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Don Emilio Gandolfo

Testimoni

Vernazza, La Spezia, 2 dicembre 1999


Emilio Gandolfo: un uomo d’oro, un gran prete e forse un martire della carità. Ma anche un cristiano che pensava la fede e dunque un teologo e come tale autore di un testo sulla risurrezione dei corpi – La carne gloriosa e santa, pubblicato postumo dagli amici nel 2000 – che costituisce un aiuto a credere oggi nella vita eterna. Forse dei balordi, o degli immigrati allo sbando l’hanno ucciso il 2 dicembre 1999 a coltellate, nella sua casa di Vernazza, La Spezia, che non chiudeva a nessuno.
Aveva 80 anni, si era ritirato a fare il parroco nella terra d’origine sette anni prima. Aveva insegnato per vent’anni al liceo Virgilio di Roma, aveva mantenuto legami personali forti e sapienti con tanti che gli erano stati alunni e da ogni dove d’estate andavano a Vernazza a sentire le sue omelie. Lui mandava loro due lettere all’anno, per Natale e Pasqua. Era stato consigliere ecclesiastico dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede. Tante volte aveva accompagnato gruppi di pellegrini in Terra Santa. Aveva tradotto Gregorio Magno per Città Nuova.
Ha detto di lui – al collega Alberto Bobbio, di Famiglia cristiana – il professore di storia Beppe Igniesti, che fu suo alunno: “Poteva starsene a Roma a studiare. Ha frequentato i diplomatici. Eppure mai si è lasciato sedurre, da nessuno. Gli interessava solo il Vangelo”.
Io don Emilio l’ avevo incontrato quand’era consulente all’ambasciata ma non mi ero accorto di lui. Era troppo timido per quel lavoro. Io cercavo notizie e lui non ne aveva e quando le aveva si nascondeva. Si offriva a tutti davvero disarmato, ma lo capiva solo chi l’amava. Quando lessi la notizia della morte sul mio terminale, mi son detto: ma guarda questo prete, io ne ho conosciuto uno che aveva un nome simile e che viveva a Roma… Solo quando ho visto la foto l’ho riconosciuto.
Cinque mesi dopo la sua morte mi capitò di fare un’operazione a una gamba, con abbondante asportazione del “muscolo tensore della fascia lata” per timore di un sarcoma e mentre ero bloccato dai drenaggi lessi La carne gloriosa e santa. In quell’ultima e più libera parola sul corpo, che quel saggio prete aveva maturato nella sua lunga mansuetudine celibataria, trovai interpretata la mia brama di vita risvegliata dal bisturi tagliente.
Quelle brevi pagine mi resero comprensibile un verso abbagliante del Paradiso di Dante che prima mi abbagliava soltanto: quello che mette in scena il “disio de’ corpi morti” che fa fremere i beati quando Salomone nomina – nel canto XIV – la risurrezione della carne. Ora lo sento mio quel “disio”. Sento che Dante ha parlato anche a mio nome, cioè a nome di tutti.
Riporto la parafrasi dei versi 34-66 di quel canto, come don Emilio l’adatta alla sua commossa celebrazione dell’attesa della risurrezione. In essi Salomone risponde a Dante, che vuol sapere se la luce dei beati durerà quando riavranno i corpi:
“Rivestita che avremo la nostra carne gloriosa e santa, la nostra persona, restituita alla sua integrità, ‘più grata fia (sarà più gradita a Dio e, insieme, più raggiante di gratitudine) per esser tutta quanta’, cioè intera, completa. Crescerà la grazia che il Sommo Bene ci dona per vedere lui. E, crescendo la visione, crescerà l’ardore di carità che nasce da tale visione. Così quel fulgore, che ora ci circonda, crescerà quando saremo rivestiti di quella carne che al momento la terra ricopre”. Ed ecco che a sentire della carne loro “che tutto dì la terra ricoperchia”, questi beati spiriti del Paradiso, in coro, fulminei, quasi non aspettassero altro, manifestano il “disio de’ corpi morti”, prorompendo in un “amen” di giubilo.

Come la carne gloriosa e santa
fia rivestita, la nostra persona
più grata fia per esser tutta quanta (…)

Tanto mi parver sùbiti e accorti
e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!»,
che ben mostrar disio d’i corpi morti:

forse non pur per lor, ma per le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari
anzi che fosser sempiterne fiamme.

Rileggendo Dante mentre ero dolorante sul letto, mi sono avveduto che anch’io – come i beati della Commedia – ridesidero il mio corpo, dopo quel taglio. E penso a come starebbe “accorto” ora don Emilio se ascoltasse questo ragionamento.
Dopo la sua morte gli amici hanno trovato questo testo, quasi pronto, nel computer. Alcune correzioni le aveva fatte pochi giorni prima. E si sa che le ultime parole di un uomo in noi durano di più.
Con questa sua proiezione in morte sul mistero della risurrezione, don Emilio ci dice qualcosa di attuale riguardo al corpo: sì, proprio lui, che era così schivo. Ci invita a considerarlo importante in Dio, a riattenderlo già da ora nella sua rinnovata integrità, segnalandoci che “non è sufficiente l’immortalità dell’anima” a dire la nostra speranza di vita.
Ecco la più importante tra le citazioni che aveva raccolto a sostegno della sua intuizione, tratta dal Commento alla prima lettera di Paolo ai Corinti di Tommaso d’Aquino, capitolo 15: “L’uomo naturalmente aspira alla salvezza di se stesso, ma essendo l’anima parte dell’uomo, non è tutto l’uomo e l’anima mia non sono io (anima mea non est ego); per cui, anche se l’anima nell’altra vita raggiunge la salvezza, non sono io che la raggiungo”.
Ma che cosa ci voleva dire conclusivamente don Emilio mettendo insieme Tertulliano (“caro salutis cardo”: la carne è il cardine della salvezza), Ignazio e Ireneo, i racconti delle risurrezioni evangeliche e i salmi pregati ogni giorno, Tommaso d’Aquino e l’amatissima Commedia di Dante?
Non ha avuto il tempo di scriverlo, ma io credo d’aver capito che volesse puntare a proporre l’attesa della risurrezione della carne come l’articolo del Credo più attuale oggi, rispondente all’ansia di vita intera dell’epoca. E non come attesa degli spiriti dell’oltretomba, ma come attesa nostra sulla terra. E forse ancora ci voleva fare avvertiti che l’uomo d’oggi, divenuto così audace e libero nelle sue aspettative, più non s’acquieta – anzi neanche si interessa – a un aldilà senza il corpo. Che la sua brama di vita pretende il riscatto pieno della carne. E che questa pretesa è fondata nella Scrittura ed è affermata nel Credo e va riscoperta a misura della cultura odierna.
Tra gli autori che l’incoraggiavano a cercare in questa direzione, don Emilio aveva messo anche Teresa di Lisieux, con questo motto felice: “In Paradiso non ci saranno sguardi indifferenti”.
L’ansia orante di don Emilio, calamitata dall’attesa della risurrezione, traspare da ogni pagina della sua ricerca: dalla prima in cui afferma che alla brama di vita dell’uomo non basta l’immortalità dell’anima, all’ultima dove confida, con il Salmo 16, che “anche la mia carne risposa nella speranza”.
E ora una conclusione in cui non mi ispiro più a don Emilio, ma vado sulle mie gambe: il “disio de’ corpi morti”, cioè l’attesa della risurrezione della carne, è la forma più diretta, più universalmente umana, dell’attesa del Regno. In esso si esprime al più alto grado il gemito della creazione verso il proprio compimento. Quel desiderio va crescendo e innervando il pianeta e il cosmo, a misura che le generazioni sottomettono la terra e alla terra si riconsegnano. A esso partecipano tutte le creature umane, infine unite in un’unica invocazione. Tutte, che sappiano o no concludere la loro preghiera con il nome di Cristo, nel quale soltanto c’è salvezza.


Autore:
Luigi Accattoli


Fonte:
www.luigiaccattoli.it

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Aggiunto/modificato il 2014-11-15

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