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Beata Martina Vazquez Gordo Vergine e martire

4 ottobre

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Cuéllar, Spagna, 30 gennaio 1865 - Algar de Palancia, Spagna, 4 ottobre 1936

Martina Vásquez Gordo, nativa di Cuéllar presso Segovia, a trent’anni entrò tra le Figlie della Carità di San Vincenzo De Paoli. Terminata la sua formazione iniziale, ebbe varie destinazioni: Ospizio e Collegio della Medaglia Miracolosa di Zamora; Ospedale di Segorbe; Casa Provinciale di Madrid; Ospedale Doker di Melilla, e di nuovo Ospedale, Scuole e mensa della Carità di Segorbe (Castellón). Si occupò inoltre della cura dei feriti spagnoli nella guerra del Nordafrica. Tornata in patria, dopo dieci anni rimase vittima, insieme alle sue consorelle, della persecuzione religiosa durante la guerra civile spagnola. Morì fucilata il 4 ottobre 1936, chiedendo perdono per i suoi carnefici e pregando per loro. È stata beatificata a Tarragona domenica 13 ottobre 2013, inserita nel gruppo di cinquecentoventidue martiri caduti nel periodo della guerra civile.



Martina Vásquez Gordo nacque a Cuéllar , presso Segovia, il 30 gennaio 1865, primogenita degli otto figli di Zacarías e Antonia, proprietari di una pasticceria. Sin dai primi anni manifestò il carattere intelligente e coraggioso che l’avrebbe contraddistinta per tutta la vita.
Alla morte della madre, Martina dovette cominciare ad aiutare in negozio: i testimoni dichiarano che era molto collaborativa e servizievole.
Una volta cresciuta, pensò di doversi formare una famiglia, quindi accettò di fidanzarsi con un giovane di Toro, città vicina a Zamora. Il suo parroco, però, ritenne che non fosse volontà di Dio e la dissuase.
Nel frattempo, suo padre era stato ricoverato per una caduta da cavallo presso l’Ospedale centrale di Valladolid, dove operavano le Figlie della Carità di San Vincenzo De Paoli. Nel vedere come assistevano i malati, intuì che Dio la chiamava a essere una di loro, ma per averne conferma chiese un segno: la guarigione del genitore. Quando lui si riprese, Martina non ebbe più dubbi e ruppe il fidanzamento.
Il padre, tuttavia, non era d’accordo: era rimasto vedovo e non poteva sopportare di essere lasciato solo con gli altri cinque figli, due maschi e tre femmine (gli altri due erano morti in tenera età). Martina, quindi, pregava e aspettava e, intanto, insegnava alle sorelle come occuparsi della pasticceria. Un’altra delle sorelle, intanto, era entrata nel convento delle Concezioniste a Cuéllar , per cui non comprendeva perché a lei fosse negato di farsi religiosa.
Infine, aiutata dal parroco e dalle suore dell’ospedale di Valladolid, vinse l’opposizione paterna e iniziò a trent’anni compiuti, nel mese di settembre 1895, il postulandato nel medesimo ospedale dove aveva avvertito i primi segni della chiamata. Successivamente, entrò nel Seminario (la struttura di formazione delle giovani Figlie della Carità si chiama così) di Madrid, in calle Jesús 3, il 26 febbraio 1896.
Il periodo di formazione non fu facile: la sincerità della sua vocazione era messa in dubbio e lei stessa venne sottoposta a prove che la portarono a pensare di voler abbandonare quel cammino. Dopo aver molto riflettuto, s’impegnò a resistere e concluse felicemente la parte iniziale della sua vita religiosa.
La sua prima destinazione fu a Zamora, come responsabile della lavanderia e della cucina, in un periodo dove l’ospizio tenuto dalle suore aveva numerosissimi ospiti. Non si era mai occupata di faccende simili, ma, per amore dei poveri, accettò.
Sempre a Zamora, divenne superiora del Colegio de la Medalla Milagrosa, in calle San Torcuato, familiarmente detto “La Milagrosa”. Era stato fondato nel 1903 e lei vi giunse cinque anni dopo, scoprendo che era poco frequentato, a causa di un pregiudizio diffuso: la gente, infatti, pensava che la scuola non fosse molto prestigiosa. A quel punto, suor Martina uscì per diffondere personalmente la voce che, nel settembre 1909, sarebbero ricominciate le attività didattiche.
Si spinse perfino in uno dei circoli frequentati dagli uomini del quartiere, attaccando bottone con alcuni deputati cittadini, che giocavano a biliardo, per convincerli a iscrivere i loro figli. Uno di essi, per scherzo, esclamò che, se lei avesse partecipato a una partita e fosse riuscita a fare carambola, lui avrebbe mandato alla Milagrosa suo figlio. Ella, dunque, prese la stecca, si concentrò e mandò in buca la pallina. Di sicuro, l’uomo si sarà stupito nel riconoscere, nella preside della scuola, quell’insospettabile giocatrice.
Nel periodo in cui si occupò della scuola, suor Martina aprì due classi di asilo e una delle elementari; fece anche in modo di ampliare la struttura e costruire nuove aule.
Nel 1914 venne nominata superiora di Segorbe, dove avrebbe dovuto occuparsi di un ospedale e di una scuola, che versava in condizioni tremende. Alla stregua di quanto aveva compiuto a Zamora, capovolse la situazione: per prima cosa, provvide a procurare un’alimentazione adeguata agli ammalati. Inoltre, strinse relazioni con le famiglie benestanti per migliorare le fatiscenti strutture e giunse ad impiegare la sua personale dote familiare.
Ma ciò che le suore compivano non le bastava, o meglio, sentiva che non bastava ai poveri. Di conseguenza, inaugurò, tra gli altri, una mensa per gli operai, un dispensario e «La Gota de Leche» («La Goccia di Latte»), un’organizzazione che si occupava di offrire latte artificiale alle mamme povere che non potevano allattare i loro piccoli. Ogni giorno, poi, andava a visitare gli ospiti di una struttura d’accoglienza temporanea, occupandosi dei loro bisogni e aiutandoli a trovar lavoro.
In seguito, in collaborazione col sindaco, creò la Junta Segorbina de Caridad, a sostegno dell’ospedale e dell’ospizio. La sua carità contagiosa non dimenticò la promozione della cultura: arricchì le scuole con l’apporto di maestre laiche ed ella stessa dava lezioni di taglio e cucito, ma anche di catechismo, alle bambine povere.
Tra il 1918 e il 1923 ricevette l’incarico di assistente del Consiglio Provinciale delle Figlie della Carità, motivo per cui venne destinata di nuovo alla casa di Madrid. Nel 1923 le truppe spagnole impegnate nella guerra in Nordafrica subirono una pesante sconfitta a El Annual: i numerosi feriti avevano bisogno di infermiere.
Alla richiesta di aiuto da parte del Re, la Visitatrice suor Josefa Bengoechea rispose: “Maestà, non ventiquattro, ma quarantadue Figlie della Carità partiranno domani stesso e, in testa a questo battaglione di consolazione balsamo e di pace, marcerà suor Martina”. In effetti, ella fu la responsabile degli ospedali militari, occupando l’incarico di superiora presso l’Ospedale Doker a Melilla.
Si occupava veramente di tutto: pulire i pavimenti, badare ai feriti e, quando l’occasione lo richiedeva, dare ordini ai militari. Convinta che così prolungava sulla terra la missione di Gesù, spesso la si udiva esclamare: “I soldati e i poveri sono coloro che mi devono portare in cielo”.
Un giorno, arrivò al Doker un camion stracolmo di soldati morti e feriti. Suor Martina si mise a scaricarli, consolando quanti erano in fin di vita. I conducenti del camion esclamarono: “Voi siete la nostra vera madre”. In breve, nell’ospedale non ci fu più un posto libero; nei pressi c’era il circolo ufficiali, che le parve perfetto per ospitarli. All’udire il rifiuto di uno dei militari di alto rango, lei si rivolse telefonicamente al Ministro della Guerra, Juan de la Cierva y Peñafiel. Non solo le venne concesso, come da lei richiesto, l’uso del circolo come ospedale per una settimana, ma venne nominata Capitano Generale, un titolo che le consentiva l’autorità di fare pressoché tutto ciò che voleva. Gli stessi ufficiali l’aiutarono ad allestire i letti e tutto il necessario per i feriti.
Poco dopo, arrivò al circolo il general Gonzalo Queipo de Llano y Sierra, che rimase sbalordito da quanto vedeva e decise di conoscere colei che aveva operato quella trasformazione. Entrato all’ospedale, chiese a una religiosa dove potesse trovare suor Martina, sentendosi rispondere che non era tanto lontana. Continuando la visita, incontrò un’altra suora, a cui pose la stessa domanda: “Ha appena finito di parlare con lei”, rispose. Suor Martina, voltandosi, sorrise al generale, che le dichiarò tutta la sua ammirazione.
Terminata la guerra, suor Martina si diresse sul monte Gurugú, dove le truppe africane avevano posizionato i cannoni, e vi disseminò un pugno di Medaglie Miracolose, promettendo che un giorno vi avrebbe fatto porre una statua della Madonna. Uno dei capi religiosi musulmani del luogo, successivamente, le offrì una stoffa di seta da usare per fare un mantello alla Madonna di Henar, patrona di Cuéllar , sua città natale.
Nel 1926 tornò a Segorbe, con rinnovate speranze ed energie. S’impegnò a consolidare le strutture e ad ampliarle se possibile: il tutto per aiutare i suoi amatissimi poveri, senza perdere la sua salda fede e il suo carattere coraggioso, ottimista e umile, che la conduceva a chiedere perdono delle offese che poteva aver arrecato. Nel 1933 venne sollevata dall’incarico di superiora, ma rimase a Segorbe, al fianco dei più bisognosi.
Tre anni dopo, suor Martina si accorse che la situazione per la Chiesa spagnola stava volgendo al peggio. Allo scoppio della guerra civile, il 25 luglio 1936, convocò tutte le suore in cappella, per consumare le sacre specie ed evitarne la profanazione. L’indomani, 26 luglio, i miliziani invasero l’ospedale e intimarono alle suore che alle quattro del pomeriggio dovevano essere fuori di lì, oppure avrebbero sparato e lanciato bombe contro l’edificio.
Così, scortate da quattro soldati, uscirono e vennero portate in una casa disabitata, appartenuta a una delle loro ex allieve; vennero spinte dentro e chiuse a chiave. Di tanto in tanto i persecutori passavano a vedere se qualcuna di loro fosse scappata.
Anche se vivevano segregate, la gente del posto faceva passare il cibo per loro dalle finestre. Suor Martina, dal canto suo, aveva il presentimento che sarebbe morta martire, ma incoraggiava le consorelle: «Dobbiamo essere forti, il Signore non ci abbandonerà. Preghiamo e chiediamo la forza al Signore».
Vissero così dal 26 luglio al 3 ottobre, giorno in cui capirono di doversi preparare spiritualmente a morire. Nella casa vicino alla loro viveva clandestinamente un sacerdote, che non poteva chiaramente entrare da loro: di conseguenza, la confessione si svolse a distanza, mediante segni e per iscritto, con il vetro delle finestre a fungere da grata.
Alle nove di sera del 4 ottobre 1936 arrivarono i miliziani. Suor Martina stava in disparte, perché non si sentiva bene. Le consorelle lo riferirono, ma i soldati risposero di doverla prelevare. Allora lei indossò l’abito religioso, abbracciò commossa ogni suora e diede loro il suo arrivederci in cielo. Alcune supplicarono di poter andare con lei, ma non fu loro concesso.
Venne quindi collocata su di un camion, che si mise in viaggio sulla strada verso Algar de Palancia, al confine tra Castellón e Valencia. Intuendo le intenzioni degli uomini, suor Martina disse: «Mi state per ammazzare, non c’è bisogno che mi portiate lontano». La fecero scendere dal camion e lei, senza opporre alcuna resistenza, chiese loro di aspettare un attimo. Quando però le venne chiesto di voltar loro le spalle, si rifiutò: «Morire con le spalle voltate è da codardi. Voglio ricevere la morte in faccia come Cristo e perdonare come Lui perdonò». Quindi si mise in ginocchio, pregò con fervore e si segnò con l’acqua benedetta che aveva con sé.
Dopo aver baciato il crocifisso, si rivolse un’ultima volta ai persecutori: «Se vi ho offeso in qualcosa, vi chiedo perdono, e se mi uccidete, io vi perdono... Quando volete, potete sparare!». Ciò detto, allargò le braccia in forma di croce, tenendo il crocifisso tra le dita della mano destra. Prima di ricevere la scarica di colpi, ebbe il tempo di pronunciare un’ultima professione di fede: «Credo nelle parole di Cristo: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio”».
I soldati spararono, colpendola al collo e al viso, ma non uccidendola immediatamente. Con tutta la forza che le era rimasta, suor Martina gridò: «Mio Dio, abbi pietà di me!». Con quel grido, cadde in una fossa e morì. Aveva sessantotto anni ed era Figlia della Carità da più di trenta.
Il mattino dopo, il suo corpo venne portato al cimitero di El Algar. Al termine della guerra civile, i suoi resti mortali vennero riesumati, riconosciuti dalle consorelle e condotti a Segorbe, insieme ad altre quarantacinque bare, che vennero vegliate nel chiostro dell’ospedale per tutta la notte. Il suo feretro venne portato a spalla dai soldati della Guardia Civil fino al cimitero. Nel 1959, infine, vennero traslati presso il Santuario di Nuestra Señora de El Henar, a Cuéllar.
Inoltre, la sua città natale le ha dedicato una via nel 2010, mentre anche a Segorbe si è avanzata un’analoga richiesta.
Quanto al suo processo di beatificazione, venne aperto, insieme a quello delle altre undici consorelle di Valencia e dell’Aspirante Dolores Broseta Bonet, il 5 dicembre 1960, ma subì un’interruzione, come molti altri di persone uccise durante la guerra civile. Venne quindi ripreso il 25 novembre 1994, ottenendo il nulla osta della Santa Sede il 5 giugno 1995. L’inchiesta diocesana sul martirio, chiusa il 22 maggio 1996, venne dichiarata valida con decreto del 20 febbraio 1998; l’anno successivo, la “positio super martyrio” venne trasmessa alla Congregazione vaticana per le Cause dei Santi.
Il 29 settembre 2009 si è tenuta la riunione dei periti teologi, seguita, il 7 giugno 2011, da quella dei cardinali e vescovi membri della Congregazione per le Cause dei Santi. Il 27 giugno 2011 papa Benedetto XVI ha firmato il decreto con cui suor Josefa Martínez Pérez e dodici compagne sono state ufficialmente dichiarate martiri.
La loro cerimonia di beatificazione ha avuto luogo a Tarragona, domenica 13 ottobre 2013, incluse nel più ampio gruppo di cinquecentoventidue martiri uccisi durante la guerra civile spagnola.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2013-11-01

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