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Serva di Dio Teresa Grigolini Suora comboniana, sposa e madre

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Mambrotta, San Martino Buon Albergo, Verona, 14 maggio 1853 - 21 ottobre 1931


Dal 2012 sta muovendo i suoi primi passi il processo di beatificazione di Teresa Grigolini Cocorempas, ma ci son voluti più di 80 anni per accorgersi che si trattava di una “vera martire” anche in assenza di spargimento di sangue. Bisognava infatti attendere che la sua congregazione religiosa si “riconciliasse” con la sua memoria, un processo lungo e complesso avviato nel 1995, quando a più di 60 anni dalla morte la sua salma è stata accolta nella tomba delle Missionarie comboniane, dov’era stata in precedenza rifiutata.
Nasce a San Martino Buonalbergo, poco fuori Verona, il 14 maggio 1853, in una famiglia benestante, in grado di garantirle anche una buona istruzione. Le mette “gli occhi addosso” don Daniele Comboni, il prete veronese a caccia di vocazioni per l’Africa, che è di casa presso la famiglia Grigolini in quanto buon amico del papà. Affascinata dalle prospettive del Comboni, finisce per condividere il suo sogno di “rigenerare l’Africa”, anche se la congregazione non c’è ancora e bisogna proprio partire dalle fondamenta. Comboni è certo di aver fatto con lei un ottimo acquisto, se la descrive con queste lusinghiere parole: “testa, capacità, carità e pietà distinta. A ciò aggiunge una salute di ferro ed una attività sorprendente, e anche in arabo si difende abbastanza: ecco il tipo che intendo io!”. Anzi, per descriverla come si deve, deve prendere a prestito le qualità di altre supercollaudate congregazioni: “essa alle qualità d'una Figlia di S. Vincenzo de’ Paoli, accoppia una sublime vita interiore d'una Sacramentina e d'una Figlia della Visitazione”.
Naturale, quindi, che ad una suora con questi indispensabili requisiti, possa affidare il ruolo di superiora di quel gruppetto di quattro suore che il 10 dicembre 1877 lo accompagna in Sudan per l’apertura della sua prima missione.  Monsignor Comboni muore in quella terra nel 1881 e gli viene dunque risparmiata la sofferenza di vedere le sue missioni travolte dal fanatismo islamico del Madhi, che autoproclamatosi successore di Maometto, dal 1882 al 1898 si impone come riformatore religioso e padre dell'indipendenza del Sudan. Suore e missionari vengono fatti prigionieri: alcuni muoiono nel primo mese di detenzione, altri scelgono l’apostasia in cambio della libertà, altri ancora come Teresa sopportano disumane condizioni di vita pur di non tradire il loro battesimo e la loro vocazione. Con il passare degli anni, le minacce di trasferire le suore in un harem si fanno sempre più pesanti e il governatore austriaco del Sudan, anche lui prigioniero, suggerisce dei finti matrimoni con dei prigionieri greci per salvare le apparenze e la vita alle suore, dato che la donna nella cultura mussulmana non può vivere sola e deve appartenere ad un uomo.  I madhisti si accorgono, però, dopo tre anni, che da questi matrimoni non nascono figli e quindi, subodorando un inganno nei loro confronti, minacciano l’uccisione dei prigionieri.
Il comboniano Padre Orwhalder, che in quel campo ha assunto funzioni di guida spirituale, decide così che almeno uno di quei matrimoni debba essere consumato, di modo che la nascita di un bambino salvi la vita di tutto il gruppo. La scelta ricade su Teresa, cui si chiede di sacrificarsi per tutti proprio nel suo ruolo di superiora. Accetta con la morte nel cuore, esclusivamente per “salvare le sorelle da mali peggiori”. Nascono tre figli, tra cui una bimba che muore a tre anni con grande dolore di Teresa. Nel 1898 con la vittoria degli Inglesi sul Madhi, tutti i prigionieri tornano alla loro situazione precedente, chi al convento chi nella propria famiglia: solo Teresa si accorge che “per me sola non ci sarà più né convento né famiglia e fino alla morte durerà la mia schiavitù», unita per tutta la vita a quel Dimitrj Cocorempas, che non ha né scelto né amato ed al quale si sente tuttavia legata per i figli che le ha dato. Assiste pazientemente il suo uomo, diventato violento, anche nella sua lunga malattia, lo riavvicina alla fede, e nel 1915 gli chiude gli occhi. Tre anni dopo rientra in Italia, con i figli ormai grandi e pronti a spiccare il volo, con grande imbarazzo dei parenti e del paese, “perchè tutti sapevano che ero stata suora”. La congregazione, in cui chiede di essere riammessa, si rifiuta di accoglierla e Teresa assapora fino in fondo l’incomprensione e l’esclusione, pur ritenendo di aver ad essa sempre appartenuto, almeno con lo spirito. “Dal vel del cor giammai disciolta”, spira dolcemente il 21 ottobre 1931, ad 81 anni, e solo 80 anni dopo viene messo in risalto il suo “martirio”, durato quasi mezzo secolo.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

La violenza sessuale è stata fin dalle origini uno dei modi di torturare le donne cristiane che si rifiutavano di abbandonare la loro religione. Il cristianesimo, del resto, è l’unica religione che prevede per le donne la scelta della castità come via spirituale. Una delle novità più travolgenti del cristianesimo antico, infatti, è stata proprio la possibilità per le donne di scegliere la castità, rendendole uguali a monaci ed eremiti, e superiori ai laici appesantiti dalle preoccupazioni familiari.
Ma questa uguaglianza veniva a cadere davanti al martirio. I pagani, infatti, molto colpiti dal numero crescente di vergini cristiane, verso la fine del III secolo avevano cominciato a infliggere loro persecuzioni che assumevano la forma di violenza sessuale o di obbligo a prostituirsi nei lupanari. Si trattava di un tipo di martirio specifico riservato alle donne consacrate al Signore, un martirio che gli uomini non conoscevano e che è ricordato nei primi martirologi cristiani — valga per tutti il celebre caso di Agnese — ma che non è stato sufficiente in sé a determinare la santità: Agnese è venerata come martire perché, dopo essere stata esposta nuda in un lupanare, è stata uccisa. Dopo i primi secoli, finite le persecuzioni, la violenza sulle donne consacrate si è ripetuta più raramente nelle terre cristiane, per ricomparire agli inizi dell’età contemporanea, quando rivoluzioni e invasioni hanno imposto la cacciata delle monache dai monasteri di clausura. Soprattutto è ricomparsa — e purtroppo anche oggi costituisce un rischio reale — per le suore missionarie o che vivono in zone di guerra interreligiosa ed etnica.
Se ne parla poco, si tratta di situazioni difficili da definire e soprattutto da risolvere, specialmente quando la violenza dà origine a un figlio, evento che naturalmente obbliga la suora violentata a rinunciare alla sua vocazione di religiosa.
Su questi episodi gravano ancora l’imbarazzo e la vergogna che, fino a qualche decennio fa, impedivano anche alle nostre società di giudicare le violentate come vittime: su di loro sembrava sempre calare l’ombra della colpa, della connivenza con il violentatore. Se in ambito laico il femminismo ha combattuto per sfatare questo pregiudizio — che induceva molte donne a non denunciare la violenza subita — nel mondo cattolico questa opinione sta scomparendo solo ora, come dimostra il processo di beatificazione che le suore comboniane stanno preparando nei confronti di un’eroica missionaria costretta al matrimonio più di cento anni fa, Teresa Grigolini.
Teresa, una giovane donna che condivide il sogno di Daniele Comboni di «rigenerare l’Africa», fu una delle prime religiose a seguirlo nel 1875 nel Sudan, in luoghi inospitali per il clima e l’estrema povertà, con tanta passione e competenza da essere considerata dal fondatore «il modello della vera suora missionaria dell’Africa centrale, il primo e più compiuto soggetto della congregazione delle Pie madri della Nigrizia».
Altre lettere di missionari comboniani che collaboravano con lei confermano questo lusinghiero giudizio: «Essa — scrive Padre Orwalder dalla missione di El Obeid — è l’anima di tutte: quando lei manca, manca tutto. È portatrice di gioia, di coraggio, e guai a noi se il Signore la prendesse con sé».
Teresa non muore di malattia, come tante coraggiose giovani che l’hanno seguita, ma incontra un supplizio peggiore quando la missione viene occupata dalle truppe vittoriose del Mahdi. Sarà costretta infatti a vivere dieci anni in prigionia, torturata da stenti e timori di violenza, ma soprattutto dal dolore di sentirsi abbandonata dal clero e dalla sua congregazione, che non riuscivano a fare arrivare soccorsi né ad avviare tentativi diplomatici per liberare i prigionieri.
Nelle memorie della prigionia, che scrisse pochi anni prima di morire — un testo drammatico proprio per lo stile scarno e senza fronzoli — Teresa scrive: «Dico che peggio di così non può succedere al mondo». Dopo questi anni, in cui ha sempre resistito alle pressanti richieste di apostasia e ha più volte proclamato di preferire a questa la morte, con le altre suore viene costretta dal Mahdi al matrimonio.
Si organizzano così matrimoni fittizi con alcuni greci, anch’essi prigionieri ma, dopo sette anni in cui non nascono figli, diventa improvvisamente necessario, per la salvezza di tutti, che almeno uno dei matrimoni venga consumato e la nascita di un figlio lo provi. Padre Orwalder decise che si doveva sacrificare proprio Teresa — tutte erano state sciolte dai voti all’arrivo del Mahdi — con una scelta poi contestata duramente, al momento del ritorno in Italia, sia dalla Santa Sede che dalla famiglia Grigolini. Perché richiedere questo drammatico strappo a una missionaria perfetta?
Sappiamo solo che Teresa, seppure con disperazione, ha avuto la forza di obbedire: «Confesso pure la mia miseria, pensai che il Signore mi avesse fatto torto. Per un anno intero — scrive nel memoriale — piansi la mia disgrazia, ma più ancora il giorno della liberazione. Tutti, dicevo tra me, tutti hanno trovato la loro liberazione; le suore al loro convento, e tutti gli altri in seno alle proprie famiglie e ai loro paesi; per me sola non ho potuto trovare né il mio convento né la mia famiglia; e fino alla morte sarebbe durata la mia schiavitù».
Si tratta di un sacrificio, infatti, che implica non solo la fine della sua vocazione religiosa, ma anche quella di ogni speranza: quando l’arrivo degli inglesi liberò i prigionieri sopravvissuti, Teresa rimase incatenata alla sua nuova condizione. Una catena reale, ma anche affettiva: i figli nati dal matrimonio, infatti creavano forti legami con il suo nuovo stato di vita.
Ella inoltre era perfettamente consapevole che la sua scelta non sarebbe stata facilmente capita e approvata da chi in Italia viveva così lontano dal crudele mondo africano. La fine della speranza costituì per lei un momento terribile: «Eccomi dunque, sola soletta in mezzo a quei barbari e tanto lontana da tutto il mondo, senza speranza, neanche lontana, di uscire da quella bolgia infernale». Ma anche allora «metteva confidenza in Dio che, domandandogli perdono mi avrebbe perdonato».
Anche quando non ha più alcuna speranza negli esseri umani, riesce a sperare e ad accettare la volontà incomprensibile di Dio, che le impone di lasciare la vita religiosa che aveva scelto per amor suo: ecco il sacrificio più grande che Teresa compie dentro il suo cuore.
E lo compie totalmente, senza riserve: lo testimonia il suo ritorno alla casa maritale anche quando — tornata in Italia e accettata dalla sua famiglia con i figli superstiti — potrebbe ristabilirsi lì. Decide invece di assumere fino in fondo il suo destino tornando a vivere con il marito a Ondurman e poi a El Obeid. Un marito violento, che lei assisterà fino alla morte, dopo lunga malattia e dopo averlo riportato alla fede. Solo a questo punto, finalmente libera dalla sua croce, tornerà in Italia per vivere quasi nascosta nella casa di un fratello prete, dal momento che la sua congregazione si rifiutava di accoglierla.
Se la rinuncia al proprio io, ai desideri e alla volontà fanno parte di ogni cammino verso la santità, che ha come obiettivo quello di sostituire la volontà propria con quella divina, il caso di Teresa nella sua gravità rimane forse unico e misconosciuto esempio di una via particolare al martirio.
La sua profonda onestà davanti a Dio, che la porta sempre a scegliere la via più difficile ma giusta, l’aiuta anche ad affrontare chi, in famiglia e nella congregazione, tendeva a interpretare la sua scelta matrimoniale come una colpa. Nel memoriale, da lei scritto come una difesa, senza concessioni al patetico, Teresa si assume tutte le responsabilità, e fa capire come la saldezza del suo rapporto con Dio le abbia dato quella pace e quella sicurezza interiore che il mondo esterno le negava.
La sua vicenda, se pure con modalità forse meno drammatiche, è stata condivisa da molte altre missionarie, per le quali la violenza sessuale ha assunto una connotazione particolarmente dura perché, nel caso della nascita di un figlio, ha significato l’abbandono di una vita scelta e affrontata con convinzione, quella religiosa.
Per loro, l’abbandono alla volontà di Dio ha voluto dire addirittura la rinuncia a donarsi a lui. Sono vite nascoste e preziose, che testimoniano come la violenza sul corpo delle donne possa prendere tante forme, alcune delle quali quasi nascoste.


Autore:
Lucetta Scaraffia

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Aggiunto/modificato il 2015-10-31

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