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Mons. Carlo Maria Boiardi Vescovo

Testimoni

14 luglio 1899 - 24 febbraio 1970


Dalla nascita all'ordinazione episcopale

Carlo Maria Boiardi nacque il 14 luglio 1899 a Chiavenna di Rocchetta d'Arda, borgo situato in diocesi di Piacenza, nel contesto di una modesta famiglia di contadini emiliani. Appena tredicenne entrò nel seminario minore, e a diciotto anni varcò le soglie del collegio Alberoni per approfondire gli studi filosofici e teologici. L'Italia e il mondo intero, tuttavia, in quei mesi erano sconvolti dalla grande guerra e così anche il giovane Carlo, dopo pochissimi giorni, fu richiamato alle armi, subendo la stessa sorte di migliaia di coetanei costretti a rimpiazzare le perdite subite a Caporetto (è la celebre epopea dei "ragazzi del '99). Ricordiamo che mamma e papà Boiardi avevano già perso un figlio in guerra, nel 1915. Dopo oltre due anni passati sotto le armi fu congedato, e all'inizio del 1920 potè riprendere gli studi. Il 7 marzo 1925 fu ordinato sacerdote, e il 25 novembre 1926 si laureò in teologia magna cum laude, discutendo una tesi dal titolo "Il primato del romano pontefice nella dottrina del Bellarmino. Contributo alla storia della dottrina del primato". Legato all'Azione Cattolica fin da giovane, durante i primi anni di sacerdozio rivestì dei ruoli guida all'interno dell'associazione, fino a diventarne assistente diocesano della gioventù femminile. Nel frattempo aveva modo di rivelare alcune delle sue doti intellettuali, come la profondità di pensiero e la chiarezza di linguaggio, iniziando la carriera di insegnante, prima nella scuola media e poi come docente di "storia ecclesiastica" proprio nel seminario di Piacenza, dove egli stesso si era formato. Nel 1936 è vicario parroco della cattedrale piacentina. Nel 1944 è nominato parroco di Borgotaro. Qui, nei mesi difficili della guerra civile, si prese l'onere di mantenere un difficile dialogo coi vari contendenti, tedeschi e partigiani, pensando primariamente a tutelare la dignità e i diritti fondamentali di ogni uomo. Il 27 gennaio 1946 fu consacrato vescovo nella chiesa prepositurale di Borgotaro, e meno di un mese dopo, il 24 febbraio, fece il suo ingresso nella diocesi assegnatagli: la nostra. All'epoca non si era ancora fusa con Pontremoli e si chiavama diocesi di Apuania.

L'uomo

E' soprattutto grazie ai ricordi di un fratello, professor don Giuseppe Boiardi, anch'egli sacerdote, che possiamo ricostruire alcuni tratti del carattere e della personalità di monsignor Boiardi. Egli- ha spiegato il professore in un contributo compreso nella raccolta di saggi curata da monsignor Ugo Berti a dieci anni dalla morte del vescovo- ha valorizzato a pieno, e in modo autentico, la virtà della povertà, senza per questo cadere mai nella tentazione di assecondare le tendenze progressiste di turno: “Fu povero, senza mai parlare di chiesa dei poveri”. Anche una volta divenuto vescovo, condusse uno stile di vita dimesso e umile. I suoi arredamenti erano ridotti all'essenziale. Il suo programma di pastore, secondo il ricordo del vescovo di Carpi, monsignor Antonio Prati, può essere sintetizzato così: “Essere e non apparire, fare e non dire (...) Sua ricchezza, la cura delle anime (…) viveva della Santa Messa (…) la Madonna era il suo rifugio nelle difficoltà”. Accettò una televisione solo perchè non se la sentì di rifiutare un omaggio dei fedeli !Probabilmente- ha ricordato ancora il fratello- su di lui ha sempre pesato il retaggio delle umili origini rurali. Tornò spesso nelle terre in cui aveva trascorso l'infanzia, e in cui, probabilmente, aveva lasciato una fetta di cuore. Certo, essendo un uomo, seppur virtuoso, colto e intelligente, aveva anche dei limiti caratteriali, e con grande onestà il fratello non li ha nascosti. A suo dire monsignor Boiardi era poco incline ad ascoltare il parere degli altri, e talvolta si legava ecccessivamente al suo punto di vista. Era ostile, in generale, alle “res novae” e a tutto ciò che potesse sembrare alla moda, soprattutto se in constrasto col magistero romano (ma ciò è anche comprensibile, e anche doveroso da parte di un vescovo). Facevano da contraltare a questi difetti, presunti o reali che fossero, qualità umane che solo i famigliari e i parrocchiani piacentini hanno conosciuto al meglio, come l'esuberanza nello stile e un forte calore emotivo, che nelle occasioni di rappresentanza, cioè quasi sempre dall'ordinazione episcopale in poi, ha invece quasi del tutto frenato.

Il pastore

I primi problemi che si trovò a dover affrontare nella diocesi di Massa erano di ordine pratico: all'indomani del tragico conflitto mondiale, bisognava procedere alla ricostruzione. Nel corso della guerra erano state distrutte o danneggiate 66 chiese, 76 canoniche, 37 campanili. Fin da subitò incontrò i parroci, diede loro confortò e al contempo li spronò all'azione. E, soprattutto, non fece mancare la sua presenza, anche fisica,  in ispecie nelle parrocchie in cui i problemi erano più pesanti, vuoi per l'età del parroco, vuoi per la difficoltà a reperire fondi. Ma non si limitò alla ricostruzione: gli anni '50 ' e '60 furono decenni di crescita economica, industriale e demografica: le città si ingrandivano verso le periferie, e servivano quindi nuove chiese. Sotto la sua guida furono costruite o ingrandite, ad esempio, le chiese di s. Domenichino ai Ronchi, di s. Giuseppe artigiano al Cinquale, dei servi di Maria a Marina di Massa, della Madonna pellegrina in Cervara, di s. Ceccardo a Fossone, della Beata Vergine addolorata a Romagnano.
La sua azione pastorale, tuttavia non si limitò agli aspetti pratici, ma riguardò anche e soprattutto la spiritualità. Tra le iniziative portate avanti nel periodo in cui fu vescovo di Apuania ricordiamo il  congresso eucaristico, il congresso catechistico, gli sforzi per far conoscere i risultati del Concilio Vaticano II, la forte devozione mariana, concretizzatasi in eventi quali il “Peregrinatio Marie” e l'anno mariano. Inoltre, al momento della morte, aveva già iniziato a lavorare alle celebrazioni per ricordare il 150° anniversario della fondazione della diocesi, che s'avvicinava ormai a grandi passi ma che lui non fece poi in tempo a presiedere.
Per avvicinare i lavoratori alla Chiesa, promosse la diffusione delle Acli, e fu subito un successo: nel 1947 esse contavano già 2654 iscritti. Tuttavia il vescovo Boiardi si rese presto conto che presso alcune categorie di lavoratori, come i cavatori, il messaggio della Chiesa faceva più fatica ed essere accolto. Allora pensò di usare un medium speciale per accedere al cuore di questi uomini: niente meno che la figura della Vergine Maria, che fece venerare col titolo di “Madonna del cavatore”, e a cui fece dedicare un santuario, nel cuore delle alpi apuane. Questi alcuni stralci del primo numero del bollettino “La voce della Madonna del cavatore”, scritte da monsignor Boiardi in persona: “.... Non è mistero per nessuno che la Chiesa, sia considerata nella pratica della religione, sia considerata nei suoi rappresentanti, i sacerdoti, non raccoglie la simpatia di tanta parte di questi nostri lavoratori. I quali (…) considerano non di rado il prete, se non proprio come un nemico, per lo meno come un avversario della loro classe, dei loro diritti (…). Di qui la negligenza ostentata nelle cose di religione, la ignoranza nelle cose della fede e l'attaccamento ai pregiudizi antireligiosi (…) E' un diaframma di equivoci, di incomprensioni, di ostilità che si è venuto formando nel giro di tanti anni e per cause molteplici: ciò ci ha fatto e ci fa soffrire. (…) Finalmente un giorno ci venne un pensiero che ci consolò. Fu un mattino, durante la celebrazione della Santa Messa, quasi come una ispirazione: “E se ci affidassimo alla Madonna? Se incaricassimo Lei a fare da collegamento e si ristabilisse nel suo nome un contatto? (…) E incominciammo a invocarla nelle nostre preghiere  con la invocazione che, mai pensata  prima, ci venne -non sappiamo come-spontanea dalle labbra, e  che poi ogni giorno ci diveniva più cara: Madonna del Cavatore”. Si capisce chiaramente che con questo periodico di poche pagine, il vescovo cercò di far giungere la sua voce, la voce della chiesa, a quelle persone, appartenenti prevalentemente ai ceti più umili, che si erano allontanate dalla religione per seguire le promesse di ideologie anticristiane, che all'epoca (siamo nel 1953) esercitavano ancora una presa molto forte. Un'idea di quale posto occupassero nel cuore di monsignor Boiardi questi uomini la troviamo scoprendo a chi fu indirizzata la sua ultima missiva, scritta poche ore prima del decesso: ad un uomo di Bedizzano, un cavatore, appunto. Si tratta del commento ad un convegno nel quale si è parlato di sicurezza sul lavoro. Vale la pena riportarne alcune righe: “Gentilissimo signore (...) Certamente di fronte a un passato lontano le provvidenze già attualmente esistenti rappresentano un progresso; ma si sono rivelate ormai insufficienti, sia come dislocazione, sia come efficienza. Percò le richieste dei cavatori mi sembrano pienamente giustificate, e reclamano un accogliemento non solo rapido, ma anche cordiale e amichevole. C'è di mezzo la salvezza di vite umane ! E' fuori dubbio che un intervento tempestivo a soccorso di infortunati nelle cave può salvare delle vite (…) Spero che anche il nostro mensile “La voce della Madonna del cavatore” vorrà farsi interprete di queste richieste dei cavatori...”
Ancora: grazie a monsignor Boiardi, la nostra fu tra le prime diocesi a recepire le direttive di un grande sogno di Pio XII, un progetto chiamato “Per un mondo migliore”, nato già col giubileo del 1950 e diffusosi soprattutto nel 1952 grazie alle predicazione di padre Lombardi. Esso consisteva in un desiderio di rinnovamento della vita spirituale dei popoli cristiani. Con parole profetiche, aveva infatti scritto Pio XII nel 1952: “Il mondo attuale è avviato alla rovina. Sta percorrendo vie che conducono al baratro anime e corpi, buoni e malvagi, anime e corpi, civiltà e popoli. Occorre rifarlo dalle fondamenta, trasformarlo da selvatico in umano, da umano in divino, vale a dire secondo il cuore di Dio”.  A ben vedere, la stessa opera della “Madonna del cavatore” può essere ricondotta al più globale progetto del “grande risveglio”, come il Papa aveva definito il rinnovamento cristiano che doveva sorgere dal progetto “Per un mondo migliore”.
Una delle più grandi gioie del vescovo, come scrisse lui stesso, fu quella di aver partecipato al concilio.  Prima di partire alla volta di Roma, scrisse ai fedeli:  “... E' un privilegio certamente singolare e ventura fortunata per un vescovo prendere parte ad un concilio ecumenico (…) Ogni vescovo, come successore degli apostoli, ha il diritto e il dovere di prendervi parte, e di essere perciò, unitamente con il sommo pontefice egli altri confratelli dell'episcopato, mosso dallo spirito santo, membro insieme e partecipe e artefice di esso”.  Lo attendevano, a Roma, grandi responsabilità, ma non per questo si dimenticò mai del suo gregge. Prosegue infatti la lettera: “Partendo non mi separo del tutto da voi; perchè tutti porto con me nel pensiero e nel cuore; e con me tutti sarete presenti al concilio” E concluse con un'ultima esortazione, prima di partire per la l'Urbe: “Vogliate seguire le vicende del concilio, che vi saranno largamente fornite dalla stampa e dai mezzi audiovisivi, non con un senso di vana e sterile curiosità come si seguirebbe un avvenimento mondano; ma con un senso di profonda consapevolezza come seguireste un avvenimeto famigliare che vi tocca e vi interessa intensamente”.
Al suo ritorno, come detto, si spenderà molto per far conoscere risultati e scopi dell'assise, anche attraverso una serie di lettere pastorali. In una di queste, a dire il vero scritta a concilio ancora in corso, nel 1964, il vescovo intervenne sulle polemiche e le interpretazione legate al lavoro stesso dei padri (polemiche interpretative, a onor del vero, che sarebbero durate ancora molti anni e forse sono tutt'ora in corso): “il concilio è un fatto naturale e soprannaturale insieme; un fatto umano e divino. E' un mezzo straordinario di cui si serve la Chiesa per provvedere alla sua missione nel tempo per gli uomini e per mezzo di essi; ed è insieme un mezzo straordinario di cui si serve Dio per guidare la Chiesa al conseguimento dei suoi  fini. Si comprende allora che nel concilio possano manifestarsi diversità di idee e di vedute, che, a chi si fermi al solo fatto, (corsivo nostro) possono sembrare “tendenze” e “correnti” contrapposte; e possano manifestarsi differenze di sentire, che possono prendere la parvenza di “conservatorismo” o di “progressismo” secondo un linguaggio umano e anche troppo comodo, preso a prestito dal facile frasario delle assemblee parlamentari e dei partiti politici. Lo scontro: ecco la materia, l'elemento umano, da cui la mano sapiente del divino artista, lo Spirito Santo, farà sprigionare la scintilla della Verità”. In seguito, monsignor Boiardi ebbe modo di intervenire per commentare e spiegare ai suoi fedeli le varie riforme conciliari, sopratutto le più innovative. Sul nuovo ruolo dei laici, ad esempio: “Come il clero, così il laicato è chiamato all'apostolato e alla santità: ciascuno nel suo ordine. Il movimento della piena rivalutazione del  laicato nella Chiesa è giàin cammino da tempo...”   
A seguito di un malore, monsignor Carlo Maria Boiardi rese l'anima a Dio la sera del 24 febbraio 1970, nello stesso giorno in cui 24 anni prima era divenuto vescovo di Apuania.
Troviamo opportuno concludere questo excursus sulla vita del decimo vescovo di Apuania ricordandolo con alcune frasi tratte dall'elogio funebre che pronunciò il vescovo di Pontremoli, monsignor Fenocchio: “Il Signore lo chiamava a sè nel giorno stesso nel quale ventiquattro anni or sono faceva il suo ingresso in diocesi. Era la porzione della chiesa cui il vicario di Cristo lo inviava; e da allora non pensò più ad altro che alla sua Apuania. I ventiquattro anni di servizio episcopale, spesso difficile, duro, doloroso, sono segno di una fedeltà che altamente testimonia l'amore che lo legò fino alla fine alla sua nuova famiglia (…) Così, in ventiquattro anni visitò quattro volte le 218 parrocchie; e chi conosce la lunigiana e la garfagnana comprende che cosa ciò può significare (…) Un giorno ebbe a confidarmi che, quando avesse terminata la sua missione episcopale, pensava di ritirarsi in un minuscolo villaggio a fare il  parroco. Ma è destino di ogni esistenza rimanere una sinfonia incompiuta (…) Ora il buon pastore è uscito dalla nostra vista, non dalla nostra vita. E giunto a casa, là dove un padrone che ci ama infinitamente, tutti ci attende per farci felici con sè, eternamente”


Autore:
Simone Ziviani

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Aggiunto/modificato il 2014-07-13

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