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Venerabile Gesualdo Malacrinò da Reggio Calabria Religioso cappuccino

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Nasiti, Reggio Calabria, 18 ottobre 1725 - Reggio Calabria, 28 gennaio 1803


Gesualdo Malacrinò nacque al mondo coi nomi di Giuseppe, Marco, Antonio, il 18 ottobre 1725 a Nasiti, piccolo borgo ora scomparso nei pressi di Reggio Calabria, da Francesco Malacrinò e Saveria Melissari, e due giorni dopo fu battezzato nella chiesa parrocchiale di san Nicolò.
I genitori di Giuseppe sono ferventi cristiani e osservantissimi della legge divina. Il piccolo respira subito un aria di cristianesimo vissuto e coerente che lo preparerà alle grandi cose a cui Dio lo aveva predestinato.
Alla scuola esemplare dei genitori, dunque, il piccolo Giuseppe si inebria l’anima di santo timore di Dio e, soprattutto, di una tenera devozione a Maria Santissima che ne plasma il carattere forte e dolce, a sua immagine e somiglianza.
Dal padre (nobile patrizio e capitano della guardia reale) assimila la forza d’animo, serio, la costanza e la tenacia; dalla madre (umile donna di casa) riceve la dolcezza, l’amabilità, la docilità. Ne risulta un carattere equilibrato, sereno la cui cifra potrebbe essere il motto latino “fortiter et suaviter”, fortezza e dolcezza fuse in una sintesi più spirituale che naturale, il cui segreto risiede nella vita di preghiera e di carità della famiglia, una vera e propria “piccola chiesa domestica”, che può essere in tutti i sensi considerata un modello.
Frequentata la scuola nell’oratorio dei Fratelli di Gesù e di Maria, annesso alla chiesa di Santa Maria della Melissa, grazie all’amicizia con il giovane chierico oratoriano Salvatore Votano, che gli fa anche da istitutore per gli studi letterari, e con il quale stringe un legame spirituale che durerà tutta la vita, Giuseppe avverte i primi segni della vocazione. La sua intelligenza è a dir poco brillante e il suo impegno metodico e costante. Nei tempi liberi dallo studio, egli corre in chiesa e lì passa ore di Paradiso davanti al SS Sacramento, “prendendo alla lettere i consigli dell'amico oratoriano, il quale gli aveva detto che è questo il modo migliore per prepararsi a ricevere Gesù sacramentalmente, per la prima volta. Giunto il giorno tanto atteso, eccolo, assieme ai coetanei, in ginocchio fra i banchi della chiesa, con le manine giunte e gli occhi fissi sul sacerdote. Il suo volto, estasiato e più radioso del solito, sembra quello di un angelo che contempla la gloria di Dio.” Questo atteggiamento, del resto, è profezia del fervore soprannaturale che egli, una volta sacerdote, conserverà per tutta la vita nella celebrazione della santa messa, con estasi e levitazioni frequentissime. Dopo la prima comunione, Giuseppe  confermerà ancora di  più quel sentimento avvertito  alla tenera età di 8 anni nel ricevere la Cresima (allora la prima Comunione era più tardiva rispetto ad oggi e si riceveva intorno ai 12 anni) di consacrarsi completamente a Dio divenendo sacerdote cattolico.Il 12 marzo 1740 riceve la tonsura e il 23 settembre dello stesso anno gli ordini minori dell’ostiariato e del lettorato. Intanto s’impegna nello studio della filosofia scolastica presso i domenicani,  ottenendo generali e lusinghieri riconoscimenti.
Tuttavia, una strana inquietudine lo rodeva: il desiderio di una maggiore santità; se fosse diventato religioso (sacerdote religioso) - egli pensava - avrebbe vissuto una più radicale rinuncia ai beni ed agli affetti terreni per dedicarsi interamente al servizio del Regno di Dio. Religioso, va bene…ma in quale ordine o congregazione?
E  il Dio che sempre ci parla anche e soprattutto attraverso gli eventi della vita, gli mostrò la "via" un giorno, mentre ritornava a casa, nell’incontro fortuito e provvidenziale di due frati cappuccini, che, “ricurvi sotto il peso della bisaccia stracolma di carità, con il viso grondante sudore per il gran caldo, con i piedi spaccati per il lungo camminare e con negli occhi il canto della perfetta letizia, risalgono faticosamente, il letto del torrente Caserta per rientrare in convento. E’ la risposta del Signore. Infatti dopo qualche settimana, accompagnato da don Salvatore Votano, bussa alla porta del convento dell’Immacolata Concezione, dove viene accolto dal guardiano dei cappuccini, padre Bernardo da s. Agata. Ha appena compiuto i 15 anni.”(P. Giuseppe Sinardi)
Inizia il noviziato presso il convento di Fiumara di Muro  il 5 novembre 1740 indossando i ruvidi panni dei cappuccini e gli viene consegnata la Regola del poverello d’Assisi, assumendo il nuovo nome di fra Gesualdo da Reggio Calabria.
Fra Gesualdo vive in modo esemplare questo tempo di grazia immergendosi in pieno nella bellezza del carisma e della Regola di san Francesco d’Assisi, divenendo modello, come dice un’antica fonte, non solo del perfetto novizio, ma addirittura (a 16 anni!) del perfetto cappuccino.
Dopo la professione solenne, i frutti dei suoi studi risultano essere non solo eccellenti ma addirittura geniali, se è vero che arriva a familiarizzare,  oltre che con le materie filosofiche e teologiche (curricolari nella preparazione all’ordinazione sacerdotale) anche con la matematica, la fisica sperimentale, la storia civile ed ecclesiastica, la lingua greca, ebraica, siriaca, francese, spagnola e tedesca!!!
Divenuto, lui chierico, insegnante di alcune queste discipline  per gli altri chierici, sperimenta nell'insegnamento di metodi pedagogici originali e sorprendentemente in anticipo sui tempi, che gli conquistano la fiducia e il rispetto di tutti e lo accreditano sempre più presso i superiori.
Questo giovane, insomma, non troppo forte in salute ma dotato di scienza e spiritualità eccezionali, è lo stupore di tutti i conoscenti e la sua fama supera anche gli ambiti dell’ordine cappuccino, coinvolgendo addirittura i domenicani (tradizionali "rivali" dei francescani) che ne ammirano, nelle tante dispute accademiche allora in voga, il rigore logico delle argomentazioni, la vasta dottrina e il celeste fuoco che lo anima.
Prima ancora dell’ordinazione sacerdotale, gli viene perciò conferito il mandato di “lettore”, ossia di professore, di filosofia allo Studentato di Reggio Calabria e lui lo fa (è questo il fatto strabiliante) servendosi di “manuali” da lui stesso redatti, innovativi nella forma e nei contenuti,  accolti con entusiasmo dagli studenti. Tali testi, espressione del suo genio, sono come il riflesso di sintesi della sua persona che coniugava mirabilmente luminosa dottrina, metodo rigoroso e fervore religioso. Così si esprimeva, ad esempio,  parlando di fra’ Gesualdo Giuseppe Morisani: un luminare della cultura calabra della prima metà del XVIII secolo: “Quel monachello mi dà soggezione, perché nei suoi discorsi scientifici si sublima, come se fosse ispirato da Dio”.
Una sorta di “uragano di gloria”, in ambito culturale, per il giovanissimo frate; ma che non lo appaga interiormente. Egli ha scelto la vita religiosa per “predicare Cristo crocifisso”, per imitarlo, per vivere alla sua sequela, non per consumare i suoi giorni insegnando dietro una cattedra. Così egli pensa. La “cultura” lo affascina e lo trova capace ma non lo soddisfa…egli si dedica all’insegnamento quasi solo per assecondare i desideri dei superiori che, tenendo conto delle sue straordinarie capacità, lo spingono in questa direzione. Intanto, con dispensa papale, poiché aveva appena ventitre anni, il 21 novembre 1748, festa  della presentazione al Tempio della Beata Vergine Maria, riceve l’ordinazione sacerdotale.
Ma P. Gesualdo non rimane nel mondo accademico che fino al termine dell’anno scolastico del 1752, quando presenta al superiore provinciale, le dimissioni dall’insegnamento. Non può più esimersi dal ricercare in modo esclusivo e radicale la perfezione evangelica: egli cerca solo quella, nessun altra cosa lo attrae, nessun desiderio lo delizia se non quello di diventare santo e gran santo. I superiori per un certo tempo sono incerti se accettare o no la sua richiesta, pensando ad un eccesso di zelo e a un gesto imprudente dettato dall’umiltà; inoltre considerano i suoi talenti straordinari di scienza e intelletto, la sua grande dottrina e le capacità pedagogiche. Tuttavia, dopo oculato discernimento, considerando anche le sue sempre più precarie condizioni di salute, essi acconsentono alla sua richiesta e lo indirizzano al ministero della predicazione, intervallata per ritemprarsi da lunghi periodi di silenzio, preghiera e penitenza nel convento di Scilla.
E qui inizia la seconda fase della vita di Padre Gesualdo, quella che lo ha reso celebre per santità e prodigi e l’ha consegnato alla storia con il significativo nome di “apostolo delle Calabrie.” Gira per città, paesi e contrade, consacrandosi con zelo ardente al ministero della predicazione; confessa instancabilmente le folle che lo assediano impazienti di abbeverarsi al torrente della sua Sapienza e della sua santità; tiene ritiri fruttuosissimi anche a conventi maschili e femminili e propugna con vigore il ritorno all’osservanza primitiva della vita religiosa. Cristo Signore, di cui fra Gesualdo è diventato araldo, conferma  con miracoli e segni portentosi il suo annuncio di Salvezza che semina e riaccende la Speranza ovunque egli passi. Le testimonianze giurate per il processo canonico della sua beatificazione confermano in modo impressionante questa pioggia abbondante di prodigi che accompagnano il suo passaggio e la sua predicazione. Guarigioni e liberazioni senza numero; benedizioni che irrorano  le messi e moltiplicano le greggi; predizioni… Memorabile al riguardo è  la profezia del terremoto ad Oppido Mamertina del 1783 e la doppia traversata dello stretto di Messina, con fra Mansueto sul proprio mantello per andare a predicare nella Cattedrale, emulo dell’altro grande taumaturgo calabrese san Francesco di Paola.
Con l’arrivo dei francesi “giacobini” e le conseguenti leggi eversive di soppressione dei conventi, l’arcivescovo di Reggio Calabria lo prega comunque di rimanere in città a continuare il suo ministero di evangelizzazione, del quale nessun reggino vuole privarsi. Intanto, la sua profonda umiltà e il desiderio di dedicarsi a tempo pieno alla predicazione e alla cura diretta delle anime gli fanno rifiutare la nomina a Vescovo di Martorano nel 1792; ma “più che l’umiltà poté l’obbedienza” e non poté esimersi dall’accettare la sua elezione a Ministro Provinciale dei cappuccini nel 1801.
Muore, compianto da tutti, il 28 gennaio 1803, all’età di 78 anni, nel convento della Madonna della Consolazione in Reggio Calabria.
"Lo adagiano su dei nudi tavoloni, con indosso il povero abito, il logoro mantello, il cappuccio in testa, poggiata su una tegola, ed i piedi scalzi, i cui segni penitenziali sono ora visibili a tutti. Prima della sepoltura, gli viene inciso il braccio dal quale fuoriescono gocce di sangue" (P. Giuseppe Sinardi).
Crescendo la sua fama di santità, negli anni 1855-1867 nella Curia di Reggio Calabria vengono introdotti i processi ordinari informativi e aperti a Roma il 4 giugno dello stesso anno. Il decreto sulla validità dei processi viene emanato il 12 febbraio 1982. E il 2 aprile viene emanato il decreto del riconoscimento circa l’eroicità delle virtù teologali, cardinali e annesse. Si attende ora un miracolo affinché possa essere dichiarato beato.


Autore:
Don Antonio Mattatelli

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Aggiunto/modificato il 2014-08-29

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