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Serva di Dio Bertilla Antoniazzi Giovane laica

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San Pietro Mussolino, Vicenza, 10 novembre 1944 – Vicenza, 22 ottobre 1964

Bertilla Antoniazzi, giovane della diocesi di Vicenza, venne colpita a otto anni da un’endocardite reumatica, che la costrinse a numerosi ricoveri in ospedale, alternati a periodi di riposo a casa. Maturò un intenso spirito di preghiera d’intercessione, cercando di offrire ogni momento della sua vita come un atto di amore per Dio. Iscritta all’Azione Cattolica, all’Unitalsi e al Centro Volontari della Sofferenza, capì che il suo posto nella Chiesa era quello di vivere cristianamente la sua condizione di ammalata. Morì il 22 ottobre 1964 presso l’Ospedale Civile di Vicenza, lo stesso luogo dove, l’8 febbraio di cinquant’anni dopo, si è aperta la fase diocesana del suo processo di beatificazione. La sua tomba si trova presso il Cimitero Maggiore di Vicenza (zona Giardino, lotto 18, loculo 7740), dove è visitata, pregata e invocata da molti.



“La mia vocazione è di fare l’ammalata e non ho tempo di pensare ad altre cose!”: è la sua risposta a chi le chiede cosa voglia fare “da grande”. L’interessata, quasi ventenne, è impegnata a fare “il lavoro dell’ammalata” dall’età di otto anni, da quando le hanno diagnosticato una endocardite  reumatica, cioè una malattia al cuore che le toglie il respiro e le forze, costringendola per lunghi periodi a letto e all’ospedale, senza però riuscire mai a spegnere la sua gioia di vivere, a vincere il suo ottimismo, a toglierle il sorriso. Anzi, si impegnerà talmente in questo suo “lavoro” da farlo diventare il suo capolavoro e grazie al quale è ricordata ancora oggi, dopo 50 anni.

Bertilla Antoniazzi nasce a San Pietro Mussolino (Vicenza) il 10 novembre 1944, penultima di nove figli.  A dicembre 1952 si ammala di una brutta influenza, complicata da un’infezione intestinale; non ha tempo di rimettersi e subito a marzo viene colpita da forti dolori articolari; ad agosto comincia ad avvertire notevoli difficoltà respiratorie, fino all’impietosa diagnosi, che di fatto decreta la sua invalidità cronica e le prospetta una morte precoce. “Se fosse uno dei miei figli, preferirei qualsiasi altra malattia a questa”, commenta il medico chiamato a consulto, con ciò dichiarando la resa  della scienza medica del tempo. Il 21 agosto 1953 Bertilla entra per la prima volta nel reparto pediatrico dell’ospedale di Vicenza, da dove uscirà cinque mesi dopo. Negli anni successivi i ricoveri si faranno sempre più frequenti e prolungati, di pari passo con l’aggravarsi del quadro clinico generale, fino al triste epilogo, sempre tra le mura dell’ospedale vicentino. Bertilla, come tutti i malati, ha davanti a sé la possibilità di “subire” questa sua condizione, di “sopportare” la sua malattia; oppure può abbracciarla e imparare ad utilizzarla. Fa sua la seconda opzione: risale al suo primo ricovero un quadernetto, trovato solo dopo la morte, in cui puntigliosamente, giorno per giorno, annota per “chi” sono offerte le sue sofferenze. Il suo spirito di intercessione, negli anni della fanciullezza, è ancora orientato principalmente verso i suoi cari, dai quali la malattia la separa, e soprattutto verso il fratellino Egidio, che una cura medica errata ha reso sordomuto.

A 13 anni, però, la sua intercessione si allarga già alle dimensioni del mondo: Il lunedì, per le anime del Purgatorio; il martedì, per i missionari e gli infedeli (noi diremmo “i non credenti”); il mercoledì, per la conversione dei peccatori moribondi; il giovedì, per i sacerdoti…..A 15 anni aderisce ai “Volontari della sofferenza”, fondati dal beato Novarese, e negli ideali di questa associazione trova il senso e il valore pieno della sua esistenza, che, agli occhi del mondo, può sembrare “misera”, “pietosa”, “inutile”, ma che, vissuta in unione con Cristo, diventa “una preghiera incessante”. Bertilla diventa una “missionaria” della sofferenza”: ogni mattina “indossa” il suo dolore, come si indossa una divisa, con entusiasmo, anche se è pesante come un macigno sotto il quale si sente schiacciare. Vive così le giornate degli anni più belli della sua adolescenza e della sua prima giovinezza, inchiodata a quella croce, ma con il sorriso sulle labbra. Da eroina, non da sconfitta, tanto da poter consigliare a suo cugino, affetto da sclerosi multipla: “Ti esorto di non lasciar andare perduto un solo momento della tua sofferenza, senza averla posta nelle mani di Gesù”. Sta evidentemente attingendo a piene mani dalla sua esperienza personale, perché Bertilla non ha direttore spirituale fisso: il suo unico appoggio e consigliere è Gesù ed è lui che la guida sulle vette dell’ascetica, facendola diventare preghiera e offerta continua

A 16 anni legge la vita di una sua omonima, suor Bertilla Boscardin, morta nel 1922, a 34 anni, e che Pio XII ha proclamato beata nel 1954: entra subito in sintonia con lei, che diventa il suo esempio e la sua più intima amica. Mentre si susseguono i suoi ricoveri in ospedale, cresce anche  la sua fedeltà alla sua “vocazione di ammalata”, al punto che nel 1963, davanti alla grotta di Lourdes, non prega per la sua guarigione, ma per quella chi sta peggio di lei. Muore alle 20,30 del 22 ottobre 1964 e si accorgono che alla stessa ora, dello stesso giorno, nello stesso mese di 22 anni prima moriva Santa Bertilla: evidentemente era venuta a prenderla per farle condividere la sua gloria in cielo. Ma c’è da giurarci che tra breve condividerà anche la gloria della canonizzazione in terra.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Bertilla Antoniazzi nacque a San Pietro Mussolino, in provincia di Vicenza, il 10 novembre 1944. Era la penultima dei nove figli di Antonio Antoniazzi e Luigia Grandi, contadini, che, nonostante l’infuriare della seconda guerra mondiale imponesse un clima cupo, confidavano incessantemente nella Provvidenza divina.
Bertilla crebbe quindi in un ambiente tutto sommato sereno, aiutando come poteva i suoi familiari e dispiacendosene quando sbagliava, come nell’occasione in cui, mentre portava il latte prodotto dalla fattoria familiare alla rivendita, inciampò e cadde, rovesciando tutto lungo la strada in discesa.
Era stata educata a pregare spesso, tuttavia, quando accompagnava la sorella Rita a portare al pascolo le mucche, si mostrava riluttante verso i suoi inviti all’orazione. Il 25 maggio 1952 fece la sua Prima Comunione nella parrocchia del suo paese, mentre il 31 agosto dello stesso anno fu il giorno della Cresima, a Chiampo.
Tutto cambiò quando, nel mese di dicembre, ebbe l’influenza, complicata da un’infezione intestinale. Nel marzo 1953 dovette abbandonare nuovamente la scuola, perché avvertiva forti dolori articolari. Ad agosto, durante la notte, le sorelle che dormivano con lei la sentirono respirare affannosamente: il medico di famiglia invitò a ricorrere a uno specialista. La sua diagnosi fu accompagnata da un amaro commento: «Se fosse uno dei miei figli, preferirei qualsiasi altra malattia a questa», ovvero a una endocardite reumatica.
Il 21 agosto 1953, pertanto, Bertilla varcò per la prima volta l’ingresso dell’ospedale di Vicenza, ricoverata in pediatria. Dimessa il 28 gennaio 1954, le venne suggerito di trascorrere un periodo di convalescenza presso la colonia «Bedin Aldigheri», sui colli Berici. A quell’epoca risale, da parte sua, la stesura di un quadernetto, intitolato «Libro di legere [sic] e di compiere ogni giorno». La grammatica lasciava a desiderare, ma i buoni propositi e l’eco degli opuscoli religiosi che leggeva ne riempivano le pagine. Iniziava anche a maturare uno spirito d’intercessione per i suoi cari lontani, in particolare per il fratellino Egidio, reso sordomuto a causa di una cura medica errata.
Tra il dicembre 1954 e il febbraio 1955 fu il momento di un altro ricovero, a Schio, dove lavorava la sorella maggiore Maria. Tornata a casa, la ragazzina trascorreva le giornate a letto e riceveva le visite dei suoi compagni di scuola, cercando di non mostrarsi mai triste di fronte a loro. Non lo era nemmeno quando, una volta che le fu concesso di uscire, doveva limitarsi a guardare le amiche giocare: «Mi diverto lo stesso», assicurava.
Un ulteriore ricovero a Vicenza, dal 24 gennaio al 3 marzo 1957, si rese necessario nonostante le sue condizioni fossero complessivamente buone. Circa verso quel periodo il suo cammino di fede ebbe un nuovo slancio: Bertilla, prossima a compiere tredici anni, precisò le intenzioni per cui offriva la sua malattia. Il lunedì, per le anime del Purgatorio; il martedì, per i missionari e gli infedeli (noi diremmo “i non credenti”); il mercoledì, per la conversione dei peccatori moribondi; il giovedì, per i sacerdoti; il venerdì, per riparare le offese al Cuore di Gesù (la sua famiglia aveva compiuto un solenne atto di consacrazione al Sacro Cuore); il sabato, per la conversione dei poveri peccatori. Quest’ultima intenzione, insieme a quella che, la domenica, la portava a pregare per la conversione della Russia, fa intuire che avesse deciso di far proprio il messaggio delle apparizioni di Fatima.
Per una ragazza come lei apparentemente non sembrava esserci posto nella Chiesa, ma lei lo cercò anzitutto aderendo all’Azione Cattolica e, più avanti, all’Unitalsi. Inoltre, sentiva una particolare affinità con l’allora Beata Bertilla Boscardin, di cui lesse la vita a sedici anni, ma non si limitava all’omonimia o al fatto che provenivano dalla medesima regione. Quando, nel 1961, seppe della sua canonizzazione, la ragazza pianse di gioia e non perse occasione, appena possibile, per andare a venerarla: suo fratello Mario l’accompagnò in motorino.
Tutto questo le servì per capire la sua vera vocazione. Quando ebbe diciannove anni, un giorno venne a trovarla a casa don Antonio Rizzi, parroco di Sant’Agostino, nel cui territorio gli Antoniazzi erano andati ad abitare nel 1960, e le chiese: «Bertilla, se riavrai la salute, che intenzioni avrai? Ti faresti suora?». Quella domanda era motivata dal fatto che due sue parenti, la zia materna Maria Dosolina Grandi e la sorella Rita, erano entrate tra le suore Terziarie Francescane Elisabettine di Padova (rispettivamente, come suor Terenziana, morta in concetto di santità, e suor Pialuigia). Inoltre, la ragazza nutriva una grande simpatia, ricambiata, verso le suore Dorotee dell’ospedale, suor Lisetta e suor Stella.
La risposta che don Antonio udì lo lasciò probabilmente senza parole: «Non mi sono mai preoccupata di chiedermi se ho la vocazione di farmi suora, perché la mia vocazione è quella di fare l’ammalata e non ho tempo di pensare ad altre cose!».
La certezza di questa chiamata speciale si riverberava anche nelle lettere con cui chiedeva alle sue corrispondenti, amiche o pazienti ricoverate con lei, di aiutarla a fare bene “il lavoro dell’ammalata”, come lo definì in una lettera all’amica Graziella. Questo “lavoro” era basato anzitutto sulla preghiera, i cui orizzonti si erano via via allargati, comprendendo, tra l’altro, i lavori del Concilio Vaticano II.
I suoi familiari, spesso, l’udivano mormorare tra sé: «Tutto per amore di Dio». Sulle prime non diedero molto valore a quella frase, pensando che la ripetesse per darsi coraggio; in realtà, per lei costituiva una vera e propria regola di vita.
Non valeva solo per lei, ma anche per altri ammalati che conosceva, come alcune compagne d’ospedale o come il cugino Aldo, affetto da sclerosi multipla. A lui, in una lettera, scrisse: «Ti esorto di non lasciar andare perduto un solo momento della tua sofferenza, senza averla posta nelle mani di Gesù. Vedrai che Egli ti darà ogni aiuto».
Bertilla continuò a trascorrere la sua vita tra casa e ospedale, sempre costretta a letto, ma non inerte: occupava il suo tempo leggendo, realizzando articoli da inviare alle missioni (per le quali donò anche il suo abito di Prima Comunione), scrivendo lettere ai suoi numerosi corrispondenti e, soprattutto, pregando, in particolare il Rosario.
Grazie all’Unitalsi, nell’autunno 1963 poté recarsi a Lourdes, in occasione del pellegrinaggio organizzato dal vescovo di Vicenza per il suo cinquantesimo di sacerdozio. I dottori erano di parere contrario, dato che temevano qualche complicazione, ma alla fine le concessero il certificato medico, così da lasciarla partire il 25 settembre. Con gran sorpresa di Bertilla stessa, il cuore non le diede affatto problemi durante il pellegrinaggio, ma si riempì di consolazione nel pregare la Madonna e nel partecipare alle varie celebrazioni.
Il giorno dopo il rientro da Lourdes, così scrisse alla sorella: «Ti dico la verità, cara sorella, che sono contenta di poter soffrire un pochino per Gesù, per la conversione dei peccatori e sono certa che la Madonna tanto buona abbia da farmi santa come le ho chiesto ai piedi della grotta».
Il 22 luglio 1964 venne ricoverata ancora una volta, l’ultima, a Vicenza. Nonostante fosse ridotta agli estremi, volle iscriversi al Centro Volontari della Sofferenza, che conobbe inizialmente tramite la rivista di quell’associazione, cui era abbonata dal 1959, poi, più direttamente, tramite la signora Maria Frustati, giunta in ospedale a ottobre. Tra giugno e luglio, invece, aveva incontrato padre Arcangelo Berno, che in quel periodo fungeva da cappellano. A lui si aprì in una delle sue lettere e lo invitò a tornare a trovarla.
Il 12 ottobre padre Arcangelo le concesse di emettere il voto temporaneo di castità, fino alla sua guarigione, ma lei era certa che non sarebbe mai avvenuta. L’unico timore che aveva era di aver implorato, un giorno, la guarigione; il religioso la rassicurò che era la stessa paura affrontata da Gesù nel Getsemani. Otto giorni dopo, tornò e la vide rasserenata.
Due giorni dopo, il 22 ottobre, Bertilla ricevette la sua ultima Comunione. Suor Pialuigia, sempre al suo fianco, l’aiutava a pregare dicendo: «Gesù ti amo, sia fatta la tua volontà, aiutami a soffrire con tanto amore». Congiunse le mani mentre le forze la stavano abbandonando, le labbra si muovevano appena, il volto si illuminava.
Alle 20:30, circondata dall’amore dei suoi cari, dal personale medico-paramedico e dalle ammalate mentre nella cappella dell’ospedale si concludeva la benedizione eucaristica, Bertilla esalò il suo ultimo respiro. La suora superiora dell’ospedale fece notare che se n’era andata alla stessa ora dello stesso giorno in cui santa Bertilla si era addormentata nel Signore.
Il suo funerale si svolse a Vicenza, con una gran folla proveniente da San Pietro Mussolino e da Sant’Agostino. L’impressione generale, tuttavia, non era di un momento triste, ma quasi di gloria, perché i presenti erano convinti che fosse andata in Paradiso. Il suo corpo venne sepolto nel cimitero maggiore di Vicenza, nella zona Giardino, prima nella terra, poi in un loculo. Attualmente si trova nel medesimo cimitero, al lotto 18, loculo 7740.
Del medesimo parere dei partecipanti alle esequie furono le persone che, da quel momento, presero a inviare numerosissime lettere alla parrocchia di Sant’Agostino, dove s’iniziarono a raccogliere testimonianze da parte di chi la conobbe. Insieme a una selezione dei suoi scritti, confluirono nella sua prima biografia, «L’Angelo dell’ospedale» e in un’altra, più recente, curata dal cugino Luigi Grandi, «La primavera dell’amore». Il vescovo del tempo, tuttavia, invitò alla prudenza: «Preghiamo e lasciamo fare al Signore».
Contrariamente a come accade spesso per storie del genere, le testimonianze continuarono a pervenire, anche da fuori diocesi, comprese quelle di alcune grazie singolari. Il caso più eclatante è accaduto nel 2000: la guarigione di Lorena Vona, una bambina di Crotone, nata prematura, ai cui genitori suor Pialuigia, destinata in quella città, aveva suggerito d’invocare l’intercessione di sua sorella.
Nel 2011 è stato pubblicato un DVD autoprodotto da un gruppo di amici, «Un cuore che parla», lanciato con un curioso slogan: «Per Natale, regalate Bertilla». Il filmato è rivolto in particolare ai giovani, con immagini dei luoghi dove visse e citazioni tratte dal suo diario e dalle lettere alle amiche.
Il momento che tantissimi attendevano da anni si è invece compiuto l’8 febbraio 2014. Il vescovo di Vicenza, monsignor Beniamino Pizziol, ha aperto in quel giorno la fase diocesana del processo sulle virtù eroiche della Serva di Dio Bertilla Antoniazzi. Il luogo scelto non è stata una chiesa, né qualche sala della Curia, bensì l’Ospedale Civile di Vicenza, quello stesso posto da dove la ragazza ha provato ad offrire la sua sofferenza santificata dal Signore. Il 25 marzo 2015 si chiude la fase diocesana del processo presso la Cattedrale di Vicenza.


Autore:
Emilia Flocchini


Note:
Per informazioni: Associazione «Amici di Bertilla» c/o Parrocchia Sant’Agostino - Vialetto Federico Maria Mistrorigo 8 - 36100 Vicenza (VI)

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Aggiunto/modificato il 2014-12-09

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