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Andrea Zambianchi Seminarista

Testimoni

Forlimpopoli, Forlì-Cesena, 13 ottobre 1966 – 23 settembre 1996

Andrea Zambianchi, giovane della Diocesi di Forlì-Bertinoro, visse la propria formazione nella parrocchia di San Pietro a Forlimpopoli. Educatore di gruppi giovanili e promotore della Gioventù Mariana Vincenziana, nel 1991 iniziò lo studio della teologia al Collegio Alberoni di Piacenza, in vista dell’ingresso nei Preti della Missione. Dopo aver riconosciuto di essere chiamato ad entrare nel clero diocesano, frequentò il Pontificio Seminario Regionale di Bologna, portando avanti un forte impegno negli studi e nella formazione spirituale. Affascinato dalla figura di don Lorenzo Milani, volle scrivere su di lui la sua tesi di baccellierato. Non vedente dall’occhio destro a causa di un’operazione subita nel 1988, nel dicembre 1995 venne colpito da un tumore al fegato, al pancreas e al polmone, sopportato con fede e forza d’animo. Morì in casa sua, a Forlimpopoli, nella notte tra il 22 e il 23 settembre 1996, venti giorni prima di compiere trent’anni.



Andrea Zambianchi nacque a Forlimpopoli il 13 ottobre 1966, da Angioletto, insegnante di matematica, ed Eleonora Campri (due anni dopo, sarebbe stato seguito dal fratello Enrico). Tre giorni dopo, venne battezzato nell’Ospedale Civile di Forlimpopoli da don Arnaldo Lodi. Considerò davvero la sua famiglia come il primo luogo dove fu educato alla fede: la madre fu la sua prima catechista, non solo tra le mura domestiche, ma anche tra quelle parrocchiali.
L’11 dicembre 1977 ricevette la Cresima nella sua parrocchia, San Pietro a Forlimpopoli, per l’imposizione delle mani del Vescovo monsignor Giovanni Proni. Da allora si sentì ancora più radicato nella comunità parrocchiale, che da tre anni, sotto la guida del parroco don Roberto Rossi, era stata suddivisa in comunità di base e gruppi di fraternità.
Fu proprio don Roberto a chiedere al giovane Andrea, che nel frattempo si era iscritto all’Istituto Magistrale e frequentava il secondo anno, di impegnarsi come catechista per i bambini delle elementari. A quell’impegno si aggiunse, nel 1985, l’anno dopo aver conseguito il diploma, l’attività di volontariato presso una casa delle Figlie della Carità di San Vincenzo De Paoli.
Il contatto col carisma vincenziano fece sorgere in lui una decisa scelta per le persone disagiate ed emarginate a vario titolo, che confermò contribuendo alla fondazione, in parrocchia, di un gruppo della Gioventù Mariana Vincenziana.
Nel 1986, dopo aver frequentato l’anno integrativo alle Magistrali, s’iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Bologna, laureandosi nel maggio di quattro anni dopo, con una tesi sul diritto d’autore.
Ma una prova di ben altro spessore lo attendeva: nel giugno 1988, Andrea subì il distacco della retina dell’occhio destro. Ricoverato dapprima all’ospedale di Forlì, poi al San Raffaele di Milano, fu operato, ma da allora poté vedere solo con l’occhio sinistro e dovette portare gli occhiali. In quel periodo, che non esitò a definire “calvario”, il solo aiuto gli veniva dalla madre, la quale, ogni sera, gli leggeva qualche pagina di Vangelo.
La sofferenza vissuta in prima persona contribuì a farlo maturare, insegnandogli a relativizzare i piccoli problemi quotidiani ma, ancora di più, ad «adeguarsi e portare la croce senza sentimentalismi», per usare le sue stesse parole.
Dopo la laurea, il giovane prese a collaborare a varie testate giornalistiche, come «La Gazzetta di Forlì» e, per la cronaca locale, «Il Messaggero» e «Il Resto del Carlino». Anche la stampa cattolica poté giovarsi dei suoi contributi: nei periodici diocesani «La Vita Religiosa», «L’Incontro» e «Vieni e Seguimi», come pure sulle riviste giovanili «Spazio G. M.» e «Verso l’Azzurro», spesso comparivano i suoi ardenti articoli, incentrati perlopiù sui temi che più lo coinvolgevano.
Non esitava a scagliarsi contro l’aborto, che paragonava alle stragi di Stato; invitava i lettori a responsabilizzarsi di fronte alla fame dei paesi poveri; ricordava ai giovani gli ideali a cui dovevano mirare, ma allo stesso tempo indicava loro vie concrete per viverli.
Lui per primo aveva compreso quali fossero, grazie alla guida del suo parroco, ai campi estivi e a un ritiro svolto a Cuneo, nella comunità animata da padre Andrea Gasparino (+ 2010, fondatore del Movimento Contemplativo Missionario Padre de Foucauld). Aveva gli strumenti, ma, come scrisse, «Dopo la laurea il mio cuore sapeva già che avrei iniziato un cammino di consacrazione, ma la mia mente non aveva voluto capirlo subito».
Ci volle l’aiuto di una Figlia della Carità, suor Raffaella, che lo conosceva da tempo e che gli presentò un suo confratello. Insieme a quel sacerdote vincenziano, Andrea trascorse un mese nell’estate 1991 a Siena: fu allora che intuì quale avrebbe potuto essere il suo posto nella Chiesa.
Così, nel 1992, entrò al Collegio Alberoni di Piacenza, per intraprendere gli studi teologici ed entrare tra i Preti della Missione, ossia i Padri Vincenziani. Con la sua abituale schiettezza, si espresse in questo modo sulle pagine di «Vieni e Seguimi»: «È Dio che mi ha afferrato, mi ha inserito nei suoi progetti, è stato fedele: sono in cammino per diventare suo servo».
Quel cammino, però, non fu privo di dubbi. Preso da quelli che definiva “strani pensieri”, si confidò per lettera ad un sacerdote amico, don Emanuele, chiedendogli consiglio per meglio discernere la volontà di Dio su di sé. La passione per i poveri lo coinvolgeva, ma, allo stesso tempo, non voleva dimenticare le sue radici e l’impegno parrocchiale. Infine comprese: non era tra i Vincenziani che Dio lo voleva, bensì nel clero diocesano.
Dall’anno 1993/’94, quindi, Andrea visse nel Pontificio Seminario Regionale di Bologna, venendo ammesso direttamente alla II Teologia. I giudizi sulla sua condotta indicavano dapprima una certa difficoltà nel confronto con gli altri, ma, gradatamente, si aprì allo scambio e al confronto. Il suo ideale sacerdotale era concretizzato nella figura di don Lorenzo Milani, che aveva iniziato a conoscere a dodici anni, leggendo brani di «Lettera a una professoressa». A lui, e al suo rapporto con la Chiesa, decise di dedicare la sua tesi di baccellierato.
Nel novembre 1994, a causa di un incidente in Puglia, morirono tre suoi compagni, Paolo, Carlo e Alberto. Il contatto con la morte fece percepire al giovane, una volta di più, quanto fossero da ritenere banali le preoccupazioni del mondo, ma anche l’importanza del conforto che deriva dalla fede in Gesù. Un mese dopo, il 20 dicembre, presentò al Vescovo di Forlì, monsignor Vincenzo Zarri, la domanda di ammissione tra i candidati al Diaconato e al Presbiterato, mentre il 19 dicembre dell’anno successivo chiese di poter ricevere il Lettorato, in occasione della Giornata del Seminario 1996.
Inaspettatamente, proprio nel 1995, fu colpito da un tumore, che l’aggredì al fegato, al pancreas e al polmone. Dovette affrontare una pesante chemioterapia ed era assalito da febbri altissime, dolori surrenali e intercostali.
Chiamato a dare la sua testimonianza nella Cattedrale di Forlì, in occasione della Giornata Mondiale del Malato 1996, espresse con tono vibrante sia il tipo di prete che avrebbe voluto essere, sia la sua particolare chiamata al dolore; giunse perfino ad invocare una maggiore preparazione in Seminario verso la conoscenza e il contatto con gli ammalati. «Se il prete non cura quel minimo di preparazione per sapersi accostare al dialogo vero, autentico, fecondo con chi soffre veramente a livello fisico e psicologico», chiese, «come potrà sentirsi in pace la sera prima di coricarsi?». Con la sua stessa presenza sperava di poter aiutare in tal senso i suoi compagni di studi.
il 6 aprile 1996 aprì il suo cuore ad un altro prete amico, don Adriano, accennando ad una sorta di patto che aveva stipulato col Signore prima di entrare in Seminario: «Sono sicuro che il Signore non tradirà la sua Parola nei miei confronti anche se il peso della sua Parola passerà sempre (fino all’incontro con Lui definitivo) per un mio stato di salute precario e altalenante [...] Ma tutto ciò mi apre alla gioia perché non fa altro che condurmi nel sentiero dove io (faticosamente) e il Signore (amorevolmente e gratuitamente) ci siamo scambiati un sì (che resta, peraltro, solo per me, impegnativissimo)».
Il 26 giugno 1996, insieme a un amico seminarista, si recò a Barbiana, per chiedere forza al suo modello don Milani e prepararsi alla discussione della tesi di baccellierato, che giunse quasi a completare nel mese di agosto. A quello stesso periodo risalgono alcuni appunti, dove scrisse di voler prospettare a don Erio Castellucci, all’epoca docente della Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, la possibilità di essere ordinato sacerdote prima del sesto anno canonico, poco dopo il baccellierato. Era determinato ad affrontare il nuovo anno con la sua abituale determinazione, ma sapeva che non sarebbe riuscito in nulla senza l’aiuto divino: «Che Dio mi assista. Che il male si fermi, che la Madonna interceda. Che la pace, quella di Cristo, mi avvolga», lasciò scritto.
Ad inizio settembre, manifestò a don Castellucci un nuovo desiderio: frequentare la Facoltà di Psicologia a Cesena, presso la quale si era iscritto all’esame di selezione, per capire meglio i giovani e i malati mentali. Tutto, però, in spirito di piena disponibilità: «Se il Signore mi vuole, io sono pronto», ripeté più di una volta.
Nella notte tra il 22 e il 23 settembre 1996, venti giorni prima del suo trentesimo compleanno, in casa sua, Andrea partì per incontrare definitivamente il Signore, come sperava. Nella Messa esequiale, celebrata nella chiesa di San Rufillo a Forlimpopoli, monsignor Zarri non esitò a definire il giovane, il cui corpo era stato rivestito della veste da lettore, “sacerdote nel cuore”.
A un anno dalla sua morte, venne pubblicata una selezione dei suoi articoli e appunti personali, intitolata «Togliete la pietra». La sua tesi, invece, è uscita postuma nel 1997, col titolo che lui stesso le aveva dato, prendendolo da una frase di don Milani: «Io non lascio la Chiesa per nessun prezzo al mondo perché mi ricordo cos’era vivere al di fuori di essa». Nel 2008, infine, per interessamento di don Castellucci e di Filippo d’Elia, insegnante di religione in una scuola media di Taranto, è stata pubblicata dall’Editrice Missionaria Italiana come «La Chiesa di Don Milani – Profeta del rinnovamento».
Ogni anno, in occasione dell’anniversario della morte del priore di Barbiana, i genitori di Andrea e altri amici ritornano sui luoghi che gli erano tanto cari, ricordando lui e la passione per la Chiesa e per i poveri che aveva attinto dal suo modello e ispiratore.
Infine, vale la pena di segnalare che il suo nome è citato su una lapide situata nel Seminario di Bologna, insieme a quelli degli altri santi, martiri e confessori che vi hanno compiuto gli studi prima del sacerdozio.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2013-11-29

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