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Card. Andrew Yeom Soo-jung

Cardinale elettore

Ha antenati martiri il terzo porporato della storia della Chiesa in Corea. Dopo i suoi predecessori sulla cattedra di Seoul, Stephen Kim Sou-hwan, morto nel 2009, e Nicholas Cheong Jin-suk, arcivescovo emerito, entra nel collegio cardinalizio anche l’attuale pastore della capitale Andrew Yeom Soo-jung.



Il rosso sembra essere un colore di famiglia: il neo cardinale, Andrew Yeom Soo-jung, arcivescovo di Seul, ha il rosso del martirio nel dna: il suo trisavolo Pietro Yeom Seok-tae e sua moglie Maria furono martirizzati nel 1850, agli albori dell’arrivo della fede cristiana in Corea, durante gli anni della persecuzione sferrata dalla dinastia Choseon. Nella penisola coreana – narrano gli storici – il seme del Vangelo arrivò, caso unico al mondo, grazie a un gruppo di laici che pagarono con la vita la scelta di voler restare fedeli a Cristo. Gli antenati del nuovo cardinale, Joseph Yeom Deok-sun (fra i primi coreani convertiti al cristianesimo) e poi Pietro Yeom Seok-tae facevano parte proprio di quel piccolo gruppo. Nella storia della Corea, dal martirio in odium fidei dei primi fedeli – oggi venerati come “padri della fede” – è germinato un albero rigoglioso: un popolo che rappresenta il 10% di un paese di tradizione buddista, terza comunità cattolica del continente asiatico (dopo Filippine e Vietnam), ricco di vocazioni sacerdotali e religiose e dispensatore di missionari in tutto il mondo.
Nato da una famiglia con profonde radici cristiane, Yeom ha scoperto e coltivato la sua vocazione al sacerdozio, come ama raccontare, grazie alla preghiera in famiglia: sua nonna Maddalena Park e sua madre Baek Geum-wol sono andate a messa tutti i giorni, per 30 anni, a pregare Dio perché i loro figli potessero diventare sacerdoti. Yeom, terzo di sei figli, è divenuto prete insieme con due fra i suoi fratelli più giovani, anch’essi sacerdoti in servizio nella diocesi di Seul.
Ancora adolescente, Yeom entra in seminario all’età di 15 anni. Si laurea all'Università Cattolica di Corea e l’8 dicembre 1970 viene ordinato sacerdote. Nel proseguire gli studi, appare chiaro il suo desiderio di mettere sempre lo studio della teologia a servizio della pastorale: il master in psicologia e counseling e il diploma all’Istituto pastorale dell’Asia orientale, nelle Filippine, li consegue durante gli anni in cui sarà costantemente pastore in diverse parrocchie della città. Chiamato poi al delicato ufficio di Segretario generale della Curia diocesana di Seul, accetta con la richiesta – subito accolta dal cardinale Nicholas Cheong Jin-suk, suo predecessore – di restare immerso nella pastorale parrocchiale: diventa così uno dei “Vicari foranei” nella diocesi, continuando a coordinare la vita e le attività pastorali di un nutrito gruppi di parrocchie. In quegli anni ha anche modo di incoraggiare la presenza della Chiesa nei mass-media, tenendo a battesimo nel 1990 la “Peace Broadcasting Corporation” che include un canale televisivo e una radio cattolica, apprezzate voci cristiane, instancabili promotrici di valori come pace, riconciliazione, tutela della vita, dignità e diritti inalienabili dell’uomo.
Nel dicembre 2001 Papa Giovanni Paolo II lo nomina vescovo ausiliare di Seul e, dopo l’ordinazione episcopale, avvenuta l’anno successivo, il 58enne monsignor Yeom Soo-jung diventa vicario generale dell’arcidiocesi di Seul, incarico che mantiene fino al maggio 2012, quando Papa Benedetto XVI lo nomina arcivescovo metropolita. La nomina alla guida della sede di Seul ha un significato tutto particolare per la Chiesa coreana: l'arcivescovo della città è, infatti, anche Amministratore apostolico di Pyongyang, in Corea del Nord. La penisola, infatti, dal 1953 resta irrimediabilmente divisa in due dalla “cortina di bambù”. Una separazione che ancora oggi divide migliaia di famiglie coreane. Per questo l’Arcivescovo sceglie simbolicamente di celebrare la sua messa di insediamento episcopale nel giorno del 62° anniversario dello scoppio della guerra di Corea, e di pregare in modo speciale, in quell’occasione, per la riconciliazione e la riunificazione delle due Coree. Il suo ministero episcopale, da allora, sarà segnato dal leit-motiv del martirio e dal continuo riferimento al tesoro della fede dei martiri, inteso come testimonianza autentica a cui sono chiamati tutti i cristiani, in ogni condizione e stato di vita. Nel contempo esprimerà vigorosamente l’anelito al dialogo, alla riconciliazione e alla pacificazione delle Coree, per disinnescare le tensioni che, con andamento quasi ciclico, attraversano la penisola, paventando il rischio di un nuovo conflitto.
Altri due aspetti caratterizzano il suo approccio pastorale: il rispetto della vita e la missionarietà. Il primo è un tema particolarmente caro alla Chiesa coreana che, negli anni, ha moltiplicato gli sforzi per sensibilizzare l’opinione pubblica di fronte al proliferare di centri di ricerca che usano embrioni umani per la sperimentazione scientifica. Lo slancio missionario, segno della maturità di una chiesa particolare, si è rivolto soprattutto verso il continente asiatico.
Alla chiamata di papa Francesco per la sua creazione a cardinale, Yeom ha risposto con docilità e commozione, citando il suo motto episcopale: “Amen. Veni, Domine Jesu!”, tratto dall’Apocalisse di San Giovanni. La frase accompagna uno stemma in cui sono simboleggiati, tramite un crocifisso, i Santi Martiri coreani, vittime della persecuzione religiosa nel sec XIX; e, tramite una colomba che campeggia su due stelle, lo spirito di pace che invoca l'attesa riunificazione fra le Coree.


Autore:
Paolo Affatato


Fonte:
Vatican Insider

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Aggiunto/modificato il 2014-01-15

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