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Servo di Dio Pietro Gonella Sacerdote

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Borgata Perosini, Antignano d’Asti, 14 settembre 1931 – Asti, 28 dicembre 1979

Don Pietro Gonella, sacerdote della Diocesi di Asti, è uno di quei seminaristi segnati dalla sofferenza, vissuti nell’ultima metà del secolo scorso, che ricevettero l’Ordine Sacro per dispensa speciale. Cinque anni dopo il suo ingresso nel Seminario Vescovile astigiano, fu colpito da una nefrite, poi nefrosi, che lo costrinse a letto dal 28 ottobre 1949. Da allora uscì di casa solo per recarsi a Lourdes in pellegrinaggio, tornando ogni volta rafforzato nella decisione di offrire la sua vita per i giovani e i sacerdoti. A seguito di una raccolta di firme organizzata da alcuni suoi amici, venne ordinato sacerdote in casa sua dal vescovo di Asti, monsignor Nicola Cavanna, il 23 settembre 1978. Il 28 dicembre 1979 don Pietro concluse la sua vita, rendendo grazie a Dio e alla Vergine Maria per i doni della malattia e del sacerdozio. Il 1° giugno 1988 è stato ottenuto il nulla osta per l’avvio della sua causa di beatificazione.



Il 14 settembre 1931, in una dimora di contadini nella borgata Perosini di Antignano d’Asti, nacque il primogenito dei coniugi Enrico e Pierina Gonella. Dieci giorni dopo quella data, nella quale la Chiesa ricorda l’Esaltazione della Croce, al bambino venne dato, insieme alla grazia di Dio nel Battesimo, il nome di Pietro. Nemmeno quel 24 settembre era un giorno scelto a caso: in esso ricorre la memoria della Beata Vergine Maria della Mercede, alla quale è dedicato un piccolo santuario, dove san Giuseppe Marello (fondatore degli Oblati di San Giuseppe di Asti) celebrò, il 20 settembre 1868, la sua Prima Messa.
Pietro crebbe intelligente, volenteroso e amante della lettura. Ancora di più, amava recarsi il più possibile nella chiesa del borgo natio, oppure nella parrocchiale del paese, o ancora nel santuario della Mercede. Non perdeva occasione per servire la Messa e per accostarsi all’Eucaristia, dopo averla ricevuta per la prima volta il 16 giugno 1938, nella solennità del Corpus Domini. La Cresima, invece, avvenne l’8 dicembre 1940, per l’imposizione delle mani del vescovo diocesano monsignor Umberto Rossi.
Nel 1942 dovette ripetere la quinta elementare, poiché i genitori avevano ritenuto che, coi suoi undici anni, non era ancora adatto per i lavori nei campi. Fu in quel periodo che, a seguito di una visita a scuola del parroco di Antignano, don Stefano Torchio, espresse ai genitori un desiderio su cui aveva sicuramente riflettuto e pregato a lungo: «È venuto il Prevosto a scuola e ci ha chiesto se qualcuno vuole andare in Seminario. Io ho detto di sì. Mamma, papà, mi lasciate andare?». Il consenso ci fu, ma, mentre il giovane cappellano dei Perosini, don Mario Delpero, gli prospettava di entrare nel Collegio di Penargo, retto dai Salesiani, la mamma e il parroco lo persuadevano a diventare sacerdote diocesano. Alla fine Pietro ascoltò i loro suggerimenti e, nell’ottobre 1944, fece il suo ingresso nel Seminario Vescovile di Asti.
Tra i compagni spiccava per la gentilezza, l’approfondimento delle materie di studio e la passione nel conversare su argomenti di fede. All’arrivo del nuovo direttore spirituale, don Angelo Fasolio, decise di affidarsi completamente ai suoi consigli, per diventare un vero sacerdote di Cristo.
Nei periodi di vacanza, non perse di vista gli amici e la gente del paese, prestandosi per mille servizi, come quello di consegnare in città i documenti necessari per l’apertura delle classi quarta e quinta elementari. In parrocchia e nelle sue chiese preferite, invece, spesso accompagnava le funzioni suonando l’organo, oppure si fermava a recitare il Rosario da solo o in compagnia dei ragazzi.
A settembre 1949, in I Liceo, Pietro ebbe uno strano svenimento, ma non ci badò. Il suo pensiero era rivolto all’8 dicembre, quando avrebbe vestito la talare per la prima volta. Iniziò a preoccuparsi il mese successivo, quando notò che non riusciva neppure ad infilarsi le scarpe, tanto i suoi piedi erano gonfi. Confidato l’episodio al chierico Giglio Perosino, suo compaesano, fu accompagnato dal Rettore.
Sulle prime i medici pensarono a dei dolori reumatici, ma dopo il ricovero all’ospedale di Asti, fu chiaro che si trattava di una nefrite acuta. Gli esami eseguiti alla Clinica Universitaria di Torino riscontrarono una lesione bilaterale ai reni, forte azotemia e un edema alle gambe, tanto pronunciato da essere dichiarato elefantiasi.
Il 28 ottobre, quindi, Pietro si mise a letto e, da allora, non poté più alzarsi. Inizialmente desiderava solo guarire, ma due eventi lo orientarono diversamente: l’Anno Santo 1950, indetto per espiare i delitti della seconda guerra mondiale, e un pellegrinaggio a Lourdes, due anni dopo, accompagnato dal suo parroco don Torchio.
Quel viaggio, organizzato dalla Lega Sacerdotale Mariana, fondata, come il Centro Volontari della Sofferenza, da monsignor Luigi Novarese (Beato dal 2013), fece scoprire al ventunenne Pietro il mondo del dolore vissuto con fede. L’ultimo giorno partecipò, come d’uso, alla solenne Benedizione Eucaristica per gli ammalati, ma, quando il vescovo di Pavia, monsignor Carlo Allorio, gli passò di fronte con il Santissimo Sacramento, gli parve di udire una voce esprimersi così: «Non chiedere la guarigione per te, chiedila per qualcun altro. Tu chiedi di compiere bene la volontà di Dio». Capi quindi in cosa consisteva: nell’offerta della sua condizione per i giovani, i sacerdoti e per tutte le anime, quelle che avrebbe potuto beneficare se avesse potuto celebrare anche solo una Messa.
Quasi a suggello di quella decisione, arrivò improvvisa la morte di sua madre, il 5 agosto 1952. Sconvolto, si confidò con don Fasolio, che gli rispose con parole che riecheggiavano il Salmo 36: «Affida al Signore la tua via, confida in Lui: Egli compirà la sua opera».
In quella strada di purificazione e affidamento, Pietro non era solo. Sentiva di avere numerose anime affini: i santi Teresa di Gesù Bambino e Gabriele dell’Addolorata, ma anche il suddiacono francese Joseph-Marie Girard, per ventidue anni malato di tisi ossea. Tra i contemporanei, nutriva grande stima per san Pio da Pietrelcina, per il Venerabile Giacomo Gaglione e per papa Giovanni XXIII, a cui scrisse per riferirgli che offriva i suoi dolori (la nefrite, nel frattempo, era diventata nefrosi) per il buon esito del Concilio Vaticano II.
Teneva molto, infatti, ad essere aggiornato sulle notizie di attualità ecclesiale tramite la radio e la stampa cattolica e restava ugualmente in contatto con i compagni di Seminario, che man mano diventavano preti.
Insostituibile, per lui, fu la devozione a Maria, vissuta secondo la consacrazione a Gesù per mezzo di lei, come suggerito da san Luigi Maria Grignion de Montfort. Per altre quattordici volte fu pellegrino a Lourdes, il suo “paese dell’anima”, che amava a tal punto da scrivere: «Se Stalin fosse venuto a Lourdes, si sarebbe convertito!!!», proprio con tre punti esclamativi. Era anche legato alla Legio Mariae, affiliato al Praesidium (nome dei gruppi della Legio) di Asti come membro ausiliario. Non tralasciò mai la preghiera del Rosario: secondo lui, un sacerdote era valido se il suo Breviario aveva le pagine logore e la sua corona strappata.
Oltre che con la lettura spirituale, trascorreva il tempo scrivendo lettere ai suoi compagni, ai giovani, ai carcerati. Tra i suoi corrispondenti vale la pena di citare almeno il suddetto monsignor Novarese e il giornalista Piero Lugaro, per anni curatore, su «Avvenire», della popolare rubrica «Voce di chi non ha voce», che lo beneficò regalandogli e rinnovandogli l’abbonamento al quotidiano dei cattolici.
Non aveva solo amici in cielo o di penna: col tempo, vennero a trovarlo sempre più persone, sacerdoti e laici, singoli o a gruppi, come i membri della sezione astigiana dell’Associazione Maestri Cattolici Italiani, fra i quali c’era un professore di Asti, Paolo Risso. Un giorno, lui andò da solo al capezzale di Pietro, per confidargli una pena che aveva in cuore. Il seminarista gli rispose: «Non temere: abbiamo una Mamma, la Madonna. Sotto il suo manto ci sei anche tu. La pregherò tanto per te. Pregala anche tu per te e anche per me».
Gli anni passavano e con essi sembrava affievolirsi per lui la speranza di diventare sacerdote, anche se lui si sentiva tale “di sangue”, come ebbe a scrivere senza alcuna retorica. Ogni 28 ottobre per lui era un vero e proprio compleanno, da festeggiare allo stesso modo del giorno anniversario della sua nascita.
Due precedenti, dei quali venne a conoscenza, lo rincuorarono: le ordinazioni, con dispensa speciale concessa dal Papa, di due seminaristi gravemente malati, in due diverse regioni d’Italia. In Sardegna, nel 1963, era accaduto ad Antonio Loi, che aveva un linfogranuloma maligno e ne morì nel 1965. A Torino, nel 1976 era invece avvenuta quella di Cesare Bisognin, diciannovenne colpito da un osteosarcoma, che fu sacerdote per poco più di un mese. Inoltre, in uno dei suoi pellegrinaggi a Lourdes, Pietro aveva conosciuto personalmente il padre gesuita Aldo Giachi, ordinato grazie a papa Pio XII quando era già da tempo costretto in carrozzella.
I casi di don Loi e don Bisognin spinsero gli amici di Pietro a organizzare una raccolta di firme da presentare al Vescovo, monsignor Nicola Cavanna, che da tempo lo conosceva e gli aveva assegnato il compito di pregare per lui, per il Seminario e per tutta la Diocesi di Asti. Nell’aprile 1977, dopo quasi trent’anni di letto, scrisse personalmente a papa Paolo VI: «È proprio e soltanto per amore della Chiesa, fondato sulla esperienza della fecondità del dolore accettato col Crocifisso, che oso pensare alla grazia del sacerdozio ministeriale come ad una possibilità di bene per molte anime». Il 15 agosto ricevette la risposta: una volta che il Vescovo si fosse assicurato della preparazione dottrinale, morale e pastorale del candidato, si sarebbe potuta tenere l’Ordinazione.
Finalmente, il 23 settembre 1978, Pietro divenne per sempre sacerdote, per l’imposizione delle mani di monsignor Cavanna, nella sua casa di Asti, dove si era trasferito quattro anni prima coi familiari. Da quel giorno visse ancora di più con spirito eucaristico, rendendo grazie di continuo per il dono ricevuto e vivendo una pace immensa. Come don Bisognin, anche lui divenne famoso suo malgrado: la giornalista Maria Grazia Cucco si occupò di lui su «Famiglia Cristiana», mentre Piero Lugaro lo presentò sull’ «Osservatore Romano».
L’ultima delle circa quattrocentocinquanta Messe celebrate da don Pietro fu quella del giorno di Natale 1979; poco dopo, fu ricoverato presso l’Ospedale Civile di Asti. Vi morì all’una di notte del 28 dicembre, giorno dei Santi Innocenti martiri. Il suo funerale venne celebrato da monsignor Cavanna l’indomani, nella cattedrale di San Secondo.
La vicenda di don Pietro venne raccontata dall’amico Paolo Risso in alcuni libri, a tutt’oggi introvabili ad eccezione di «Pietro, figlio di Mamma» (Casa Mariana Editrice, 1989), e in un breve profilo biografico contenuto nella raccolta «Fiaccole nella notte» (Edizioni l’Amore Misericordioso, 2010). Di lui scrisse anche il padre gesuita Domenico Mondrone, che lo conobbe e gli dedicò alcune pagine di uno dei suoi volumi intitolati «I Santi ci sono ancora».
Nel 1981 venne istituita l’Associazione «Amici di don Pietro Gonella», che si rese attore della sua Causa di beatificazione. Il 1 giugno 1988 arrivò il nulla osta per intraprenderla.
La testimonianza di don Pietro resta significativa per chi l’ha incontrato in vita e per chi, entrato in contatto solo con i suoi scritti, si rammarica di non aver mai ricevuto da lui, vero “sacerdote di sangue”, incoraggiamenti per la propria esistenza.

Preghiera (con approvazione ecclesiastica)
O Gesù, che hai salvato il mondo attraverso il mistero della Croce e per questa via hai condotto per lunghi anni il Sacerdote Pietro Gonella, ti prego umilmente di glorificare in terra colui che, associato a Te così ampiamente alla tua immolazione salvifica, tanto ti amò e con Te totalmente si offrì per il bene delle anime.
Ti supplico, perciò, di volermi concedere per sua intercessione la grazia... che ardentemente desidero.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2013-07-27

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