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Serva di Dio Chiara De Castelbajac Giovane laica

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Parigi, 26 ottobre 1953 - Lauret, Francia, 22 gennaio 1975


Dei “sessantottini” (è nata nel 1953) incarna l’entusiasmo, le contraddizioni, le ribellioni, l’esuberanza  e i grandi ideali. Ultima dei cinque figli della famiglia De Castelbajac , Chiara vive i suoi primi anni a Rabat, in Marocco, ed è talmente innamorata di quella terra da restare scioccata quando nel 1959 deve ritornare con i suoi a Lauret, nel sud ovest della Francia. Carattere vivace, indole collerica, tempra d’acciaio, si fa notare per  i suoi capricci e le crisi isteriche, ma anche per la capacità di pentirsene subito e di chiedere scusa. I genitori, e soprattutto mamma, le fanno conoscere per tempo Gesù e la abituano a pregare. A quattro anni è sfiorata dalla morte per una infezione intestinale ed un’angina virale, ma appena si riprende sprizza allegria e vivacità da tutti i pori. Affettuosissima con i suoi, viene educata a “prendersi cura” degli altri e fin da piccolissima dimostra di avere a cuore tutti, soprattutto i lontani dalla fede. La contestazione sessantottina la coglie sui 15 anni ed è particolarmente dispiaciuta di constatare che con la sua forza distruttrice e rivoluzionaria si abbatta anche sulla Chiesa e le sue istituzioni. Si dimostra una ragazza tutta fuoco e piena di inventiva, che non a caso, qualche anno dopo, le amiche ribattezzeranno “dinamite”.  A renderla del tutto simile alle altre adolescenti arriva anche una piccola crisi religiosa e un certo desiderio di indipendenza. Esce dalla prima e riesce ad incanalare bene il secondo facendo esperienza con il dolore: prima la malattia di mamma, poi un intervento alla spina dorsale cui si sottopone per un problema di sciatalgia.  È un periodo estremamente faticoso, da cui però ne esce  “più matura e più grande”: perché la fede la sorregge e perché ha scoperto che “è bello vivere per far felici gli altri”.  Dopo la maturità vuole far la restauratrice, ma intanto diventa una ragazza dalla messa quotidiana, che nel tempo libero va a trovare ammalati ed anziani. Studiando sodo, si aggiudica uno dei tre posti disponibili per gli stranieri all’istituto Centrale per il Restauro di Roma, dove si trasferisce nel 1972, portandosi dietro quelli che ormai sono i punti fermi della sua vita: la corona del rosario (recitata, a mal partito, anche in metropolitana), la mezz’ora di lettura spirituale quotidiana, la messa. Resta profondamente delusa notando nelle amiche una ricerca del piacere ad ogni costo e la convivenza con partner anche solo occasionali. Si accorge, per via del suo indiscutibile fascino, di attirare i ragazzi come il miele le mosche, anche se non porta la minigonna e malgrado “spruzzi di freddezza e cattiveria quelli che sono da evitare”. Ed alla fine ci casca pure lei: non nell’amore facile o nel piacere a buon mercato, ma almeno nella vita spensierata, nelle pazze serate in spiaggia, nelle nottate allegre in compagnia. I primi a farne le spese sono i suoi studi e glielo fa rilevare uno zio, mettendole davanti il dispiacere che ne proverebbe il suo anziano papà. Tuttavia, a farla rinsavire, ci pensa inconsapevolmente un’amica, pronta a scommettere che di questo passo diventerà in breve atea come lei. Per Chiara è una sferzata salutare, che la fa ritornare in sé e la riporta al suo originario fervore. Nell’estate 1973 è nuovamente a Lourdes, l’anno dopo in Terra Santa. “Mi sto convertendo completamente”, scrive, accorgendosi del baratro in cui stava per cadere e imparando a “puntare tutto verso Dio e soltanto verso di Lui”. Un cantiere di restauro ad Assisi la immerge in un’atmosfera di profonda spiritualità: messa quotidiana, interi quarti d’ora di contemplazione, mentre si affina anche il suo talento di restauratrice a contatto con l’arte antica cui cerca di dare nuovo smalto. Scopre la sua vocazione nel “regalare la felicità a tutti quelli che avvicino e seminare la gioia”, mentre si accorge di dover “assolutamente rendere testimonianza a Dio nella gioia…non bastano le belle parole”. A casa sua per le vacanze di Natale 1974, vi appare come  trasfigurata e a mamma confida: “Sono talmente felice, che se morissi all'istante credo che andrei dritta in Cielo, poichè il Cielo è la lode di Dio, e io ci sono già!”. Il 30 dicembre è a Lourdes, prostrata nella Grotta, in un dialogo interminabile con la Vergine da cui esce come trasformata. Quattro giorni dopo le diagnosticano una meningoencefalite virale fulminante. Va in coma e muore il 22 gennaio 1975. Di lei, nel 1990, è iniziato il processo di beatificazione che a livello diocesano si è concluso nel 2008 e si è in attesa del giudizio della Congregazione dei Santi.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto/modificato il 2013-05-12

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