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Beato Marco Çuni Seminarista e martire

4 marzo

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Bushati, Albania, 30 settembre 1919 – Scutari, Albania, 4 marzo 1946

Mark Çuni, allievo dei Pontificio Seminario di Scutari, contrastò la propaganda del regime comunista producendo, insieme all’amico e collega Gjergj Bici, una serie di volantini firmati «Unione Albanese». La polizia segreta scoprì il suo progetto e colse l’occasione per incastrare i Gesuiti che dirigevano il Seminario. A seguito di un processo-farsa, Mark venne condannato a morte per fucilazione insieme ad altri cinque uomini: i padri gesuiti Giovanni Fausti e Daniel Dajani, il francescano Gjon Shllaku, i laici Gjelosh Lulashi e Qerim Sadiku. La sentenza fu eseguita il 4 marzo 1946 presso il cimitero cattolico di Scutari. Insieme ai suoi compagni di martirio, Mark Çuni è stato incluso nell’elenco dei 38 martiri albanesi beatificati il 5 novembre 2016 a Scutari.



Famiglia e formazione
Mark Çuni nacque nel villaggio di Bushati, in Albania, il 30 settembre 1919. Proveniva da una famiglia che si era resa nota nella zona per il suo coraggio e il suo ardimento.
Frequentò le elementari nel suo villaggio, ma per le scuole secondarie passò a Scutari. A 18 anni divenne allievo del Collegio Saveriano di Scutari, annesso al Pontificio Seminario diocesano, entrambi retti dai Gesuiti.

I rischi del comunismo
Quando Mark era ormai molto avanti negli studi teologici, l’Albania fu occupata prima dall’esercito italiano fascista, poi da quello tedesco nazista. Alla fine del 1944, i tedeschi si ritirarono e i partigiani comunisti, comandati da Enver Hoxha, conquistarono il potere.
Gli allievi del Seminario, che avevano iniziato a temere il pericolo imminente, avevano cominciato a produrre un mensile, «Aurora consurgens», stampato in proprio con il ciclostile con cui, all’epoca, venivano riprodotti i libri di testo.
La propaganda comunista, intanto, aumentava sempre più: non passava giorno che, sulle porte delle case, comparissero volantini dai toni minacciosi, spesso distribuiti dai giovani. I seminaristi avvertirono il peggioramento della situazione e trovarono un modo insolito per reagire.

Il primo volantino
Nel mese di aprile 1945, durante una ricreazione, qualcuno lesse una poesia satirica, a firma del francescano padre Gjon Shllaku, diretta contro Tuk Jakovë, all’epoca segretario del partito comunista per la regione di Scutari. I giovani scoppiarono in una fragorosa risata: il componimento descriveva alla perfezione il clima politico in cui vivevano.
A Mark venne un’idea, che rivelò subito, sussurrandogliela all’orecchio, all’amico e collega Gjergj Bici: riprodurre la poesia su dei volantini. Gjergj aveva sottratto alle perquisizioni il ciclostile con cui veniva stampato «Aurora consurgens» e l’aveva nascosto nel laboratorio di fisica.
Con una scusa, domandò a un altro studente, Ndoc Vata, le chiavi dell’aula: insieme a Mark, portò l’apparecchio in soffitta e lì iniziarono a riprodurre la poesia. Con l’aiuto di alcuni amici fidati, iniziarono a farla circolare: di mano in mano, procurò un certo sollievo in quei tempi critici.

L’Unione Albanese
Visto il successo, Mark e Gjergj decisero di produrre un altro volantino, poi un altro ancora. Come pseudonimo, dato che rischiavano di essere scoperti ed espulsi per aver violato le regole del Seminario, si firmarono «Bashkimi Shqiptar», ovvero «Unione Albanese».
Grazie alle vacanze estive, poi, i seminaristi che vivevano le prime esperienze pastorali, ne approfittarono per estendere ancora di più la distribuzione dei volantini ai villaggi e ai paesi di montagna.

Le false elezioni
L’estate 1945, tuttavia, segnò anche l’inizio di voci relative a una probabile tornata elettorale. Nell’autunno successivo, Mark e Gjergj andarono al liceo Illyricum dei Frati Minori, per parlare con Zef Plluni, un lontano parente del secondo. Il loro scopo era procurarsi altri ciclostile e macchine da scrivere, perché le elezioni erano state fissate per il mese di dicembre e, nei fatti, non c’erano candidati se non per il partito comunista.
Zef era di parere contrario: pensava che, essendo giovani, nessuno li avrebbe ascoltati. Gli altri due replicarono che si dovevano affrontare i comunisti usando le loro stesse armi di propaganda, anche con l’impiego dei giovani. L’allievo francescano provò ancora a dissuaderli, ma senza verso.
Nel periodo pre-elettorale, l’Unione Albanese uscì con altri quattro o cinque volantini, distribuiti sempre nella segretezza più estrema, tramite parenti, conoscenti o altri colleghi. L’unico professore a sapere dell’organizzazione era il professore laico Gjelosh Lulashi.
Tuttavia, il 27 novembre, pochissimi giorni prima delle elezioni, uno degli studenti del Seminario, Fran Gaçi, venne arrestato, poi rilasciato: morì a casa propria, di lì a poco, a causa delle torture subite. Il 2 dicembre si tennero le prime elezioni, nient’affatto libere: c’era una sola lista e chi non andava a votare era minacciato.

L’arresto
Cinque giorni dopo, il 7 dicembre, Mark fu arrestato, seguito da Gjergj Bici, Ndoc Vata e altri. Tutti subirono pesanti torture, volte a far rivelare loro i particolari del complotto cui erano accusati di far parte, insieme ai Gesuiti e ai Frati Minori.
La sera del 31 fu la volta del rettore, padre Daniel Dajani, e del viceprovinciale dei Gesuiti, padre Giovanni Fausti: erano appena tornati dal villaggio di Fran Gaçi, dove avevano celebrato una Messa in suo suffragio.

Il processo
Gli accusati erano portati a deporre in condizioni pietose. L’accusa principale che veniva loro rivolta era quella di essere delle spie del Vaticano e, di conseguenza, di aver tradito la propria patria.
Mark, in particolare, era stato torturato a tal punto che due guardie dovevano sorreggerlo. Il suo spirito e la sua ironia, però, erano decisamente intatti, a giudicare dalle parole che rivolse ai giudici:
«Noi seminaristi non siamo dispiaciuti e non chiediamo pietà per noi stessi perché abbiamo impiegato i mezzi di propaganda che la costituzione garantisce e che voi medesimi promuovete. Nondimeno, siamo dispiaciuti e non possiamo essere assolti dalla colpa di aver infranto le regole dell’obbedienza e di aver così implicato i nostri superiori che voi state falsamente presentando come capi della nostra organizzazione, l’Unione Albanese».

Il martirio
Il 22 febbraio 1946 vennero lette le sentenze. Otto furono i condannati a morte per fucilazione: padre Gjon Shllaku, padre Giovanni Fausti, padre Daniel Dajani, i seminaristi Mark Çuni e Gjergj Bici, i laici Gjelosh Lulashi, Fran Mirakaj e Qerim Sadiku. Gli altri furono invece destinati al carcere, per un periodo che poteva andare dai cinque anni all’intera vita, di fatto, se avessero anche minimamente trasgredito. Per Gjergj Bici la sentenza venne poi cambiata in anni di lavori forzati, mentre Fran Mirakaj risulta che sia morto nel settembre 1946.
All’alba del 4 marzo, i sei rimasti furono trasportati al cimitero cattolico di Scutari, luogo della loro esecuzione. Alle 6 in punto venne dato l’ordine di fare fuoco agli otto soldati del plotone, armati di mitragliatrici.
Mark pronunciò quindi le sue ultime parole: «Perdono tutti coloro che mi hanno giudicato, condannato e coloro che mi stanno assassinando. Dite a mia madre che deve regalare i quindici napoleoni d’oro che devo a Ludovik Rasha». Il grido comune dei condannati fu: «Viva Cristo Re! Viva l’Albania!».

La beatificazione
Nell’elenco di 38 martiri uccisi sotto il regime comunista in Albania, capeggiati dal vescovo Vincenç Prennushi, figurano anche Mark Çuni e i cinque tra sacerdoti e laici uccisi con lui. Sono stati tutti beatificati il 5 novembre 2016 nella piazza davanti alla cattedrale di Santo Stefano a Scutari.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2016-10-20

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