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Beato Francesco Gjini Vescovo e martire

11 marzo

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Scutari, Albania, 20 settembre 1886 11 marzo 1948

Monsignor Frano Gjini, vescovo-abate di Sant’Alessandro a Orosh, nel distretto di Mirdita, esercitò il ministero episcopale impegnandosi a correggere le antiche usanze popolari che confliggevano con l’insegnamento della Chiesa. Convocato dal dittatore Enver Hoxha, rifiutò di essere a capo di un’ipotetica Chiesa di Stato, affermando con coraggio che mai avrebbe separato il suo gregge dalla Santa Sede. Fu condannato a morte l’8 gennaio 1948 e fucilato l’11 marzo seguente insieme ai padri francescani Cyprian Nika e Mati Prennushi. Inseriti tutti e tre nel gruppo dei 38 martiri uccisi in Albania durante il regime comunista, sono stati beatificati a Scutari il 5 novembre 2016.



Vescovo-abate della Mirdita
Frano Gjini nacque a Scutari in Albania il 20 settembre 1886. Compì i suoi studi nel Collegio San Francesco Saverio, tenuto dai Gesuiti nella sua città, e presso la Congregazione di Propaganda Fide a Roma.
Ordinato sacerdote, fu parroco a Laç, Vlora e Durazzo, città dove venne consacrato vescovo. In seguito venne nominato vescovo-abate di Sant’Alessandro a Orosh (Shën Llezhri-Oroshit), nel distretto della Mirdita.
L’antica abbazia, risalente almeno al XII secolo, era all’epoca abbandonata, come tutta la zona, dopo la morte dell’abate precedente, Preng Doçi, avvenuta nel 1917. La popolazione, quindi, era trascurata dal punto di vista spirituale, fatta eccezione per qualche visita da parte dei Gesuiti impegnati nella cosiddetta “missione volante”, ossia un’attività di apostolato dedicata specialmente all’istruzione religiosa e alla riconciliazione tra i clan familiari nei paesi di montagna.

Servitore di Cristo e dei poveri
L’ingresso di monsignor Gjini nella sua sede episcopale avvenne d’autunno, un sabato pomeriggio, in un clima festoso: le campane delle chiese delle montagne suonavano a distesa, mentre i montanari sparavano in aria. A notte fonda, di villaggio in villaggio e davanti all’abbazia, si accesero grandi falò, per segnalare l’arrivo del nuovo abate.
Il giorno dopo, domenica, il vescovo rimase colpito dalla vista di tutti i suoi nuovi fedeli, che accorrevano, in lacrime di gioia, per baciargli l’anello. Durante la Messa, nella sua omelia, ricordò loro che lui era anzitutto un servitore di Cristo e dei poveri, quindi dovevano esserne consapevoli. Il tono modesto delle sue parole, tuttavia, non convinse la totalità di quegli uomini, d’indole fiera e intimamente diffidenti.
In ogni caso, per quindici anni, monsignor Gjini continuò l’operato del suo predecessore, correggendo le antiche usanze che confliggevano con gli insegnamenti della Chiesa e invitando al perdono, contrariamente a quanto prescriveva il diritto consuetudinario del Kanun.

Nel rischio della persecuzione
Intanto l’Albania stava per entrare nell’orbita comunista, i cui partigiani attaccarono la Mirdita nel 1944. I montanari non accettavano le loro leggi, ma qualcuno scese a patti con i capi politici. Quanto al vescovo-abate, pur non incitando alla violenza, denunciava inequivocabilmente quell’ideologia.
Nel 1945, il nunzio apostolico in Albania, monsignor Leone Giovanni Battista Nigris, cercò di presentare la situazione del Paese a papa Pio XII. Tuttavia, sul punto di rientrare, si vide impedito dal governo, in un esilio di fatto. Monsignor Gjini, quindi, divenne suo sostituto e dovette partire per Scutari.

Opposto al regime, per il bene del suo gregge
Non molto tempo dopo, venne convocato da Enver Hoxha in persona. Il capo di Stato voleva chiedergli di prendere il comando di una Chiesa nazionale, separata da Roma, proprio come aveva o avrebbe domandato ad altri due vescovi, i monsignori Gaspër Thaçi e Vinçenc Prennushi, i quali si mostrarono contrari. Anche monsignor Gjini fu dello stesso parere: «Io non mi separerò mai dal mio gregge», gli replicò perentoriamente.
Rientrato a Orosh, il vescovo pensò anzitutto al bene dei suoi fedeli, prima che alla propria salvezza personale. Scrisse dunque una lettera aperta a Hoxha, nella quale gli proponeva una collaborazione da parte della Chiesa cattolica, ma solo «per la ricostruzione della nazione curando le ferite e sormontando le difficoltà esistenti». Mentre protestava per i disagi, per non dire le persecuzioni, subiti da sacerdoti, religiosi e laici, auspicava «di arrivare non solo a dei vantaggi materiali ma anche a dei profitti spirituali per tutti gli albanesi».

La prigionia e le torture
Fu proprio quella missiva ad offrire l’occasione per arrestarlo, ma né le pressioni fisiche, né quelle psicologiche riuscirono a fargli cambiare idea. Relegato in una cella di un metro quadrato di ampiezza, incatenato mani e piedi, ne veniva tratto fuori solo per venire torturato. Ad esempio, veniva buttato in una vasca di acqua gelata, oppure subiva scosse elettriche, o ancora gli venivano messi granelli di sale su ferite appena aperte, o punte di legno sotto le unghie.
Una notte del dicembre 1946, mentre era legato a uno degli alberi nel cortile del convento francescano di Scutari, trasformato in prigione, insieme ai padri francescani Cyprian Nika e Bernardin Palaj, ebbe la forza d’impartire un’ultima benedizione a un altro condannato moribondo, legato alla stessa maniera: era bloccato con le mani, ma tracciò il segno della Croce alzando la testa, poi abbassandola e muovendola da sinistra verso destra.

Il martirio e la beatificazione
Alla fine, un tribunale popolare, a porte chiuse, lo condannò a morte l’8 gennaio 1948. Insieme a diciassette altri tra preti e laici, inclusi padre Cyprian Nika e padre Mati Prennushi, venne quindi fucilato l’11 marzo 1948, in un fosso vicino a una vigna. Sua sorella Tina seguì il corteo dei condannati, ma venne riconosciuta dai soldati e arrestata a sua volta.
Monsignor Frano Gjini, compreso con i suoi compagni di martirio e un altro francescano, padre Bernardin Palaj, nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2016-11-04

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