francesco) Turati Sacerdote francescano

Testimoni

Nuvolera, Brescia, 19 ottobre 1919 - Gelib, Somalia, 8 febbraio 1991


"Fino dal 1933 Francesco parlava della sua vocazione alla Famiglia Serafica del Poverello d’Assisi. E’ buono, ubbidiente, umile, pieno d’amore del Signore." Chi scriveva così era il parroco di Virle Treponti, nella lettera con la quale chiedeva al Superiore del convento francescano di Saiano, di accogliere tra i frati il suo "figliolo, del Circolo di Azione Cattolica", Francesco Turati.
Era nato a Nuvolera patria di un grande francescano: mons. Venanzio Filippini vescovo di Mogadiscio in Somalia. Monsignor Filippini aveva iniziato la vita missionaria in Libia fin dal 1913 assieme al vescovo di Tripoli di quel tempo, mons. Lodovico Antonelli, francescano anche lui e per giunta nato a Mazzano ad un tiro di schioppo da Nuvolera. Insomma, in questi paesi, questi personaggi erano di famiglia. Personaggi ammirati che vivevano in regioni lontane e inesplorate, e che ogni giorno dovevano necessariamente affrontare avventure pericolose per diffondere il Vangelo. Quando poi ogni tanto ritornavano in paese a ristorare le forze, i loro racconti facevano il giro delle case e, nelle omelie, i parroci raccomandavano ai loro fedeli di essere generosi con questi missionari e con le loro Missioni. Insomma per il giovane Turati la vocazione missionaria non era soltanto qualcosa che sentiva dentro di sé, ma era anche la inevitabile realizzazione di alcuni modelli di vita che aveva sotto gli occhi. Per questo aveva deciso di diventare francescano con una prorompente passione missionaria.
Il giorno dell’Assunta del 1940 il giovane Francesco indossò l’abito dei Frati Minori nel convento di Rezzato. Vestire l’abito dei Frati minori significa abbandonare gli usi e i costumi di prima. Una conversione che è stupendamente simboleggiata dal cambiamento di nome. Così Francesco assunse il nome di Pietro, perché tra quelle pietre il Signore gli aveva costruito la vocazione che niente e nessuno gli avrebbero mai strappato. Nelle note del Padre Maestro, oltre allo spiccato spirito di orazione e di devozione, sono costanti alcune valutazioni importanti: carattere fermo, docile verso i superiori, caritatevole verso i compagni, diligente nel lavoro.
Il suo desiderio di diventare missionario viene soddisfatto e il 21 agosto 1948, circa due mesi dopo la sua ordinazione sacerdotale, sbarca a Mogadiscio dove viene accolto dal vescovo Filippini che gli aprì le braccia e gli spiegò il campo di lavoro che lo attendeva: niente lebbrosi da curare, niente orfani da crescere, niente infedeli da convertire. Il novello missionario sarebbe diventato suo segretario e, dietro alla scrivania di un ufficio, avrebbe espletato tutte le pratiche della Missione che allora era in forte ripresa organizzativa. Non esattamente quello che aveva sognato, ma resistette. Era portato all’azione e solo il grande spirito di obbedienza lo potevano costringere dietro ad una scrivania.
Ma non per molto, perchè dal marzo 1951, lasciato l’incarico di segretario del vescovo, assunse via via la responsabilità di diverse stazioni missionarie. Potè quindi dedicarsi in particolare all’assistenza degli orfani, dei bambini abbandonati e dei poveri nonché all’insegnamento nelle scuole.
Le vicende politiche successive al 1 luglio 1960, data dell’indipendenza della Somalia, avevano preso una piega sfavorevole all’opera della missione che culmina con la nazionalizzazione di tutte le opere della missione e quindi dal giugno 1989 padre Turati si ritira definitivamente a Gelib e si mette a servizio del locale lebbrosario e dei bambini del brefotrofio governativo già appartenente alla Missione.
L’ultima volta lo videro il 28 dicembre 1990. Era giunto a Mogadiscio col suo furgone portando la salma di un italiano morto qualche giorno prima. Lo aveva portato per seppellirlo nel cimitero degli italiani. Un piccolo cimitero con poche croci, dove riposano i missionari francescani e le Suore della Consolata. Gli era morto fra le braccia abbandonato da tutti. Padre Pietro non se la sentiva di metterlo sotto terra in una buca qualsiasi. Doveva seppellirlo da cristiano, con una croce sopra. Ma dove si trovava, l’unica cassa da morto era la sua, quella che come tutti i missionari in Somalia, si era tenuta in serbo per il proprio funerale. Di fronte all’opera di misericordia del seppellire i morti, Padre Turati non riteneva più sua quella cassa. Doveva realizzare, forse senza rendersene conto, l’ultima esigenza del voto di povertà francescana: quella di non aver più nulla su questa terra.
L’8 febbraio 1991 padre Pietro veniva assassinato da ignoti davanti alla chiesetta della ex Missione di Gelib. In quei giorni erano in corso violenti scontri fra i soldati governativi e gruppi di ribelli.


Fonte:
www.cmdbrescia.it

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Aggiunto/modificato il 2013-04-13

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