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Padre Michele Fontana Rava Sacerdote oratoriano

Testimoni

Vico Canavese, Torino, 12 settembre 1758 - Torino, 23 giugno 1833


Michele Fontana Rava nacque a Vico il 12 settembre 1758. Fu battezzato dopo poco dal pievano don Giuseppe Bario, prete originario della parrocchia. Suo padre Antonio era un illustre notaio della Val di Brosso, sua mamma Maria una osservante donna di preghiera. La famiglia Fontana Rava era molto numerosa e contava tre fratelli e sette sorelle. Nella parentela esistevano tra l’altro uno stimato legale, consulente gratuito del clero, il quale lasciò tutta la sua fornita biblioteca al seminario di Ivrea e don Michele Presbitero che fu rettore di Traversella dal 1850 al 1876.
Michele ricevette la Cresima a nove anni, come annota il pievano di Vico succeduto a don Bario, don Federico Panetti da Strambino, durante la visita pastorale che il Vescovo di Ivrea Monsignor Francesco Rorengo, compì in Val di Brosso e in Val di Chy, dal 14 al 18 luglio 1767.
Entrato giovanissimo nel Seminario Vescovile di Ivrea, fu ordinato sacerdote l’8 dicembre 1782 da Monsignor Ottavio Pochettini di Serravalle. In quegli stessi anni era Vicario Generale della Diocesi eporediese un cugino e compaesano del neo sacerdote, monsignor Giovanni Battista Presbitero. Alcuni anni più tardi, durante l’occupazione francese, il Vescovo e il suo Vicario, condivisero insieme la prigionia, ma riuscirono a risparmiare la soppressione della diocesi, alla quale fu invece incorporata, per un periodo, quella di Aosta.
Nel 1784 don Michele Fontana Rava si laureò a pieni voti in Teologia e Giurisprudenza alla facoltà di Torino. Pur con la doppia laurea e con la grande umiltà che gli era propria, lo stesso anno accettò l’incarico di maestro cappellano a Sale Castelnuovo, dove rimase per cinque anni.
Quelli furono anni di proficuo insegnamento e di sviluppo interiore per don Fontana e gli permisero di maturare l’idea di abbracciare uno stile di vita religiosa più intima con Dio e che gli offrisse la possibilità di concretizzare un apostolato di più ampio respiro.
Fu così che nel 1789 si ritirò all’Oratorio dei Padri Filippini di Torino. Questi religiosi, che s’ispirano a San Filippo Neri, nella capitale subalpina hanno sì una loro parrocchia, ma svolgono la loro missione in tutta la città. Così fece anche padre Fontana, il quale iniziò ben presto ad assistere i malati a ogni ora e a compiere conversioni insperate. Arrivava al capezzale di un malato improvvisamente, senza conoscerlo né essere stato chiamato da nessuno, spinto solo dallo spirito di Dio che lo guidava. La sua fama si sparse ben presto a Torino e nei dintorni e molti, cominciarono a paragonarlo al suo confratello, il Beato Sebastiano Valfrè.
Era anche uno stimato confessore. Tra i suoi penitenti v’erano molti eminenti personaggi del clero e del laicato piemontese.
Scrisse di lui lo storico Canonico Giovanni Saroglia: «Padre Fontana era tutto a tutti, per consigli e direzione spirituale, nonché per aiuti materiali. Il suo nome era scolpito nel cuore dei torinesi, che amavanlo qual padre e veneravano qual santo».
Osservava strettamente le regole e la penitenza come nessun altro. Si alzava ogni notte per andare a recitare il Rosario nella chiesa grande dei padri Filippini e cantava le litanie Lauretane a voce alta. Non alzava mai la voce, sapeva misurare i gesti e le parole. Ieratico e morigerato, aveva lo stile di vita proprio di un mistico.
A Torino strinse molte amicizie tra le quali, la più degna di nota a livello storico, è quella con il Canonico Giuseppe Benedetto Cottolengo. La conoscenza tra i due prelati, risale agli anni in cui il Cottolengo si trasferì in città.
Padre Fontana divenne ben presto il confessore e il padre spirituale di don Cottolengo che era canonico del Corpus Domini. L’amicizia e la devozione del Cottolengo per il suo confessore crebbero a tal punto da chiedergli di indirizzarlo ad entrare nei padri Filippini. Padre Michele chiese un mese di tempo per riflettere sulla proposta dell’amico, poi ribatté fermamente: «No. Dio vuole per voi un’altra cosa».
Di lì a poco Giuseppe Cottolengo aprì la Volta Rossa, poi il primo Ospedaletto con le suore Vincenzine.
I biografi del santo Cottolengo sono concordi nel dire che egli e padre Fontana si leggessero reciprocamente nell’anima, per cui poche parole bastavano a capirsi.
In quegli anni travagliati molti esponenti del clero, tra cui gli stessi canonici del Corpus Domini, richiesero al padre Filippino di far desistere l’amico dal suo proposito a causa dei troppi soldi che venivano impegnati e della grandiosità della sua impresa, tacciandolo di megalomania e perfino di pazzia. Le risposte di padre Fontana furono sempre ferme, disarmanti e sferzanti: «Se foste pazzi anche voi della pazzia del Cottolengo, non tardereste a riempire di santa meraviglia tutta la città» oppure: «È vero o non è vero che per chi ha fede tutto è possibile? Bene, c’è più fede nel solo Cottolengo che in tutta Torino. Se egli non teme, non dobbiamo temere neanche noi».
Da parte sua Giuseppe Cottolengo non prendeva alcuna decisione senza consultare il suo amico e confessore, né si opponeva a un suo consiglio. Il loro appuntamento fisso era il venerdì, giorno della confessione.
Con tutti i suoi impegni, padre Fontana non dimenticò però il suo paese natio, nel quale trascorreva alcuni giorni d’estate per ritrovarsi con la famiglia. A Vico, era stimato anche dai giovani che cercavano spesso la sua compagnia e il suo supporto morale. Molti seguirono le sue esortazioni per scegliere questa o quella strada e alcuni abbracciarono la vita religiosa come la vicolese suor Margarita Bario, la quale ritiratasi all’Istituto San Domenico di Torino tra le suore dette “Sapelline”, vi morì in tarda età e in concetto di santità da parte delle sue consorelle, e l’abate Giovanni Giuseppe Boglino di Inverso che divenne vice direttore della biblioteca regia, personaggio influente nella capitale, amico intimo di Silvio Pellico.
Devoto di Maria Immacolata, agli inizi del XIX secolo fece costruire a sue spese presso la chiesa parrocchiale di Vico l’altare a lei dedicato che dotò di beneficio ecclesiastico per molte Messe.
Questo beneficio, fece notare nel 1917 l’arciprete don Domenico Pagliotti, poi si perse a causa  della legge civile dell’incameramento.
A Vico e in valle andava anche a predicare le missioni o gli esercizi spirituali e sovente mandava riflessioni e scritti ai vari parroci.
Il 1832 fu un anno quanto mai carico di gioia per padre Michele. Poté assistere a Valdocco all’apertura della Piccola Casa della Divina Provvidenza, coronamento della infaticabile opera del suo fraterno amico e figlio spirituale canonico Cottolengo, mentre l’8 dicembre, in occasione del cinquantesimo di ordinazione sacerdotale, celebrò a San Filippo la sua Messa d’oro.
Anche se minato nella salute a causa del lavoro continuo e delle penitenze, continuò il suo ministero fino a quando, a metà giugno del 1833, fu costretto a letto dall’aggravarsi della sua condizione fisica. Al suo capezzale corse gran parte del clero torinese e naturalmente il canonico Giuseppe Cottolengo, al quale padre Fontana disse garbatamente: «Ora io muoio e non potrò più confessarla. D’ora in poi si rivolga a padre Girò».
La notte del 23 giugno emise il suo generoso spirito e fu sepolto con solenni esequie due giorni dopo nella chiesa di San Filippo Neri.
A Vico il giorno successivo si sarebbe dovuta celebrare la festa patronale di San Giovanni Battista. La notizia arrivò nel pieno dei festeggiamenti che furono subito sospesi. Tutta la gente, invitata dal parroco don Severino Valenzano, corse in chiesa a cantare il De profundis. Il suono festoso delle campane si mutò a lutto.
Anche Torino era in lutto. Si diceva con convinzione: “È morto un santo”.
Giuseppe Cottolengo seguì il consiglio del suo padre spirituale, fino alla morte avvenuta il 30 aprile 1842, confessandosi da padre Girò.
La fama di santità di padre Michele Fontana Rava non si spense presto e fu così che nel 1838 il Vescovo di Ivrea Monsignor Luigi Moreno, volle iniziare la sua causa di beatificazione affidando la raccolta dei documenti da inoltrare alla Congregazione dei Riti, al nipote del Filippino. Malauguratamente, la morte prematura del nipote di padre Fontana e alcuni sconvolgimenti politici, fecero arenare la causa che non fu mai più ripresa.
Ai giorni nostri, rimane il suo ricordo in alcune biografie del Cottolengo e nell’enorme ritratto che campeggia su uno degli altari della chiesa di San Filippo a Torino con sotto l’iscrizione: ‘Teologo Padre Michele Fontana da Vico Canavese’.
A Vico è custodito un suo paramento sacro, una pianeta di colore liturgico verde, per il tempo Per Annum,  che egli indossava quand’era in valle.


Fonte:
www.valchiusella.org

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Aggiunto/modificato il 2013-11-30

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