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Mons. Giuseppe Bertazzoni Vescovo

Testimoni

23 marzo 1865 - 2 luglio 1933


Parlando del vescovo Bertazzoni (1865-1933) ci imbattiamo in una grande figura di pastore, che governò la diocesi di Apuania (Massa Carrara) per sedici lunghi anni, attraverso un periodo storico tumultuoso, caratterizzato, a livello nazionale, dal dramma della grande guerra, dalla crisi post-bellica (che fu crisi politica e sociale) e dalla salita al potere del regime fascista. Anche a livello locale, come vedremo, non mancarono problemi e neanche vere e proprie tragedie, come il terremoto del 1920. Ma la popolazione apuana potè sempre contare sul sostegno di una guida salda e premurosa.
Procediamo quindi con ordine: grazie ad un esauriente e documentato libro dello storico don Angelo Ricci, pubblicato nel 1968 e intitolato "Monsignor Giuseppe Bertazzoni. Un apostolo dell'azione cattolica e delle vocazioni ecclesiastiche" possiamo ricostruire la vita del vescovo e i tratti salienti della sua personalità umana e della sua attività pastorale.
Giuseppe Bertazzoni nacque il 23 marzo 1865 in Emilia, per la precisione nel paesino di San Rocco, nei pressi di Guastalla. I genitori del futuro vescovo, Natale Bertazzoni e Amelia Mora, erano contadini molto devoti, tanto che il padre ricopriva il ruolo di priore della Confraternita del "SS. Sacramento". Per una curiosa coincidenza (o forse fu un segno della provvidenza?) all'epoca il parroco di san Rocco era don Davide Rocchi, un sacerdote originario di Carrara, che in seguito sarà anche il primo maestro del piccolo Giuseppe. A causa della scarsità di sacerdoti che si riscontrava in Emilia in quegli anni, e a fronte invece dell'abbondare di sacerdoti carraresi, egli si era infatti trasferito oltre appennino ormai da diverso tempo. Chissà, se mentre battezzava il neonato, si immaginava che molti anni dopo questi sarebbe diventato vescovo della sua diocesi di origine ! (Da segnalare, per inciso, che don Davide fu anche una delle persone che ebbe l'onore e l'onere di rimanere più vicina a monsignor Rota, vescovo di Gustalla dal 1855 al 1871, vessato e perseguitato negli anni a cavallo dell'unificazione italiana dalla nuova amministrazione statale piemontese).
A sette anni il piccolo Giuseppe iniziò a servire la messa, e a questa funzione si prodigò con sì tanta devozione che ancora molti anni dopo, all'indomani della nomina episcopale, il canonico Portioli poteva scrivere: "quando (...) appresi la notizia della nomina a vescovo  di S.E. mons. Bertazzoni, feci partecipe della mia gioia il M.R. don Antonio Bertani, priore di Villarotta, che era stato curato a san Rocco quando il Bertazzoni era chierichetto. Don Bertani, a quella comunicazione, diventò raggiante di letizia e mi rievocò tanti significativi episodi del fanciullo e le sue belle qualità di cui già allora dava chiari e luminosi segni. Soprattutto ricordò l'attaccamento ai sacerdoti, ai quali era solito portare ogni tanto ingenui doni quale manifestazione del suo affetto e della sua devozione per essi".
Gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza sono quelli in cui maturò la vocazione ecclesiastica. Dopo il ginnasio, frequentò il seminario di Guastalla, e poi il collegio "Vida" di Cremona, gestito dai gesuiti. Forse, stando a quanto sostenuto da don Angelo Ricci, che si rifà a sua volta, nuovamente, a una testimonianza del canonico Portioli, l'idea iniziale del Bertazzoni era quella di entrare proprio nella "Compagnia di Gesù", ma ragioni di salute lo dissuasero. Al termine del periodo liceale svolse il servizio militare, e in seguito, più deciso che mai a diventar sacerdote, riprese gli studi di teologia presso il seminario di Modena (ma non subito: in un primo momento, a causa dei perduranti malesseri fisici, studiò privatamente sotto la guida di monsignor Biasini).
Il 6 aprile 1889, all'età di 24 anni, al termine di un percorso di studi “adprobatus cum laude plena”, fu ordinato sacerdote nella cattedrale di Guastalla dal vescovo Prospero Curti. I primi cinque anni di sacerdozio li passò come cappellano curato tra Lentigione e Gualtieri. Molto tempo dopo, la sua attività sarà ricordata così dall'arciprete Mori : “ …Buono, pio, umile, remissivo, affabile, tutti ci attirò a se fin dal primo incontro, perchè in lui scorgemmo il padre, il fratello, il consigliere e l'amico. Tra noi non eravi per anco azione cattolica ma egli, nella vita intensamente religiosa, nella formazione del carattere, nel creare saldezza di convinzioni, vi andava preparando gli animi ...” Più avanti, nello stesso scritto, l'arciprete si soffermerà sulla sensibilità sociale rivelata fin da subito dal Bertazzoni, sensibilità perfettamente in linea con la dottrina sociale della Chiesa: “Uscita infatti allora l'enciclica di Leone XIII sulla questione operaia , il Bertazzoni in una serie di discorsi tenuti nella chiesa di Sant'Andrea, durante la messa parrocchiale, fece, ascoltatissimo, ampio commento al gravissimo documento pontificio. Vi fu chi fraintese o volle fraintendere (…) per gli onesti però la predicazione del Bertazzoni fu una vera rivelazione che fece comprendere come, non attraverso un materialismo pagano ma solo colla ispirazione e l'assistenza dell'idea cristiana, si può, con brillante ed immancabile esito, condurre il proletariato per la via della dovutagli ascensione sociale”. Non a caso, più avanti, don Bertazzoni sarà tra i promotori delle leghe bianche, associazioni di ispirazione cristiana e non marxista, sorte in difesa dei diritti dei contadini, e anche di altre opere sociali, come scuole dell'infanzia e del lavoro.
In questi anni ebbe modo di farsi le ossa e guadagnarsi la fiducia dei superiori: da qui il rapido avanzamento nella gerarchia ecclesiastica emiliana. Dal 1894 al 1897 è viceparroco della cattedrale di Guastalla; nel 1898 vice-rettore del seminario; nel 1903 rettore. In questo stesso anno inizia a tenere ai futuri sacerdoti corsi di dommatica, filosofia e propedeutica. Sarà ricordato dai suoi allievi come un insegnante esigente ma molto chiaro e soprattutto pieno di affetto verso i seminaristi. Probabilmente, vista la modestia che lo caratterizzava, egli avrebbe preferito rimanere alla guida della formazione spirituale degli studenti guastallesi. Ma il 2 luglio 1917, festa della visitazione di Maria, giunse la notizia che Papa Benedetto XV aveva lo aveva nominato vescovo di Massa e Carrara. Ricordiamo che il Santo Padre precedentemente era stato arcivescovo di Bologna, e quindi conosceva personalmente i grandi meriti del rettore del seminario di Guastalla. Colto di sorpresa dalla notizia, egli in un primo momento cercò di rinunciare, ma un incontro personale col Papa lo fece desistere da questo proposito. Così il 12 settembre ricevette la consacrazione episcopale. Da rilevare che le prime spese per l'evento furono assorbite da studenti e amici, perchè tale era stato il distacco dalle cose terrene e la sua generosità nell'aiutare i più bisognosi, che non aveva neanche il denaro sufficiente pr occuparsene di persona. L'ingresso a Massa, il 21 ottobre successivo, cadde pressapoco nei giorni del disastro di Caporetto. Questa circostanza è importante perchè ci fa capire il clima di scoramento che di certo si respirava in tutta Italia: molti giovani erano morti in battaglia e molte famiglia erano in lutto, la guerra durava da due anni e non si sapeva quando e come sarebbe finita. Inoltre, gli esiti della battaglia resero indispensabile la chiamata alle armi dei diciottenni. Nonostante queste difficoltà, la chiesa locale accolse con gioia il nuovo pastore. Il preposto di Fosdinovo, don Corona, ad esempio scrisse: “Viene il pastor mio raggiante, fra il lutto del diritto e l'oscuramento della verità, ad assidersi al fianco di Benedetto, proclamente il diritto che detterà la pace”. Ed una folla enorme di popolo gli si strinse intorno, in occasione della cerimonia in cattedrale.
Purtroppo, i primi anni a Massa furono resi difficili anche e soprattutto in seguito al verificarsi di due tragedie: l'epidemia spagnola che falcidiò oltre mille vite, e il terremoto che tra Lunigiana e Garfagnana portò infiniti lutti e distruzioni. La paternza presenza del vescovo fu un'importante consolazione per la popolazione colpita dal disastro, così come importante fu l'aiuto materiale che monsignor Bertazzoni ottenne tramite gli altri vescovi e il Papa stesso, e che indirizzò dove ce n'era più bisogno.
Molte opere sociali (orfanotrofi, scuole, centri di incontro e di formazione), di cui in diocesi si avvertiva un grave bisogno soprattutto all'indomani della guerra, nacquero dalla collaborazione tra il vescovo e una figura emerita del cattolicesimo apuano, ossia il conte Ernesto Lombardo. Se infatti la generosità del nobile era già nota, dopo il suo incontro con monsignor Bertazzoni divenne pressochè inarrestabile. Fu dalla loro unione di intenti, ad esempio, che l'ospedale di Massa sarà dotato di un reparto sanatoriale; ma al connubio Bertazzoni-Lombardo sono dovuti anche i due orfanotrofi di Marina di Massa e Carrara, gestiti dalle suore; un teatro per la gioventù, all'interno della scuola dei Fratelli Cristiani, e molto altro ancora. “Sarà forse un'illazione troppo azzardata- ha scritto don Ricci- l'affermare che Mons.Bertazzoni possa avere, indirettamente almeno, influito in questa sempre più illimitata carità; ma il pensiero affiora alla mente”.
Da vescovo di Massa e Carrara (la diocesi cambierà nome nel 1939, diventando “diocesi di Apuania”), probabilmente anche per il suo retaggio di ex rettore di seminario e per la sua particolare sensibilità, il suo impegno principale fu quello di rispondere alla crisi vocazionale. In una lettera pastorale del 1922 scrisse: “Non passa forse giorno nel quale l'animo nostro non venga dalla triste realtà chiamato a riflettere con dolore sopra la grave deficienza del clero. Ad accrescere poi la nostra pena si aggiungono le insistenze che vengono continue, da questo o quel paese, a chidere un sacerdote, almeno- ci si dice- per la messa festiva, almeno per la istruzione dei bambini ovvero per l'assistenza ai moribondi. Ma come fare, se i sacerdoti mancano?” Così nel novembre del 1922 il vescovo diede vita all' “Opera diocesana delle vocazioni sacerdotali”, organizzata in sezioni parrocchiali. L'opera aveva una serie di compiti, tutti finalizzati all'incremento delle vocazioni, tra cui: divulgare stampa adatta a far conoscere i meriti del sacerdozio, celebrazione di una giornata annuale delle vocazioni... Presto sarebbero arrivati dei grandi risultati, anche se gli inizi non furono rosei: tra il 1918 e il 1928 furono solo 15 i nuovi sacerdoti apuani (che sembrerebbero molti al giorno d'oggi, ma per l'epoca, in confronto alle alte diocesi, erano davvero pochi). Al momento della morte del vescovo, dopo sedici anni di ministero, erano invece 44: (quindi una trentina negli ultimi sei anni). Si può ben dire che, in questo senso, i suoi sforzi non sono stati vani. Anzi, a dire di don Ricci, mai come in quegli anni i seminari della nostra diocesi godettero di salute e prosperità.
Fin da quando era sacerdote a Guastalla, Bertazzoni manifestò una devozione particolarmente forte verso il culto eucaristico. Da vescovo, si adoperò perchè questo fosse condiviso anche dai suoi fedeli. Organizzò più convegni eucaristiti, e in una lettera pastorale scrisse: “..Voi, o fratelli, raccogliete il vostro pensiero per comprendere anche meglio i frutti preziosissimi che porta all'anima la comunione frequente (…) Può forse il sole non illuminare e non riscaldare? E Gesù Cristo, sole di giustizia, non può avvicinarsi alle anime senza rischiararle della sua luce, senza infiammarle della sua carità, senza trasformarle e come divinizzarle”. O ancora: “...E che dirvi della comunione, di questo sacramento che è compendio delle meraviglie del Signore, l'attestato più grande della sua carità? E' la carne di Gesù fatta nostro cibo:- Caro mea vere est cibus...”
Promosse l'erezione di nuove parrocchie e accolse in diocesi nuove comunità religiose, ma una particolare attenzione pastorale dedicò allo sviluppo dell'Azione cattolica diocesana. Al suo ingresso in diocesi questa era già presente e articolata, ma l'azione del monsignore la ravvivò decisamente. Già nel 1918 invitò la giunta a svolgere iniziative nuove, come conferenze culturali. In seguito si adoperò perchè il clero fosse più preparato e attivo nell'organizzare e nel gestire la vita dell'AC, organizzandi appositi convegni. Da interpretare in questo le righe che scrisse al suo clero, commentando l'enciclica “Ubi arcano dei” di Pio XI, incentrata proprio sull'Azione Cattolica: “Quanta necessità anche in mezzo alle nostre popolazioni di diffondere le verità rivelate, di esercitare le virtù cristiane dando alla fede una operosità pratica, di promuovere opere di carità spirituale e corporale, affrettando così la restaurazione di tutte le cose in Cristo ! Ma è proprio impossibile costituire circoli dell'uno e dell'altro sesso e unioni di uomini nelle nostre parrocchie? Là dove si è tentato, si è riusciti: il che vuol dire che la colpa non è tutta del popolo...” In questo stralcio tratto dalla lettera pastorale della quaresima del 1926 descrisse lui stesso peculiarità e finalità dell'AC, rispetto alle altre realtà religiose: “E perchè non si pensi ad un inutile duplicato, ad una aggiunta delle organizzazione cattoliche alle associazioni puramente religiose, è bene por mente a queste verità, che esistono cioè fondamentali differenze fra le une e le altre: differenze di indole e di finalità (… )Le associazioni religiose riconoscono come fine immediato e specifico l'esercizio di opere di perfezione cristiana (…) le associazioni cattoliche, presupponendo tutto ciò come necessaria condizione, tendono a più vasti orizzonti; hanno cioè una funzione sociale...” Mettiamo in luce che la vicinanza del vescovo all'Azione cattolica non venne meno, ma si mantenne anzi limpida e inequivocabile, anche quando durante gli anni '30 l'associazione finì per scontrarsi con le autorità civili fasciste
Il 2 luglio 1933, festa della Visitazione della Vergine, alle 11.20 di mattina monsignor Bertazzoni rese l'anima a Dio, dopo sedici proficui anni di apostolato nella diocesi di Massa-Carrara.


Autore:
Simone Ziviani

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Aggiunto/modificato il 2014-07-13

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