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Santa Elisabetta Chong Chong-hye Vergine e martire

29 dicembre

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Majae, Corea del Sud, 1797 Seul, Corea del Sud, 29 dicembre 1839

Elisabetta Chong Chong-hye fu vittima delle persecuzioni contro i cristiani in Corea del XVII secolo: dapprima indirettamente, quando i suoi familiari vennero privati dei loro beni a seguito della morte del capofamiglia Agostino Jeong Yak-jong, poi in maniera diretta, quando venne messa in carcere. Sopportò con fermezza le torture e le percosse per amore di Dio e della Madonna. Venne decapitata il 29 dicembre 1839, insieme ad altri sei compagni, a 43 anni. Aveva scelto da tempo di dedicare la propria verginità al Signore. È stata canonizzata da san Giovanni Paolo II il 6 maggio 1984, inserita con i suoi compagni nel gruppo dei 102 martiri coreani. Nel medesimo novero fanno parte anche sua madre Cecilia Yu So-sa e suo fratello Paolo Jeong Ha-sang (o Chong Hasang). Suo padre e il suo fratellastro Carlo Jeong Cheol-sang sono invece stati beatificati il 16 agosto 2014 da papa Francesco.

Martirologio Romano: A Seul in Corea, santi Benedetta Hyŏn Kyŏng-nyŏn, vedova e catechista, e sei compagni, martiri, che, dopo aver sofferto molti supplizi per il nome di Cristo, morirono infine decapitati.


Elisabetta Chong Chong-hye (o Jeong Jeong-hye) era figlia di Agostino Jeong Yak-jong e Cecilia Yu So-sa, da lui sposata in seconde nozze. Aveva un fratello di sangue, Paolo Jeong Ha-sang (o Chong Hasang), e un fratellastro, Carlo Jeong Cheol-sang. Tutti i figli vennero educati nella fede cattolica dal padre.
Quando Elisabetta aveva cinque anni, Agostino venne arrestato e, in seguito, decapitato. Cecilia e i figli vennero anche loro messi in arresto: privati per ordine del governo di tutti i loro beni, vennero poi rilasciati e andarono a vivere da un parente, rimasto nella religione degli avi. Carlo, invece, subì la stessa sorte del padre.
Per sostentare la madre e il fratello rimasto, la ragazzina si guadagnava da vivere filando e tessendo e fece voto a Dio della propria verginità. Era così riservata che non guardava mai in faccia gli uomini. I suoi parenti, che inizialmente la disprezzavano, presero a volerle bene proprio per il suo carattere mite.
Quando era sui trent’anni, subì forti tentazioni per un periodo di circa cinque anni, ma riuscì a superarle con la preghiera, il digiuno e anche flagellandosi. Il suo desiderio più grande, ossia che i missionari giungessero in Corea, venne realizzato quando, grazie a suo fratello, arrivarono il vescovo Laurent Imbert e due sacerdoti, Jacques Chastan e Pierre Maubant, delle Missioni Estere di Parigi. Fu grande la sua gioia nell’ospitarli in casa e nel prendersi cura di loro. Non badò solo ai missionari, ma anche alla povera gente che veniva a trovarli, cui insegnava il catechismo e forniva le elemosine. Monsignor Imbert fu così impressionato dal suo atteggiamento che esclamò: «Elisabetta è proprio come una catechista».
Quando la persecuzione contro i cristiani riprese, lei ebbe paura. Il vescovo fuggì da Seul per rifugiarsi in campagna, mentre Elisabetta, Paolo e la loro madre fecero del loro meglio per consolare i fratelli nella fede e procurare cibo e vestiario a quelli che tra loro erano poveri o in carcere. Nel frattempo, si preparavano a loro volta al martirio.
Tutti e tre vennero arrestati il 19 luglio 1839. Elisabetta fu sottoposta a interrogatori, ma, visto che si rifiutava di rinnegare la sua fede, venne picchiata per 230 volte in sette occasioni distinte, senz’arrendersi mai. Era decisa a sopportare tutto per amore di Dio e della Madonna.
Mentre era in prigione, non smetteva mai di pregare e d’incoraggiare i suoi compagni. Per le percosse subite, diceva di comprendere benissimo le sofferenze del Signore. Riuscì ancora a far arrivare viveri e vestiario ai prigionieri.
Il 29 dicembre 1839 venne decapitata insieme ad altri sei compagni (Barbara Cho Chung-i, Maddalena Han Yong-I, Pietro Ch’oe Ch’ang-hub, Benedetta Hyong Kyong-nyon, Barbara Ko Sun-i, e Maddalena Yi Yong-dok), presso la Piccola Porta Occidentale di Seul. Aveva 43 anni. Paolo Jeong Ha-sang e Cecilia Yu So-sa subirono anche loro il martirio.
Elisabetta e i suoi compagni, insieme a suo fratello e a sua madre, sono stati inseriti nel gruppo dei 102 martiri coreani canonizzati da san Giovanni Paolo II il 6 maggio 1984, nell’ambito del viaggio apostolico in Corea, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone e Thailandia. Suo padre Agostino Jeong Yak-jong e il figlio avuto dalle prime nozze, Carlo Jeong Cheol-sang, sono invece stati beatificati da papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto il 2015-06-27

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