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Elisa Volpi Giovane laica

Testimoni

Birmingham, Regno Unito, 11 marzo 1903 Riomezzano di Fiorenzuola dArda, Piacenza, 30 maggio 1928

Elisa Volpi, figlia di un piccolo industriale del Piacentino, trascorse la sua vita cercando di restare fedele a quanto aveva imparato dalle suore Orsoline di Parma. Devotissima all’Eucaristia e alla Passione di Gesù, progettò una serie di iniziative con le quali intendeva esprimere il suo zelo. Fu anche iscritta all’Azione Cattolica Femminile, sebbene non avesse partecipato con costanza alle riunioni per motivi di salute.
Morì a causa di un’appendicite, degenerata in peritonite, presso Villa Gnocca a Fiorenzuola d’Arda, dopo le ore 20 del 30 maggio 1928.



Terzogenita del cavalier Bartolomeo Volpi, piccolo industriale, e di Giovanna Bernabò, Elisa venne alla luce l’11 marzo 1903 a Birmingham in Inghilterra, dove i genitori si trovavano per questioni di lavoro del padre. Il Battesimo le fu amministrato otto giorni dopo, dal sacerdote John Hughes, presso la parrocchia di San Pietro a Birmingham, perché si preferì aspettare che il padre tornasse da Dublino.
Sin dai suoi primi giorni non diede fastidio alla madre, dimostrandosi tanto tranquilla che la donna poteva portarla con sé a Messa tenendola in braccio. Quando ebbe sette mesi, morì il suo nonno materno, così la signora Giovanna dovette andare momentaneamente a vivere a Bedonia, in provincia di Parma, poi tornò in Inghilterra portando con sé il figlio Giovanni. Il trasferimento in Italia fu definitivo quando Elisa compì due anni: i Volpi, allora, si stabilirono a  Riomezzano di Fiorenzuola d’Arda, in provincia di Piacenza, presso Villa Gnocca, uno dei possedimenti del padre.
Lisetta, così la chiamavano in famiglia, diede subito prova di essere incline alle faccende religiose: quando la mamma la portava in chiesa e la faceva inginocchiare con le mani giunte, restava immobile come una statua. Inoltre, costruì un altarino in camera sua, davanti al quale pregava lei stessa, oppure metteva le sue bambole, o ancora, verso i cinque anni, invitava a pregare le sue piccole amiche.
Verso la fine del settembre 1909, la mamma l’accompagnò a trovare la sorella Romilda, che studiava presso il Collegio Sant’Orsola di Parma. La piccola rimase così incantata da quel luogo da obbligare praticamente la donna a ripartire da sola. Quando tornò a prenderla, se la vide correrle incontro chiedendole se le avesse portato il corredo.
Così, prima dei sei anni, Lisetta entrò in collegio. Naturalmente, era vivace e a volte capricciosa, ma, grazie all’educazione che riceveva, imparò a frenarsi. Appena possibile, andava a far visita a Gesù in cappella e si dispiaceva moltissimo quando le suore le raccontavano le vicende della sua Passione. Col tempo, iniziò a domandare con insistenza a tutti i sacerdoti che le capitava d’incontrare quando avrebbe potuto fare la Prima Comunione.
Quello era il suo pensiero ricorrente, tanto che, il giorno del suo settimo compleanno, domandò alla compagna più grande che le faceva da guida, poi Orsolina del Sacro Cuore (la denominazione con cui, dal 1920, sono note le Orsoline di Parma) col nome di suor Maria Giovanna Canali: «Adesso ho sette anni, potrò digiunare?».
Il raggiungimento di quell’età, però, non comportò che fosse ammessa alla Comunione insieme alle altre educande. Appena lo seppe, Elisa pianse così disperatamente che le suore decisero che giovedì 7 aprile 1910, avrebbe domandato lei stessa il consenso al Vescovo, che sarebbe venuto al Collegio per una visita. Così fu: lui rispose che anzitutto avrebbe dovuto prepararsi alla Cresima, che le avrebbe personalmente amministrato nella propria cappella privata; successivamente, si sarebbe accostata all’Eucaristia.
Perché ciò avvenisse, ovviamente, era necessario il certificato di Battesimo, che i Volpi non avevano. Bastava semplicemente chiedere al parroco di San Pietro a Birmingham, mediante un telegramma, se Elisa era stata battezzata secondo il rito della Chiesa Cattolica. La risposta affermativa arrivò alle 2:30 di notte del giorno dopo.
Il 18 maggio 1910, alle 8 del mattino, Elisa venne accompagnata in Vescovado da alcune suore, che rimasero colpite dall’atteggiamento che aveva. Tornata in Collegio, annunciò che da allora, per lei, sarebbe cominciata una nuova vita. La Prima Comunione tanto desiderata avvenne meno di un mese dopo, il 12 giugno, nella chiesa di San Rocco a Parma. Le sue educatrici e le compagne testimoniarono che i Sacramenti ricevuti la confermavano nel suo comportamento positivo e nel suo cammino di fede.
Al raggiungimento dei quattordici anni, dopo aver superato gli esami finali, Elisa avrebbe dovuto lasciare Sant’Orsola, ma supplicò i genitori di lasciarla lì almeno per tutte le vacanze. Abbandonare quel luogo, nell’ottobre 1917, le costò non poca sofferenza.
Rientrata a Villa Gnocca, si mantenne fedele al programma di vita che si era imposta, simile a quello del Collegio, a cui non concesse alcuna deroga. Nelle conversazioni con alcuni conoscenti, faceva valere i principi di fede a cui credeva, difendendo all’occorrenza la Chiesa e la religione e correggendo pacatamente chi non era d’accordo con lei.
Ogni giorno, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche, andava a piedi alla chiesa di Fiorenzuola, intitolata alle Sante Liberata e Faustina; se proprio non le era concesso, le restava il suo altarino, dove aveva un posto speciale santa Teresa di Gesù Bambino. Sul suo esempio, decise che sarebbe diventata Carmelitana.
Sotto pretesto di andare a trovare un’ex compagna di collegio, entrata nel Carmelo di Piacenza, chiedeva di parlare con la Superiora di quel convento. La madre, però, scoprì presto la verità e litigò furiosamente con Elisa, la quale ribatté: «C’è una mamma che comanda più di te e, se quella mamma mi vuole, non ci puoi far nulla». Il suo direttore spirituale, in sostanza, non era contrario, ma temeva che la ragazza avrebbe potuto essere respinta per motivi di salute.
Un giorno arrivò a Villa Gnocca un pacco piuttosto voluminoso, indirizzato a Lisetta. La signora Giovanna si ritenne in dovere di aprirlo per conto della figlia: conteneva il regolamento per l’accettazione nell’Ordine Carmelitano. Stupita nel leggere la severità della Regola, le diede fuoco, insieme alla lettera della Superiora che l’accompagnava.
Alcuni giorni dopo, Elisa domandò se fosse arrivata posta per lei. La madre dapprima titubò, poi svelò quanto aveva compiuto. La giovane dapprima ci rimase male, poi fece presente alla mamma che, così facendo, aveva offeso la Superiora, così le suggerì di scrivere una lettera di scuse, che però avrebbe dettato lei e che lei avrebbe personalmente spedito.
Ottenuto finalmente il consenso materno, dovette tuttavia rimandare l’ingresso in convento, anche se aveva consacrato privatamente la sua verginità alla Madonna, presso il santuario di Fontanellato. Gli operai delle aziende di proprietà del cavalier Volpi, infatti, tendevano a trascurare il lavoro perché si stavano lasciando prendere dalle idee del comunismo. Con le sue sorelle, Elisa si occupò di tutte le faccende, persino quelle più umili, che potevano consolare in qualche modo il padre.
Superato il momento critico, continuò ad aiutare in casa e a vivere secondo la regola che si era data: sveglia a un’ora fissa, preghiera, meditazione, Messa, Comunione e lettura spirituale. Nel pomeriggio, visita al Santissimo Sacramento, Rosario e altre preghiere. Si confessava ogni settimana, ogni mese si concedeva un giorno di ritiro e, alla fine dell’anno, viveva tre giorni di Esercizi Spirituali. Nel 1921 s’iscrisse alla Gioventù Femminile di Azione Cattolica, ma non poté sempre partecipare alle riunioni, sia per la distanza da casa sia per motivi di salute.
In particolare, si sentiva attratta dai bambini piccoli, per i quali avrebbe voluto istituire un asilo parrocchiale, da intitolare a suo padre. Preoccupata del fatto che molte persone trascuravano il precetto festivo e, di conseguenza, non avevano un’istruzione religiosa di base, pensò d’istituire un’associazione i cui membri s’impegnassero a partecipare costantemente ai Vespri della domenica.
Oltre che in queste idee, la sua creatività spirituale si espresse in altri modi, come la progettazione di un “presepio di dolore” come raffigurazione plastica del Calvario (oggi lo definiremmo un diorama), oppure far sì che sulla cima dei campanili ci fosse una lampadina sempre accesa, ad indicare che Gesù veglia anche di notte dal Tabernacolo. Inoltre, nel compiere la Via Crucis, lei aggiungeva alle stazioni tradizionali della Via quattordici tappe preliminari:
I – Il commiato di Gesù da sua Madre;
II – La preghiera e l’agonia di Gesù nel Getsemani;
III – Il tradimento e il bacio di Giuda;
IV – L’arresto e la consegna di Gesù a Gerusalemme;
V – Gesù davanti al sommo sacerdote;
VI – Il rinnegamento di Pietro;
VII – Il pentimento di Pietro;
VIII – Caifa condanna Gesù;
IX – Gesù oltraggiato dai soldati;
X – Barabba preferito a Gesù;
XI – Gesù da Erode;
XII – Gesù flagellato;
XIII – Gesù coronato di spine;
XIV – Gesù presentato alla folla (Ecce Homo),
Padre Modesto Carolfi, francescano, che fu uno dei direttori spirituali di Elisa e che ne scrisse la biografia, sorrideva al vedere che lo zelo della sua assistita si esprimesse così e  fu persuaso che proprio la contemplazione della Passione le insegnò come vivere le grandi prove che avrebbero colpito presto la sua vita.
Nel giugno 1927 il cavalier Volpi ebbe un malore mentre era al lavoro. Elisa fu sconvolta, più che dalla perdita del padre, dal fatto che lui era morto senza i Sacramenti: decise, quindi, di offrirsi vittima per la sua anima. Prima ancora che fosse terminato l’ufficio funebre, venne colta da forti dolori, che la tennero a letto per tre mesi, dopo i quali sembrava guarita. Lei, però, sentiva che non lo sarebbe stata per molto, tanto da esprimersi in questi termini al proprio confessore: «Non illudiamoci, Padre. Comprendo che la mia vita sarà molto breve. Occorre prepararsi. Non parliamo d’altro».
In effetti, ebbe una ricaduta, che durò per nove mesi. Le fu diagnosticata un’appendicite tranquillamente operabile, ma lei si oppose: temeva, infatti, che sarebbe stata offesa nella purezza. Di conseguenza, la malattia degenerò in peritonite.
Negli ultimi giorni di vita, Elisa fu consolata da una visita del Vescovo di Piacenza, monsignor Ersilio Menzani, che le ottenne di essere dispensata dal digiuno allora prescritto per la Comunione. La madre e la sorella Romilda la piangevano senza sosta, ma l’ammalata incoraggiava soprattutto quest’ultima a resistere, perché si stava formando una famiglia tutta sua. Ebbe pure un pensiero gentile per un nipotino, Fiorenzo Capelli, in occasione del suo Battesimo.
Al tramonto del 30 maggio 1928, dopo aver ricevuto i conforti religiosi, Elisa sussurrò più volte alla mamma: «Ho finito tutto! Ho finito tutto!», quasi a replicare le ultime parole di Gesù in croce. Verso le 20 si riversò sul suo cuscino e le sfuggì di mano il Crocifisso che aveva sul petto, ma una zia si accorse che si stava agitando per qualcosa e glielo ridiede. Stringendolo forte fra le mani, la giovane esalò il suo ultimo respiro. Al termine dei suoi solenni funerali, venne sepolta accanto al padre.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2013-05-28

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