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Akash Bashir Ex-allievo salesiano

Testimoni

Risalpur, Pakistan, 22 giugno 1994 Lahore, Pakistan, 15 marzo 2015

Akash Bashir, di nazionalità pakistana, studiò all’Istituto Tecnico Maschile Don Bosco di Lahore. Pur non essendo uno studente brillante, aveva un forte desiderio di servire il prossimo. Impedito a entrare nell’esercito a causa della sua scarsa istruzione, nel dicembre 2014 aderì alla squadra di sicurezza incaricata della protezione della chiesa cattolica di San Giovanni a Lahore, nel quartiere a maggioranza cristiana di Youhanabad.Domenica 15 marzo 2015 bloccò un attentatore suicida che stava per entrare nella chiesa: l’uomo si fece esplodere e causò la morte di venti fedeli, incluso Akash, che aveva 18 anni.



La condizione dei cristiani in Pakistan è segnata da forti discriminazioni: chi professa la religione cristiana, sia cattolico o di altre confessioni, rischia di essere interdetto dai pubblici uffici, o semplicemente di essere segnato a dito nella vita di tutti i giorni.
Di fronte al moltiplicarsi di attentati contro le chiese e i luoghi di preghiera, i fedeli non sono rimasti a guardare: in molti casi hanno organizzato delle vere e proprie squadre di difesa, per evitare che gli edifici e chi li frequenta vengano distrutti.
Di una di queste squadre faceva parte il diciottenne Akash Bashir, rimasto ucciso il 15 marzo 2015 mentre bloccava un attentatore suicida diretto contro la chiesa cattolica di San Giovanni a Youhanabad, zona di Lahore a maggioranza cristiana.
Figlio di Emmanuel Bashir e di sua moglie Naz Bano, Akash viveva con loro e con i suoi fratelli in un piccolo appartamento. Come emerge dal ricordo della sorella Komash, «Era un ragazzo semplice, dal cuore gentile. Chiacchierava tutto il giorno. Diceva cose che mi facevano pensare che fosse infantile… cose come proteggere la gente e compiere qualcosa di grandioso. Diceva ai nostri genitori che un giorno li avrebbe resi orgogliosi, che la gente avrebbe dimenticato il suo nome, ma avrebbe ricordato per sempre i nostri genitori che gli diedero la vita».
Non era granché istruito ed era leggermente debole in matematica: fu iscritto quindi all’Istituto Tecnico Maschile Don Bosco a Lahore, perché imparasse un mestiere. Fondato nel 2000 con appena 10 studenti, l’istituto ha avuto una notevole espansione, accogliendo gli studenti respinti dalle scuole tradizionali. Più dell’80 % degli studenti risiede nel campus e riceve vitto, alloggio e materiali didattici.
Se anche Akash non era uno studente brillante, aveva però un ideale fortissimo: quello di difendere gli altri. Terminati gli studi, avrebbe voluto entrare nell’esercito, ma la sua scarsa istruzione non glielo concedeva. Scelse quindi di aderire alla squadra di sicurezza incaricata della protezione della chiesa di San Giovanni: entrò a farne parte nel dicembre 2014.
«Usciva per l’incarico nelle prime ore del mattino, a volte verso le cinque, più spesso alle sette o sette e mezza; poi rimaneva per cinque ore a garantire la sicurezza della gente dentro e fuori dalla chiesa», ha spiegato la signora Naz, che non era affatto favorevole, come gli altri parenti, che lui compisse quel servizio. Quasi scherzando, il figlio le chiedeva spesso: «Se anche morissi, non ti renderebbe orgogliosa se morissi salvando molte vite?».
Il 15 marzo 2015 Akash stava svolgendo il suo turno come ogni domenica, quando giunse una notizia tremenda: la chiesa protestante di Christ Church, situata a cinquecento metri di distanza, era stata attaccata. Insieme agli altri volontari, cercò di mettere l’area in sicurezza, quando vide un uomo correre verso l’edificio: era un attentatore suicida.
Il ragazzo gli si pose di fronte, cercando di bloccarlo. L’uomo lo minacciò, dichiarando di avere una bomba con sé, ma Akash non si mosse: a quel punto, si fece saltare in aria. L’attentatore non riuscì a compiere il suo incarico, ma ci furono ugualmente più di 78 feriti (inclusi due studenti dei Salesiani che passavano di fronte alla chiesa) e 20 morti.
Tra questi, lo stesso Akash, il cui corpo, ridotto a brandelli, non venne toccato da nessuno finché suo fratello Arslan, corso fuori dalla chiesa poco dopo l’esplosione, non chiese aiuto per caricarlo sull’ambulanza arrivata nel frattempo; in ogni caso, era ormai morto. Entrambi gli attacchi sono stati rivendicati da «Jamaat ul Ahrar», gruppo affiliato ai talebani pakistani.
Due giorni dopo si sono svolti i suoi funerali, insieme a quelli di un suo collega, Zahid Yousaf, di 42 anni, e di una coppia protestante, Obaid Khokhar e sua moglie Amreen, morti alla Christ Church; anche lì, Obaid si è gettato contro il kamikaze che voleva farsi esplodere durante la funzione domenicale.
Nel corso della celebrazione ecumenica, l’arcivescovo di Lahore, monsignor Sebastian Francis Shaw, che aveva al suo fianco il vescovo protestante, si è rivolto a una folla di diecimila fedeli, ricordando il linciaggio subito da un uomo che era stato riconosciuto come colpevole dei fatti: «Non vogliamo una guerra civile. Noi cristiani siamo uomini di pace. Non lasciamo che il dolore annebbi il nostro sguardo: che sia sempre lo sguardo di Cristo e del suo Vangelo».
Il 6 gennaio 2016 don Francis Gulzar, parroco della chiesa di San Giovanni e Vicario generale della diocesi di Lahore, ha inviato una lettera a monsignor Shaw per chiedere di avviare formalmente il processo per accertare il martirio del giovane. «La comunità cristiana di Youhanabad», scrisse, «è orgogliosa del suo giovane eroe, Akash Bashir, e chiede a Sua Eccellenza di trasmettere la nostra richiesta al Santo Padre e alla Congregazione pertinente per la causa del martirio».


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto il 2017-04-20

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