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Servo di Dio Ismael Molinero Novillo Giovane laico

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Tomelloso, Spagna, 1 maggio 1917 - Zaragoza, Spagna, 5 maggio 1938


“Cos’è successo perché, più di mezzo secolo dopo, un giovane di Azione Cattolica da prima della guerra ci scuota di nuovo il cuore, in modo da farci morire dalla voglia di essere santi?”. Se lo chiedono tanti, in Spagna, e non solo il postulatore, che nel 2008 ha dovuto, a “furor di popolo”, chiedere a Roma il nulla osta per il processo di canonizzazione. Perché questo ragazzo sembra non aver fatto niente di eccezionale, pur essendo “unico”: tanto che nessuno lo chiama per nome e cognome, Ismael Molinero Novillo, piuttosto, e più semplicemente, Ismael di Tomelloso, dal nome della città in cui è nato. Senza la possibilità di confonderlo con altri o di non sapere di chi si parla, perché “come lui non c’è nessuno”. A Tomelloso (in Castiglia, provincia di Ciudad Real) nasce il 1° maggio 1917,  quinto degli undici figli di un fabbro e di una casalinga, e nessuno si prende la briga di conservare ricordi o aneddoti della sua infanzia, del tutto identica a quella degli altri. Anzi, no: c’è chi lo ricorda di domenica, dopo la messa, andare insieme a mamma ad imboccare i poveri vecchi all’ospizio, e non è poco visto che è soltanto un bambino. A 14 anni smette di studiare e lo mandano a lavorare, perché la famiglia vive dignitosamente in condizioni misere. Aiutato da un carattere esuberante e solare, diventa ben presto il menestrello del paese, l’anima delle feste e degli spettacoli di strada, in cui è abile ballerino e valente suonatore di chitarra, liuto e mandolino, ma qui incontra anche amicizie non proprio raccomandabili. Ricco di fantasia e con il fiuto degli affari, nel suo lavoro di commesso diventa l’anticipatore di saldi, promozioni e campagne pubblicitarie, che fanno la fortuna dei suoi padroni. Frequenta la chiesa, più che altro, perché controllato a vista da sua mamma; ai sacramenti si accosta con la frequenza del “tagliando pasquale”. A 16 anni la svolta: un amico lo attira nel circolo parrocchiale di Azione Cattolica, facendo leva sulle sue doti istrioniche e declamatorie e lasciandogli balenare la possibilità di esibirsi. Qui incontra l’assistente don Bernabè Huertas, un prete “tutto fuoco”, che forma quei ragazzi ad essere “conquistatori del paese”, come i dodici apostoli. Pian piano si affianca ad Ismael come direttore spirituale, ne fa emergere il positivo, lo trasforma fino a portarlo, appena un anno dopo, ad un completo rinnovamento: senza chiedergli di cambiare vita, né mestiere, né amici, semplicemente insegnandogli a vivere tutto in modo nuovo. E Ismael ci riesce, illuminando d’amore ogni suo più piccolo gesto. Mentre sul lavoro diventa servizievole e buono, gli esplode dentro un’allegria ancor più contagiosa e travolgente. Sembra che la serenità sia la sua vocazione specifica, che regala a piene mani, dal mattino in famiglia fino a sera, a chi incontra per strada, ai bambini, ai malati, ai poveri. Gli nasce però anche in cuore la vocazione sacerdotale, magari tra i Gesuiti, oppure tra i Fatebenefratelli. “Voglio essere molto buono ma non so come si fa ad esserlo”, confida, senza sapere che già sta diventando un modello e un leader, semplicemente con il suo modo di essere. Portare tutti a Cristo, che è lo scopo dell’Azione Cattolica, diventa anche il suo obiettivo, da raggiungere più con i fatti che con le parole, perché “siccome io non so parlare e ho poca intelligenza, non so dire a nessuno cose buone e di religione; per questo voglio dare esempio di vita”. Allo scoppio della guerra civile Ismael diventa un “sorvegliato speciale”: troppo compromesso con i preti, troppo gioioso e troppo coraggioso nel vivere la sua fede. A settembre 1937 gli mettono la divisa addosso, lo mandano al fronte e lo fanno prigioniero: gli bastano pochi mesi per essere colpito dalla polmonite che si trasforma in tubercolosi, non lasciandogli via di scampo. “Soffrire e tacere” è il suo proposito in quel periodo, non lasciando trasparire il suo percorso spirituale né da un gesto, né da una parola, offrendo silenziosamente la sua vita perché la Spagna ritrovi la pace, perché la Chiesa non sia più perseguitata. “Sono di Dio e per Dio. Se muoio sarò totalmente di Dio in cielo, se non muoio …voglio essere sacerdote”, confessa al cappellano, precisando “ma sacerdote di quelli buoni, di quelli che servono Dio con coraggio, né mercenario né stipendiato”. Si spegne il 5 maggio 1938, consumato dalla tubercolosi ma ancor più dall’amore e dalla voglia di andare in cielo: il buon Dio è davvero sorprendente e sa sempre trovare il modo giusto per far innamorare qualcuno!


Autore:
Gianpiero Pettiti


Note:
www.ismaeldetomelloso.com

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Aggiunto/modificato il 2014-05-15

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