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Mons. Carlo Manziana Vescovo oratoriano

Testimoni

Brescia, 26 luglio 1902 2 giugno 1997

Carlo Manziana nacque a Urago Mella, quartiere occidentale di Brescia, il 26 luglio 1902. Ancora giovane entrò nella Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri a Brescia. Il 25 febbraio 1944 fu inviato assieme ad altri nove bresciani e ad altri venti prigionieri padovani, tra cui il sacerdote Giovanni Fortin, al campo di concentramento di Dachau. Il 19 dicembre 1963 venne nominato da Papa Paolo VI vescovo di Crema, dove iniziò e condusse il cammino di rinnovamento della comunità diocesana alla luce degli insegnamenti del Concilio Vaticano II. Lasciò il governo della diocesi il 26 settembre 1981.



Il vescovo degli anni della contestazione cremasca fu mons. Carlo Manziana, una straordinaria figura di sacerdote e soprattutto di vescovo.
Fu il vescovo del Concilio, entusiasta del vento nuovo che aveva portato. Ne fu promotore in modo appassionato, assieme al rettore don Cè. Partendo da questa base, diffidava della contestazione sessantottina, soprattutto di quella targata politicamente: aveva lo sguardo lungo e capiva dove sarebbe andata a sbattere.
Fu lui l’incarnazione a Crema del rinnovamento conciliare e siccome in Concilio fu il primo e vero motore del cambiamento degli anni ’68/80 (seguito poi dalla contestazione vera e propria), noi vediamo ancora oggi nel vescovo Carlo la vera anima dell’aggiornamento a Crema, anche se venne contestato dai cosiddetti “rivoluzionari”. Comunque amava tanto i suoi giovani e, alla fine, apprezzò il loro impegno… al di là di qualche “intemperanza” come ebbe a dire.

La Pace e Dachau
Nato nel 1902, a Brescia in una delle famiglie più in vista della città, i Manziana appunto, amici dei Montini, ebbe un rapporto fraterno, fin da giovane, con Giovanni Battista, il futuro papa, di cinque anni più anziano di lui. Venne educato all’Oratorio della Pace di Brescia e, dopo gli studi universitari che non riuscì a terminare per motivi di salute, entrò nella Congregazione dell’Oratorio a 22 anni. Venne ordinato sacerdote il 2 gennaio 1927: alla sua prima Messa era presente l’amico Giovanni Battista Montini.
Non passarono che pochi mesi e dovette essere ricoverato in una casa di cura di Arco (Trento) per problemi polmonari. Quando ritornò a Brescia, assunse l’incarico di assistente della Fuci e dei Laureati Cattolici e iniziò l’insegnamento di religione nel licei cittadini.
Il 4 gennaio 1944 venne arrestato dai tedeschi per le sue attività antinaziste e deportato a Dachau. Nessuno avrebbe immaginato che sarebbe tornato vivo. Invece, fu l’animatore del settore del lager riservato ai religiosi. Sedici mesi di contatti, Messe clandestine, ecumenismo vissuto, lotta contro la morte.
Tornato a Brescia nel luglio del ’45 continuò il suo insegnamento nei licei. Fu per tre mandati superiore della Pace. Fino al 19 dicembre 1963, quando il papa e amico Paolo VI lo nominò vescovo di Crema. Venne consacrato nella cattedrale di Brescia il 2 febbraio 1964 e la sucessiva domenica 8 marzo fece il suo solenne ingresso.
Il papa aveva detto ai giovani cremaschi che mandava un vescovo di grande levatura (era assolutamente vero!). Ma non sapevano nulla di lui. Aveva 62 anni. Sapevano che il Papa l’aveva mandato ed egli veniva ad convivendum et commoriendum (“a vivere insieme e insieme morire”), come aveva scritto nel motto del suo stemma.
In Seminario i giovanni hanno imparato a conoscerlo e a stimare da quanto ci riferiva costantemente il rettore Cè e dalle occasioni d’incontro: le celebrazioni in cattedrale, le meditazioni che ci teneva in seminario, la scuola di Liturgia di cui era l’insegnante più esperto.
Era un carattere “collerico” quello di padre Carlo. Un fiammifero: s’accendeva subito. Ma poi era il tipo che, di sera, telefonava al sacerdote interessato chiedendogli scusa: evangelicamente non andava a letto prima di riconciliarsi con il fratello. Aveva una grande cultura. Si era formato, da autodidatta, su grandi testimoni, anche francesi.

Il vescovo del Concilio
Fu un vescovo del Concilio. La storica assemblea aperta l’11 ottobre 1962. Egli divenne vescovo nel 1964 e poté partecipare alle ultime due delle quattro sessioni complessive. Chiuso il Vaticano II, fu determinato nel volerlo realizzare in diocesi. I punti su cui maggiormente insistette furono: la liturgia, la parola di Dio, l’ecumenismo, la corresponsabilità dei laici.
Sui studenti di Teologia queste novità ricadevano a cascata dal Vescovo e dal rettore, come un salutare bagno di novità.
La Parola di Dio, innanzitutto, che i giovani impararono ad amare fortemente, ricuperata da un lungo, apparente abbandono; la liturgia, l’ecumenismo e l’impegno dei laici.
I giovani teologi e poi giovani sacerdoti sentivano ovviamente il vento della contestazione, ma su di una solida base formativa costruita dal Vescovo e dal rettore Cè, per cui si trattava di una contestazione propositiva e non distruttiva, accompagnata da forte impegno pastorale.

La contestazione
Manziana accompagnava gli studenti con circospezione. Non era entuasiasta della contestazione, in particolare di quella ecclesiale, ma cercava di capire i giovani e di tenerseli vicini, compresi noi sacerdoti. Se fece qualche errore lo fece a discapito degli adulti, come quando alle esequie del preside mons. Bonomi, obiettivo della contestazione studentesca del tempo – tra i dovuti e meritati elogi – gli rimproverò di non aver capito gli studenti.
Con i ragazzi s’accendeva in grandi sfuriate. Eppure se leggiamo oggi i testi contestativi che scrivettero, ad esempio in merito al Giubileo del 1975, ci sembrano pannicelli caldi. Contestavano l’Azione Cattolica, ad esempio, giudicandola “una maschera”.
Si ripeteva a iosa, a quei tempi, “La Chiesa dei poveri…” lui, che era ricco ed è morto povero, diffidava di questi slogan. Non sapeva chiedere soldi, metteva i suoi. Lo disse mons. Tresoldi: “Quando Manziana mi passò le consegne mi disse: ricordati che dai cremaschi non tirerai fuori un ghello. Io gli risposi: Ho solo tre soldi e farò quello che posso. Poi mi sono accorto che i cremaschi sono molto generosi”. Quella di Manziana non era un critica ai cremaschi, ma il suo stile di signore che non volle mai chiedere a nessuno ciò che poteva fare da sé, con le proprie sostanze.
Lo assillava il timore che i Gruppi giovanili che partecipavano alla contestazione finissero per aderire ai partiti della sinistra (come è avvenuto per alcuni). Figuriamoci quando si trattava di sacerdoti.
Ma voleva un sacco di bene ai propri ragazzi. Don Giorgio ricorda un fatto particolare che gli addolcì il cuore: “Il giorno dopo la mia laurea corsi da lui con grande eutusiasmo per informarlo. Egli volle sapere in lungo e il largo cos’era successo, poi chiese permesso un attimo e si assentò. Tornò e mi disse: “Questo è per te”: e mi diede la “mancia”. Proprio come fa un papà con il figlio. Fu un fatto banale, ma mi toccò il cuore”.
Concluse la sua esperienza fra i cremachi– come si scrive anche altrove – con la Lettera ai giovani di cui affidò la preparazione.
Il 26 settembre 1981 convocò in cattedrale tutti noi sacerdoti e annunciò che Giovanni Paolo II aveva accettato le sue dimissioni, presentate fin dal 26 luglio 1977 a Paolo VI per raggiunti limiti di età. Non aveva mai capito la regola delle dimissioni a 75 anni, pur introdotta dal suo grande amico Montini che, ancora in vita, non le aveva accettate. Il suo successore attese la soglia degli ottant’anni prima di invitarlo alla pensione.
Ma il vescovo Carlo avrebbe voluto continuare a donarsi per la sua sposa, la Chiesa di Crema. Del resto, da vedovo forzato, visse ancora ben 15 anni.


Fonte:
www.ilnuovotorrazzo.it

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Aggiunto/modificato il 2021-02-03

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