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Servo di Dio Giuseppe Bernardi Sacerdote e martire

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Caraglio, Cuneo, 25 novembre 1897 - Boves, Cuneo, 19 settembre 1943

Giuseppe Bernardi nacque a Caraglio (Cuneo) il 25 novembre 1897. Durante il periodo di studi in Seminario venne arruolato nel 1917 e presto vari servizi di sanità nell’esercito, ottenendo il congedo solo nel 1920. Ripresi gli studi in Seminario, venne ordinato prete nel 1923. Dopo i primi servizi pastorali come viceparroco ad Aisone ed in Cattedrale, fu direttore dell’Orfanotrofio Professionale dal 1928 al 1931, anno in cui venne nominato parroco a San Lorenzo di Bersezio. Il 29 giugno 1938 entrò parroco a Boves. All’inizio della guerra sostenne con grande carità le famiglie dei militari partenti. Il 19 settembre 1943, durante il rastrellamento operato in paese dalle truppe tedesche, svolse una missione di mediazione per recuperare due ostaggi tedeschi in mano ai partigiani, ma poi rimane egli stesso in mano ai tedeschi che lo costringono a vedere come incendiano molte case ed infine uccidono anche lui e ne bruciano il cadavere. Nel 2010 la Diocesi di Cuneo ha avviato l’istruttoria per la causa di beatificazione.



Don Giuseppe Bernardi nasce a Caraglio (Cuneo) il 25 novembre 1897. La sua è una famiglia modestissima: il papà Giorgio è bracciante a giornata; la mamma Maria è filatrice di seta, una delle tantissime operaie della prima stagione industriale conosciuta dai nostri paesi. In famiglia sono cinque fratelli, tre dei quali muoiono in tenera età. Giuseppe entra in seminario a dieci anni per frequentarvi la quinta elementare: è un bambino gracile, con qualche problema di salute. Iniziando gli studi teologici veste l’abito da chierico il 17 ottobre 1915.
Dichiarato rivedibile alla visita di leva (1916), viene arruolato l’anno seguente (agosto 1917) in quanto «ritenuto idoneo ai servizi sedentari». Presta servizio a Mondovì (Cuneo), in Francia, in Trentino ed infine a Cuneo. È congedato il 5 gennaio 1920. Da questa esperienza, svolta sempre in qualità di ausiliario, Giuseppe esce confermato nella convinzione che la guerra è una «inutile strage» (Benedetto XV). La guerra, con i suoi orrori, provoca – tra il resto – la crisi in parecchi chierici e preti con il relativo abbandono della formazione o del ministero sacerdotale. Il nostro chierico riprende gli studi rientrando in seminario il 13 gennaio 1920. È un rientro pienamente motivato: lo si evince anche dai risultati delle pagelle scolastiche dove la media dei voti degli ultimi anni è il 9.
Viene ordinato sacerdote il 29 giugno 1923 da Mons. Giuseppe Castelli. Inizia il suo ministero come vice-parroco ad Aisone, un paese della Valle Stura; nel maggio 1925 viene trasferito con medesimo incarico alla Cattedrale di Cuneo; nel marzo 1928 diviene Rettore dell’Orfanotrofio per l’Educazione Professionale di Cuneo e vi resta fino al settembre 1931. Sale quindi a Bersezio (ancora in Valle Stura a 1600 metri) come amministratore parrocchiale e ne diverrà parroco a pieno titolo nel settembre 1932. In questa piccola comunità (160 persone) il novello parroco non risparmia le forze per animare la fede di tutti: promuove le “Quarantore”, organizza processioni (anche alla vicina parrocchia di Argentera dove è venerato il «Benedetto Crocifisso»), improvvisa gite con gli sci per portare d’inverno la Messa con un bel numero di chierichetti nelle Cappelle disagiate della parrocchia.
In seguito a “concorso canonico” viene trasferito a Boves: prende possesso della parrocchia il 29 giugno 1938. Di quel giorno nell’archivio parrocchiale si conserva un piccolo reportage fotografico: Boves tutta in festa accoglie il nuovo parroco che si presenta come un uomo di Dio, umile e nello stesso tempo dignitoso, di carattere buono e riservato.
La sua prima preoccupazione è di rendere la chiesa bella, accogliente, casa dove tutti hanno la stessa dignità di figli di Dio. Per questo coinvolge la comunità e con le offerte di tutti prima provvede ai nuovi banchi, poi alla nuova porta del tabernacolo, al rivestimento in pietra degli zoccoli dei pilastri della chiesa, ad alcune nuove vetrate, al rifacimento del sagrato.
Ama profondamente la sua comunità e vive il ministero con una spiccata sensibilità di padre. È padre per l’impegno educativo che svolge senza timidezza nei confronti dei parrocchiani (un’educazione orientata sia ad una vita evangelica sia ad una formazione umana integrale) ed è padre per la tenerezza: questa scaturisce da un cuore sensibile, che lo rende vicino e caritatevole nei confronti delle persone più deboli, più povere e più sofferenti. Un fatto significativo: una mamma povera deve curare il figlio quattordicenne malato di leucemia. Il medico prescrive come terapia di consumare carne cruda tre volte al giorno. Andando dal macellaio, alla cassa più volte si sente dire: «Per il pagamento ha già provveduto il Pievano». La donna, per correttezza, va a ringraziare il parroco, confessandogli che lei non potrà mai restituire questa somma. Ed il Pievano, in modo semplice e disarmato, quasi si giustifica: «voi avete già una grossa croce da portare … e poi quella l’è na mesina [è una medicina] !». La sua, dunque, è una carità discreta ed attenta: arriva anche a prevenire le richieste per evitare umiliazioni.
Ai soldati in guerra e ai loro familiari riserva una particolare vicinanza, fatta di mille attenzioni e tanta preghiera. Ci tiene che i soldati in partenza per i vari fronti vengano a salutarlo; si mette a disposizione per reperire loro notizie.
Nel bollettino del 2 marzo 1941 pubblica un trafiletto intitolato:
«Per i soldati che non diano più notizie:
Se me lo permetterete io sarei disposto ad aiutarvi
per indirizzare le vostre ricerche agli uffici competenti.
Se venite a sapere che siano prigionieri vi indicherò
pure il mezzo efficace per mettervi in comunicazione».
La sua personalità di pastore si contraddistingue, dunque,
per una grande dedizione, per una finezza di sentimenti
e di maniere, per uno spiccato senso di paternità.
Nella sua ricerca di ambasciatori il maggiore Peiper non trova né il Commissario Prefettizio né il segretario comunale. Invia allora il maresciallo dei Carabinieri ed un suo soldato per convocare il parroco, il quale accetta la pericolosa missione. Essa consiste nel riportare entro un’ora liberi i due ostaggi del mattino con la loro macchina ed avere la salma del mitragliere caduto nello scontro di Castellar. In caso di fallimento della missione la rappresaglia ricadrà sulla indifesa Boves. Come compagno di ambasceria viene individuato il signor Antonio Vassallo, originario di Tenda, ma residente a Boves dove ha una fiorente impresa di cave, pietre e laterizi. Unisce al suo lavoro una grande passione  per i minerali e una viva disponibilità a sostenere le opere benefiche del paese (tra il resto fa parte del Consiglio di Amministrazione del locale ospedale). Per questo era amico del parroco.  I due “ambasciatori” salgono in montagna sull’auto di un taxista bovesano, Luigi Vittorio Dalmasso, e riescono facilmente nella loro missione, in quanto si tratta sulla salvezza del paese.
Al ritorno, contrariamente alle aspettative, vengono ancora trattenuti in piazza, a disposizione del Comando Tedesco. Don Giuseppe, perciò, non può andare a celebrare il Vespro previsto per le 15 in Santa Croce; in questo tempo parla con diverse persone e a tutti raccomanda prudenza: «Tornate a casa»; va perfino a benedire la salma del mitragliere morto nello scontro di poche ore prima.
Ma non passa molto tempo che le cose si mettono davvero male. I soldati, vicino al bar, son passati dai gelati agli alcolici, ne fanno man bassa e sono esaltati. In questa situazione don Mario, senza preoccuparsi della talare – invisa ai nazisti – che indossava, riesce a raggiungere il suo parroco e gli porta un caffè. Don Giuseppe ne approfitta per chiedere a don Mario l’assoluzione: è l’ultimo loro incontro. Un giovane chierico, Giovanni Cavallo, catturato da una pattuglia mentre si recava al Vespro e portato in piazza Italia, cerca di parlare con il suo parroco ma viene schiaffeggiato da un soldato. Don Giuseppe gli fa cenno di stare zitto.
Nella confusione che comincia a crearsi, don Giuseppe riesce ancora a mandare un ragazzo dalle Suore con l’ordine di far evacuare immediatamente le Orfanelle per metterle in salvo.
Su un opuscolo del 1945, curato dall’Azione Cattolica, testimoni oculari così descrivono don Giuseppe in quel terribile frangente:
“Il suo atteggiamento era dignitoso, il viso cereo con un’espressione commovente e rassegnata; la corona del rosario tra le mani ed un leggero, impercettibile muover delle labbra indicavano che l’anima era assorta nella preghiera”.
Don Bernardi e il signor Vassallo sono costret­ti poi a salire su un  autoblindo per assistere impotenti in diretta alla distruzione del paese. Dalla periferia, intanto, erano partite squadre di incendiari; in piazza una bomba a mano distrugge la centralina telefonica del paese, si spara sulle persone. Al termine di quel terribile pomeriggio si conteranno 23 morti e circa 350 case incendiate.
Don Giuseppe vive la sua Via Crucis: «Saliamo al Calvario, arrivederci in Paradiso». Per quanto gli è possibile dall’autoblindo raccomanda alle persone di mettersi in salvo, benedice e prega. In spregio dell’abito sacerdotale, ha alcuni trattamenti “di riguardo” da parte dei soldati che han preso in consegna lui ed il suo compagno. Il libro Testimoni di libertà e di verità ha raccolto preziosissime testimonianze a questo riguardo:
Ricordo il pievano sull’autoblindo, aveva il volto distrutto e in una mano mi sembra di ricordare una corona del rosario; sembrava che muovesse le labbra; eravamo in corso Bisalta, ben nascosti. (Anna)
Il pievano aveva cercato di alzarsi ma il soldato lo aveva colpito alla testa con il fucile e lo aveva fatto sedere. Altre volte lo faceva alzare per assistere alla tragedia della città in fiamme. (Carla)
Ricordo che […] verso le 18 circa, passò in via Vittorio Veneto un’autoblinda con don Bernardi in piedi in mezzo a due soldati; era sanguinante. Ci diede una benedizione. (Aldo)
Era quasi buio, [il pievano] era su un autocarro speciale, in piedi, in mezzo a due soldati che sembrava lo tenessero dritto a forza, era quasi in piazza Italia e dava la benedizione a tutti; sembrava che guardasse a sinistra e a destra. Mia cugina diceva che lo vedeva molto stanco e  che non ce la faceva più, ma continuava a benedire. (Angela Maria)
Una testimonianza manoscritta, datata 19 ottobre 1943, attesta che il parroco nel suo “pellegrinaggio” per le vie del paese, «venne invitato anch’egli ad incendiare qualche casa, cosa che egli energicamente rifiutò sempre di fare».
Non ci sono testimoni oculari della morte: quello che è capitato si può ricostruire grazie ad indizi raccolti quella tragica domenica sera e l’indomani al momento del ritrovamento dei due corpi carbonizzati. La domenica sera viene notata una macchina delle SS stracolma di bidoni di benzina davanti alla porta di corso Trieste 4, abitazione del fotografo Ramero, adiacente a piazza Italia. Nella stessa sera giungono «inumane grida di dolore» dall’androne di questa casa ormai tutta in fiamme. L’indomani in quel posto si trova una catasta di legno fumante con due corpi, di cui uno piccolo. L’ipotesi più immediata è che si tratti del fotografo e di suo figlio. Successivamente si nota lo scarpone del signor Vassallo e prende corpo l’idea che di tratti dei due ambasciatori. Il riconoscimento di don Bernardi è difficoltoso: del corpo rimane il tronco e la testa. È il suo dentista, il dott. Andrea Pacotti, a riconoscerlo grazie alla dentiera che gli aveva applicato pochi giorni prima. Tra i pochi resti di don Bernardi, il suo orologio fermo alle 18,54  e parti della sua corona del Rosario. Per terra una chiazza di sangue e due pallottole.
Verosimilmente al termine della loro “via Crucis” i due ambasciatori vengono fatti scendere, fatti entrare nell’androne di corso Trieste 4, uccisi con due colpi di pistola, cosparsi di benzina, posti sulla catasta di legno a cui viene dato fuoco.
Don Giuseppe, nel bollettino del 18 agosto 1940, aveva scritto per la festa del patrono:
"San Bartolomeo, patrono di Boves. Chi è il Santo?
E’ l’eroe della fede e dell’amore a Dio.
L’eroe vive per un ideale;
a questo ideale dona completamente quanto ha,
anche la stessa vita pur di raggiungerlo.
Il santo, il martire ama Dio,
glorifica Dio in se stesso e nelle anime dei propri fratelli.
Né la povertà, né il disprezzo dei malvagi, né la prigione,
neppure la morte lo tratterrà dal suo compito.
Morirà se necessario in mezzo ad atroci tormenti per gridare a tutti
dal suo patibolo che la sua fede,
il suo amore a Dio è più forte della morte".


Fonte:
www.donbernardiedonghibaudo.it

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Aggiunto/modificato il 2013-06-14

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