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Beato Giacomo Zhou Wen-mo Sacerdote e martire

31 maggio

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Suzhou, Cina, 1752 Saenamteo, Seul, Corea del Sud, 31 maggio 1801

Giacomo Zhou Wen-mo, di nazionalità cinese, fu il primo sacerdote a entrare in Corea, paese dove il cattolicesimo aveva attecchito unicamente grazie all’apporto di laici. Quando il suo ingresso divenne noto alle autorità, numerosi credenti vennero arrestati e torturati per capire dove lui si nascondesse. Per non prolungare ulteriormente le sofferenze del popolo che tanto amava, padre Giacomo si consegnò spontaneamente alle autorità. Subì il martirio per decapitazione il 31 maggio 1801. Inserito nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung, è stato beatificato da papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.



Giacomo Zhou Wen-mo nacque nel 1752 a Suzhou, nella provincia dello Jiangnan, in Cina, Rimasto orfano da bambino, venne allevato da sua nonna. Convertitosi al cattolicesimo, entrò nel seminario diocesano di Pechino e fu tra i primi a venire ordinato sacerdote.
All’epoca il vescovo di Pechino, Alexandre de Gouvea, stava meditando sulla necessità d’inviare un sacerdote missionario in Corea, luogo dove la Chiesa era sorta unicamente tramite alcuni letterati laici, entrati in contatto coi libri scritti dai missionari occidentali in cinese. Riconosciute in padre Giacomo le doti necessarie per quello scopo, gli diede l’incarico.
Così, partito da Pechino nel febbraio 1794, s’incontrò con due inviati segreti coreani, Saba Ji Hwang e Giovanni Pak, in un luogo precedentemente fissato. Tuttavia, non poterono varcare il fiume Ammok, perché non era ancora congelato. Nel corso dell’attesa forzata, padre Giacomo si occupò dei cattolici residenti nel distretto di Liaodong.
Finalmente, si incontrò di nuovo con gli inviati e, il 24 dicembre 1794 (3 novembre secondo il calendario lunare), entrò in Corea indossando abiti locali. Si stabilì nell’abitazione preparata per lui da Mattia Choe In-gil e prese a studiare il coreano. Celebrò la prima Messa con i cattolici coreani la domenica di Pasqua 1795.
Tuttavia, nonostante le misure di sicurezza, le autorità governative vennero a sapere del suo ingresso tramite una spia. Per fortuna, il sacerdote fece in tempo a rifugiarsi presso l’abitazione della catechista Colomba Kang Wan-suk, mentre Mattia, per agevolargli la fuga, si travestì per assomigliargli, tenuto conto che conosceva la lingua cinese.
La polizia, purtroppo, scoprì la sua vera identità e ripartì a caccia di padre Giacomo, senza trovarlo. Quando vennero resi noti altri dettagli sul suo ingresso in Corea, si procedette all’arresto dei suoi accompagnatori Paolo Yun Yu-il e Saba Ji e del suo ospite Mattia Choe: vennero martirizzati il 28 giugno 1795.
Padre Giacomo compiva i suoi uffici in totale segretezza, ma sempre con grande fervore. Girava per i villaggi per amministrare i Sacramenti, compilò un catechismo e organizzò il Myeongdohoe, un centro per laici dove studiare la dottrina e le Scritture. Nel giro di sei anni, il numero dei cattolici coreani crebbe da quattromila a diecimila.
Tutto cambiò con lo scoppio della persecuzione Shinyu, nel 1801. I credenti che venivano arrestati subivano lunghe torture, allo scopo di rivelare il nascondiglio del sacerdote. Sulle prime, padre Giacomo credette opportuno tornare in patria, ma cambiò presto idea: «Devo condividere il destino del mio gregge e mitigare la loro persecuzione e il loro martirio».
L’11 marzo, perciò, si presentò alle autorità. Il suo interrogatorio cominciò immediatamente. Nonostante le crudeli punizioni, tenne un comportamento pacifico e rispose con saggezza e prudenza: «L’unico motivo per cui sono giunto in Corea, accompagnato da Saba Ji, nonostante i pericoli che avrei potuto affrontare alla frontiera, era perché amo il popolo coreano. L’insegnamento di Gesù non è malvagio. Fare del male alla gente o a una nazione è proibito dai dieci comandamenti, pertanto non posso riferire riguardo agli affari della Chiesa».
I persecutori non poterono fargli confessare alcunché, quindi decisero di condannarlo a morte. L’esecuzione si svolse il 31 maggio 1801 a Saenamnteo, presso il fiume Han, per decapitazione. Padre Giacomo aveva quarantanove anni. Si racconta che, nel momento in cui venne decapitato, il cielo si rannuvolò e scoppiò una grandinata. Quando le nuvole disparvero, apparve uno splendido arcobaleno.
Padre Giacomo Zhou Wen-mo, inserito nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung (del quale fanno parte anche Mattia Choe In-gil, suo fratello Ignazio Choe In-cheol, Paolo Yun Yu-il e Saba Ji Hwang), è stato beatificato da papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2014-08-12

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