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Franco De Berardinis Giovane laico

Testimoni

Savona, 22 luglio 1923 Roma, 28 maggio 1942

Franco De Berardinis nacque a Savona, ma trascorse il resto della sua vita a Roma. Il suo maggiore impegno fu nell’Azione Cattolica: sia a livello parrocchiale, nelle parrocchie di San Saba e Sant’Ippolito, sia diocesano, come Delegato Aspiranti per oltre venti parrocchie cittadine. Attento ai giovani e ai ragazzi, sentì dapprima che la sua vocazione era rivolta alla loro educazione, poi di doversi dare alla professione medica. Appassionato della montagna, morì per i postumi di un incidente durante un’escursione al Monte Gennaro (una cima dei Monti Lucretili) presso la Clinica Nicoletti di Roma, il 28 maggio 1942.



Franco nacque a Savona alle 2 di domenica 22 luglio 1923, secondogenito, dopo Gianni e Maurizio, dei coniugi Mario e Maria De Berardinis. Venne condotto al fonte battesimale della parrocchia di San Pietro quattro giorni dopo; ad amministrargli il Battesimo fu il Canonico Tommaso Falco, che fece anche da padrino per procura. Trascorse i primi tre anni di vita a Savona, durante i quali fu spesso portato dalla mamma al santuario di Nostra Signora di Misericordia.
Nel 1926 la famiglia si trasferì a Roma, in viale Africa, al piano superiore di un villino dove già abitava un fratello della signora Maria, Luigi, con la moglie. Già da quei tempi Franco prese a familiarizzare col parroco di San Saba, il gesuita padre A. Peruffo, quando visitava casa sua, e lo interpellava con i “perché” tipici dei più piccoli. Per il resto, era di carattere testardo, tanto da piangere fino allo sfinimento se gli veniva qualche capriccio.
Venuto il tempo della scuola, frequentò l’asilo e la prima elementare presso l’Istituto Leopoldo Franchini, dove si fece presto notare per la sua vivacità incontenibile. Dalla seconda classe, venne iscritto al Collegio Massimiliano Massimo, tenuto dai Gesuiti, dove studiò come semiconvittore fino alla terza ginnasiale, quando si trasferì al Collegio Santa Maria. La data più importante di quel periodo fu senza dubbio il 19 marzo 1933, giorno in cui celebrò le sue Prima Comunione e Cresima.
Crescendo, il suo carattere si fece da impetuoso a riflessivo, soprattutto col passaggio all’adolescenza. L’ambiente che più favorì lo sviluppo delle sue buone qualità fu la parrocchia di San Saba e, in particolare, la locale sezione giovanile di Azione Cattolica. Ben presto, fu consapevole che per migliorare gli altri doveva anzitutto progredire lui stesso: il parroco lo vide sempre più spesso fermarsi in chiesa e comunicarsi più di frequente.
Per i più piccoli dell’associazione aveva un riguardo tutto speciale, tanto da premiare i migliori con santini, libri o medagliette. Suo padre, al vederlo così attento e devoto, gli chiese se mai avesse intenzione di farsi sacerdote, ma tutto ciò che gli riuscì di udire dal figlio fu: «La mia vocazione è l’educazione cristiana dei giovani».
Quando il villino dovette essere sgomberato perché pericolante, i De Berardinis andarono ad abitare nel quartiere Italia, sotto la parrocchia di Sant’Ippolito, all’epoca guidata dai Frati Cappuccini. Lì Franco proseguì il cammino associativo, offrendosi da subito di aiutare padre Pancrazio da Bra nella guida dell’Associazione Cattolica giovanile «San Francesco». Il suo metodo educativo aveva una particolare attenzione per quelli che il giovane chiamava “ragazzi fulmine”: secondo lui, non erano cattivi, solo poco ubbidienti; per canalizzare le loro energie, bisognava dare loro la responsabilità di essere capi degli Aspiranti.
Anche Franco doveva essere chiamato a una nuova responsabilità: il lavoro esercitato a San Saba e Sant’Ippolito gli meritò di venir nominato Delegato Aspiranti per oltre venti parrocchie di Roma. Anche in vacanza, quando andava ad Amatrice o a Canzano (provincia di Teramo), non mancava di fare apostolato tra i ragazzi del posto.
La fonte di tutto questo suo agire era soltanto Gesù, che Franco onorava in maniera singolare nei misteri del Natale, della Passione e dell’Eucaristia. Anche la Madonna aveva un posto speciale per lui, sin da quando, bambino, recitava l’Ave Maria finché non riusciva a prendere sonno.
Nel tempo libero dalle attività in Associazione o dallo studio, Franco eseguiva piccoli lavori al traforo, oppure disegnava con un certo gusto. La sua attività prediletta, in realtà, era l’escursionismo in montagna, dove spesso scattava fotografie con la sua macchina.
La montagna gl’ispirò un bozzetto teatrale in un atto e due tempi, intitolato «Excelsior!». Nella prima stesura, uno dei personaggi, la guida alpina Stenson, moriva per salvare due escursionisti; dietro le proteste degli aspiranti, Franco cambiò il finale, facendo salvare il suo personaggio per intercessione della Madonna. La realtà, però, stava per superare la fantasia.
Domenica 22 marzo 1942, il giovane organizzò una gita al Monte Gennaro, una cima dei Monti Lucretili. Quando venne il momento di scendere a valle, due Aspiranti si staccarono dal gruppo e tentarono una scalata autonoma. Franco li richiamò, ma, mentre uno tornò indietro, l’altro continuò a salire; decise, perciò, di raggiungerlo. Dopo averlo messo sul sentiero sicuro, lui, per far prima, tentò un passaggio più breve, ma rischioso.
Improvvisamente, la roccia sotto i suoi piedi si sfaldò: si aggrappò a un macigno, ma crollò anche quello, facendolo precipitare da un’altezza di circa dieci metri. Subito soccorso dai compagni, riprese conoscenza verso le 16, esclamando: «Meglio che sia caduto io che uno di voi!». Nonostante dissimulasse, non riuscì ad alzarsi in piedi: aveva lancinanti spasimi a una gamba.
Un suo amico, Grimaudo, venne mandato in un paese vicino, mentre il ferito e la restante comitiva cercavano di arrivare al vicino paese di Marcellina, dove furono sorpresi dalla pioggia. A mezzanotte, finalmente, giunsero i soccorritori e un medico, mentre Grimaudo era giunto a Roma ad avvisare la famiglia. Papà Mario arrivò con un’ambulanza, che trasportò Franco alla Clinica Nicoletti di Roma.
Malconcio nel fisico, ma non nell’animo, Franco stupiva le suore che l’accudivano per come nascondeva il suo dolore per amore di Gesù. Il suo pensiero andava all’Associazione e ai mille progetti per coinvolgere i ragazzi, ma anche al suo futuro: dopo aver assistito lo zio Luigi, gravemente malato, aveva iniziato a considerare la possibilità di diventare medico, e, in quel caso, non avrebbe fatto pagare i suoi pazienti.
I “suoi ragazzi”, dal canto loro, si affollavano al suo capezzale e moltiplicavano le preghiere e i sacrifici per ottenere da Dio una celere guarigione. In molti gli chiedevano il nome del ragazzo che aveva soccorso, ma lui non lo volle rivelare neppure ai genitori, che lo appresero per altre vie.
Franco continuava a ricevere l’Eucaristia, preparandosi a dovere fin dalle prime ore del mattino e imponendosi ugualmente il digiuno. Due delicatezze in particolare ricevette dal Cielo: l’arrivo della statua di Gesù Bambino conservata nella chiesa romana di Santa Maria in Aracoeli e la celebrazione della Messa in camera, nel mese di aprile, da parte del camilliano padre Mario Vanti, in nome della parentela che univa il paziente al suo Fondatore (la nonna paterna, infatti, si chiamava Giuseppina De Lellis). Tutti i sacerdoti che lo conobbero vennero a fargli visita, invitandolo a disporsi al volere di Dio; lui, invece, chiedeva loro di aiutarlo e di infondergli coraggio.
Il 23 maggio, vigilia di Pentecoste, le sue condizioni volsero al peggio. Inizialmente, la madre e la suora assistente, suor Alberta, pensarono di non riferirgli la necessità degli ultimi sacramenti, per non impressionarlo, ma alla fine chiamarono un sacerdote dalla parrocchia dei Santi Sette Fondatori. In effetti, Franco si preoccupò dopo aver parlato col religioso, ma si dispose a ricevere l’Unzione degli Infermi dopo che la mamma gli rivelò che, dopo averla avuta a sua volta, era guarita. L’indomani, a seguito del Viatico, il ragazzo affermò di non essersi mai sentito meglio. La sua ultima Comunione fu tre giorni dopo, il 27 maggio: poco dopo, entrò in agonia.
Nel mezzo delle sue sofferenze, Franco supplicava la madre di portarlo via da lì, per condurlo ad Amatrice. La paura di morire gli passò quando le suore assistenti lo rassicurarono e, poco dopo, lo sentirono esclamare con voce dolcissima: «Oh, com’è bello!».
Verso sera, il medico gli allargò la fasciatura al torace, poi gli domandò se voleva le punture di olio canforato ed eroina (all’epoca, era considerata un calmante); accettò prima l’olio, poi la seconda iniezione.
Prima che iniziasse l’effetto dei medicinali, si assopì. Di tanto in tanto esclamava: «Mamma, Mamma celeste!». Il parroco dei Sette Fondatori arrivò per leggere le preghiere dei morenti. Suor Giuditta, che assisteva alla scena, colse ancora queste parole dal moribondo: «Gesù, dammi forza!». Verso le tre del mattino del 28 maggio 1942, invece, lo sentì mormorare, per l’ultima volta: «Ave Maria… gratia… plena… Dominus tecum».
Il ricordo di Franco fu vivissimo nell’Azione Cattolica giovanile di Roma e anche altrove, con sale parrocchiali e circoli giovanili intitolati al suo nome. Ricevette anche due onorificenze alla memoria: la Medaglia al valor civile e la medaglia d’oro della Fondazione Carnegie per gli atti d’eroismo. Suo fratello minore, Maurizio, da adulto si distinse come benefattore della parrocchia di Sant’Ippolito.
Nel 1949 uscì una biografia di Franco, scritta da Roberto Pieretti, intitolata proprio come la sua operetta teatrale, «Excelsior». Il testo confluì, dieci anni dopo, in uno dei volumi della collana «Fiori di Cielo» delle Edizioni Paoline.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2013-09-01

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