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Don Giovanni Antonio Rubbi

Testimoni

1693 - 15 marzo 1785


Piacerebbe di sicuro, a Papa Francesco, un prete così: perché passa con disinvoltura dalla stola al grembiule; perché trascorre buona parte della sua giornata in confessionale a dispensar misericordia; perché si lascia “mangiare” dalla gente che accorre a lui, dato che basta una sua benedizione per sconfiggere malanni di ogni tipo. Il paragone con il Santo Curato d’Ars è pressoché obbligatorio, anzi c’è chi sostiene, se fosse lecito misurare la santità con l’indice della popolarità, che il parroco bergamasco sia più “grande” ancora del suo omologo francese. Nella bergamasca lo chiamano ancora “ol Preòst Sant” e ne parlano come uno di famiglia, anche se la sua vicenda umana inizia più di tre secoli fa, precisamente nel 1693. Ordinato prete nel 1718, prima è cappellano alle Tre Fontane di Zogno, poi vice parroco a Poscante e nel 1727 è nominato parroco di Monte di Nese dove rimane fino al 1740, cioè fino a quando è nominato prevosto di Sorisole. Qui resta  per ben 45 anni e qui muore il 15 marzo 1785, alla soglia dei suoi 92 anni.
Si distingue subito come prete del confessionale, in cui resta imprigionato ore ed ore ogni giorno, assediato in principio soltanto dai suoi parrocchiani e poi, di anno in anno, da un sempre più crescente numero di pellegrini. Perché le gente ha un ottimo fiuto per gli uomini di Dio e se li va a cercare, anche a costo di sacrifici e di viaggi scomodi. Se poi a questa fama si aggiunge anche quella di taumaturgo e le grazie fioccano non appena questi alza la mano per benedire, allora sì che le masse si spostano, alla ricerca anche del prodigioso e del sensazionale, tanto che il povero e semplice parroco di Sorisole diventa un caso e un problema. Da alcuni scambiato per un “santone”, da altri visto come un ottimo guaritore e, da una parte almeno, stimato autentico uomo di Dio, attorno a lui nascono problemi di sicurezza, di ordine pubblico e di viabilità.  Né più né meno, insomma, di quello che negli stessi anni avviene a Roata Chiusani, attorno a Caterina Benso.
Mentre la sua popolarità cresce e un’autentica fiumana di gente va ad intasare le strade in direzione di Sorisole, è molto difficile che attorno a lui non vada attecchendo la malapianta della diffidenza e della gelosia dato che i confratelli si vedono chiese e confessionali disertati, se non completamente svuotati, da un prete, che, ai loro occhi almeno, nulla ha più di loro. Ad eccezione della santità, ovviamente, della cui carenza però chi ne è privo non s’accorge, mentre lui ne deve aver da vendere se riesce ad accettare in religioso ed umile silenzio l’interdetto, col divieto di benedire, con cui lo colpisce il suo vescovo a fine agosto 1772, ed altrettanto umilmente e senza trionfalismi tornare a farlo neppure tre mesi dopo, quando cioè il medesimo vescovo, accorgendosi di essere stato manipolato da sacerdoti invidiosi e maldicenti, ritorna sui suoi passi e annulla l’interdetto.
È osteggiato soprattutto dai preti di tendenza giansenista (che non gli perdonano la troppa misericordia con cui accorda l’assoluzione e che ritengono semplici superstizioni le sue benedizioni), ma anche dai medici, che guardano con diffidenza gli empirici rimedi con cui il pretino cerca di mascherare gli effetti prodigiosi delle sue benedizioni e di stornare l’attenzione da sé, consigliando la somministrazione di intrugli a base di acqua e pepe, oppure olio e cipolle, come se non si capisse che i “miracoli” sono la firma di Dio su quella vita semplice e buona.
Un giorno del 1773 il prevosto si vede recapitare una serie di preziosi paramenti sacri, donatigli dalla duchessa di Parma Maria Amalia d’Asburgo, ritenuta sterile ed invece diventata madre grazie ad una delle sue solite benedizioni: segno evidente che la sua fama ha ormai sconfinato, grazie anche a fatti prodigiosi come l’acqua sgorgata dalla roccia percossa con il suo bastone, la suora guarita “a distanza” semplicemente toccando un indumento che gli era stato presentato, singoli viandanti e intere popolazioni scampate a pericoli e incendi, malati misteriosamente guariti all’istante dopo che erano stati dati per spacciati dai medici. “Mi pare siano tornati i tempi di Gesù Cristo e delle sue prodigiose guarigioni in persone di tutte le nazioni vicine, confinanti con la Galilea!”, dice di lui papa Clemente XIV e con lui concordano cardinali, vescovi e semplici fedeli che hanno la fortuna di incontrarlo. Per questo, a distanza di 230 anni dalla morte, la Chiesa di Bergamo sta seriamente pensando di proporre don Giovanni Antonio Rubbi per la beatificazione.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto/modificato il 2016-04-02

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